(Una breve sintesi per coloro che non hanno potuto essere presenti)

Questo venerdì di fine Settembre, si conclude la giornata afosa con una serata estremamente calda e umida, ma la bellezza della Chiesa del Gesù, il cui restauro è terminato poco meno di due anni orsono, affacciata su una tipica piazzetta del Borgo Antico, aiuta a sopportare la sgradevole calura estiva.

Ritengo utile soffermarsi sulla storia di questa chiesa, a dir il vero poco conosciuta dai baresi. La chiesa venne incominciata il 23 Maggio 1589 sui ruderi dell’antica chiesa di San Rocco, il 28 Agosto 1595 Mons. Arenio, Vescovo di Bitetto celebrava la dedicazione della chiesa al SS Nome di Gesù. In stile Barocco, con un’unica navata, è caratterizzata su ognuna delle due pareti laterali da tre arcate con altari in marmo dedicate a Sant’Ignazio di Loyola, San Francesco Saverio; molto suggestiva nella prima arcata, sul lato sinistro dell’ingresso, è posto Gesù crocifisso in dimensioni reali, a sinistra vi è una statua dell’Addolorata in piedi di fronte al crocifisso.

La statua più imponente si trova sull’altare, infatti sulla parete frontale vi è una edicola, contornata da due colonne in cui è racchiusa la statua di Gesù che con braccia aperte sembra accogliere ed esortare colui che l’osserva. Ai piedi dell’edicola  trova sepoltura il padre gesuita Domenico Bruno, venerabile rettore dell’annesso Collegio dei Gesuiti. Padre Bruno fu  molto attivo nei primi anni del ‘700 nell’avvio di diverse congregazioni mariane nell’intero Mezzogiorno limitrofe.

Ma veniamo alla serata. Padre Occhetta S.J., in impeccabile clergyman, nonostante l’afa, viene introdotto dagli organizzatori, e subito dopo prendendo la parola esordisce, rispondendo alla domanda che rappresenta l’argomento della serata ‘C’è il valore educativo della notizia ?’ con un «Dipende!» e parte da una citazione del Gran Muftì di Bosnia, Mustafà Ceric, il quale opera un rovesciamento di senso delle carenze dei principali valori occidentali, facendo sì che la mancanza si trasformi in pienezza (i ‘senza’ in ‘con’). Poi introduce l’argomento facendo affidamento sulle parole di quel grande teologo gesuita che è stato Karl Rahner (il teologo del cristianesimo anonimo) «Le persone maturano la loro eredità nel tempo e tessono la stoffa di una vita divina con la monotonia dei loro giorni», e propone lo stato d’animo che partecipa alla costruzione della «buona notizia» teso nella prospettiva escatologica del «già e non ancora».

E’ importante anche di questa premessa, almeno a mio parere, l’affermazione che padre Occhetta propone alla base della notizia, e che ritengo debba essere una premessa sine qua non, ovvero «il valore va sempre assunto attraverso un atto di volontà». Questo permette quindi di poter affermare che pur essendo ‘neutra’ la notizia, non si puo’ affermare la stessa cosa sull’intenzione di chi la propone. A tal riguardo padre Occhetta si sofferma su un esempio tratto dalla cronaca recente relativa alle recenti pubblicazioni di vignette satiriche anti-islamiche sulla stampa francese, sottolineando come vi sia un fattore molto importante che viene troppo spesso disconosciuto ovvero «La reciprocità. Le religioni e la politica, ovunque e a tutti i livelli, devono infatti lavorare insieme per il rispetto della credenza dell’altro. Solo così si aiuta il mondo a crescere in umanità».

Le argomentazione che in questa prospettiva educativa della notizia, padre Occhetta porta a riguardo della sua ipotesi di lavoro, il suo «Dipende!», si articolano a partire da quella «linfa» di cui «l’albero del giornalismo» deve nutrirsi, e che passa attraverso «tre radici: quella deontologica (legata all’etica del giornalismo); quella politica (legata alla costruzione del bene comune e a una struttura di comunicazione sussidiaria); e a quella spirituale (legata al senso della vita)».

Per la prima «radice», quella «deontologica», padre Occhetta si rifà alle dieci regole esposte nel manifesto 2009 Ucsi :

1) Difendere la verità della notizia; 

2) Essere capaci di discernere;

3) Essere corresponsabili con il proprio gruppo;

4) Giustificare le proprie interpretazioni;

5) Privilegiare i dati oggettivi sulle interpretazioni soggettive;

6) Conservare la libertà di pensiero sulle pressioni dei poteri forti;

7) Coniugare competenza, tecnica e creatività;

8) Verificare nella propria quotidianità la fedeltà ai princìpi in cui si crede;

9) Tutelare la propria autonomia;

10) Coltivare la propria formazione umana e spirituale;   

Per la seconda «radice», quella «politica», vi sono cinque punti :

1) Vedere lontano fino a dove c’è un uomo;

2)  Rigenerare il linguaggio;  

3) Dare spazio alle questioni di senso in cui si “spezzano le parole” (Varillon);

4) Essere parresiasta (dire con coraggio la verità);

5) Testimoniare e caricarsi le conseguenze del racconto;

Per la terza «radice», quella «spirituale», padre Occhetta, fedele alla tradizione dell’ordine gesuitico e non solo, pone alla base soprattutto «la capacità di discernere» quindi quella sinderesi o più modernamente espressa come autocoscienza, che permette di andare oltre una mera trasmissione della notizia, ma come faceva San Francesco di Sales (del quale padre Occhetta sottolinea la singolare figura quale patrono dei giornalisti, degli scrittori e dei sordomuti) «non «dava notizie» ma comunicava se stesso, la sua fede, le cose nelle quali credeva».

Qui,  la notizia, alla cui base abbiamo visto esserci « un atto di volontà» attraverso il comunicare sé stesso si trasforma in un atto di verità.

Rifacendosi quindi all’editoriale del primo numero de ‘La Civiltà Cattolica’ apparso nel 1850, padre Occhetta sottolinea il passo in cui vien detto «Una Civiltà cattolica non sarebbe cattolica, cioè universale, se non potesse comporsi con qualunque forma di cosa pubblica», e sulla base del quale ritiene che il blocco che caratterizza l’attuale panorama giornalistico italiano, dovuto ai complessi legami fra politica, editori e giornalisti, ne deduce che «nei giovani risiede la nostra speranza e il giornalismo di inchiesta sarà il vero baluardo e il garante della democrazia». Senza né gladiatori ne servi, ma giornalisti che servono la regola d’oro: dire sempre la verità al servizio del bene comune».

Concludo questa mia sintesi con la speranza che le parole di padre Occhetta possano far riflettere sia i giornalisti che i fruitori delle notizie, siano essi lettori o telespettatori, e che non si resti passivi davanti alle notizie, ma ci si impegni ad approfondire la conoscenza dei fatti e di chi li riporta, perché come diceva Sant’Agostino le parole sono segni che riportano a cose, e sono usate per insegnare qualcosa, “Sed ecce iam remitto et concedo, cum verba eius auditu cui nota sunt, accepta fuerint, posse illi esse notum de iis rebus quas significant, loquentem cogitavisse: num ideo etiam quod nunc quaeritur, utrum vera dixerit, discit?[1] (Ma alla fin fine voglio concedere senza riserve che quando le parole sono state afferrate dall’udito di chi le capisce, possa esser noto a lui che chi parla aveva nel pensiero i concetti da esse significate. Ma forse viene a sapere anche, e questo è ora il problema, se ha detto il vero?)… «Dipende!»    


[1] Agostino d’Ippona, De Magistro Liber Unus, 13.45

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