«Credete allora (e questa parola compendia tutte le altre) allo spirito tra voi. Siete offerti l’uno all’altro come uno spazio indefinito di comprensione, di arricchimento, di sensibilizzazione reciproca. Dunque v’incontrerete soprattutto in una penetrazione e in uno scambio costante di pensieri, affetti, sogni, preghiera. Come ben sapete, solo lì, nello spirito perseguito attraverso la carne, non esistono né sazietà né delusioni né limiti. E, per il vostro amore, solo lì troverete l’aria aperta, il grande sbocco[1]

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E’ con queste parole di Teilhard de Chardin  che voglio qui presentare un libro Il Cuore Comune, che mi ha colpito per l’originalità dell’angolazione con cui affronta un tema, il matrimonio, quale origine della famiglia, con cui l’autore cerca di dare risposte che «vanno nella direzione di svelare nuovamente, con ciò recuperandola, la capacità che la famiglia ed il matrimonio hanno di rendere felice l’uomo»[2].

Ecco un’ anteprima-del-libro-il-cuore-comune  che è presente sul sito delle Edizioni Studio Domenicano qui: http://www.edizionistudiodomenicano.it/Libro.php?id=901

Buona lettura

 

[1] Pierre Teilhard de Chardin, In occasione del Matrimonio di Odette Bacot e di Jean Teilhard d’Eyry, 14 Giugno 1928 presente in: Pierre Teilhard de Chardin, SULLA FELICITA’, Queriniana, Brescia, 20045, p.55

[2] Cosimo Luigi Russo, IL CUORE COMUNE – Omaggio alla vita matrimoniale, ESD, Bologna, 2012, p.11

 

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Il 10 Aprile 2015 ricorre il 60° anniversario della morte di Teilhard de Chardin, da quando venne a mancare all’età di 74 anni, il pomeriggio del 10 Aprile 1955 a New York, era il giorno di Pasqua.

 

«Stava benissimo. Il mattino di Pasqua aveva assistito alla messa solenne nella cattedrale di Saint-Patrick; nel pomeriggio era stato a un concerto. Rientrando in casa di amici si era rallegrato per quella “magnifica giornata”e si sentiva felice. Stava apprestandosi a prendere il tè, dopo aver deposto delle carte su un davanzale, quando all’improvviso cadde lungo disteso, come un albero schiantato. Siccome aveva perso conoscenza si credette dapprima che fosse svenuto e gli misero un guanciale sotto la testa. Dopo qualche minuto Teilhard aprì gli occhi e chiese:”Dove sono ? Cosa mi è successo ?” – “E’ in casa nostra, mi riconosce ?” gli chiese la sua ospite. – “Sì, ma cosa è successo ?” – “Uno svenimento.” – “Non mi ricordo più di nulla: questa volta è terribile!” intendendo dire, si pensa, questa volta è cosa grave e seria. Si cercò il suo medico: era assente. Qualche minuto dopo ne arrivò un altro che, accertato lo stato gravissimo del Padre, consigliò il prete. Il reverendo Breuvery, assente anche lui, fu sostituito da un sacerdote americano del St. Ignatius, a Park Avenue. Quando giunse, trovò che Teilhard era appena spirato: gli impartì tuttavia l’assoluzione e la Estrema Unzione.

 

Anche Pascal, un altro testimonio di Cristo, era morto il giorno di Pasqua. Il corpo di Teilhard fu esposto nella cappella di Park Avenue, composto in una bara trapunta di seta bianca con fregi violetti, con un crocifisso e un rosario. Dopo l’imbalsamazione il viso del defunto aveva preso una rassomiglianza impressionante con la maschera di Pascal, fronte spaziosa, guance tirate all’indietro, zigomi e naso sporgenti, labbra sottili. I funerali furono celebrati martedì 12 aprile alle 9; officiava il padre de Breuvery[1]. Poca gente, in tutto dieci o dodici persone tra cui l’ambasciatore di Francia alle Nazioni Unite Hoppenot[2], e Paul Fejos[3]. La cerimonia si svolse nella massima semplicità, e rasentò quasi lo squallore. Nessuna dimostrazione, nessun canto: la messa bassa non fu ravvivata neppure dalle note di In Paradsum e di Libera, Che furono invece recitati sottovoce. Pioveva. Una delle poche persone presenti scrisse poi:

 

Il mio cuore era così grosso che non prestai attenzione a nulla. Tutto sembrava incredibile, e quasi troppo improvviso perché fosse reali.

 

Solo il padre Leroy (arrivato il giorno prima in aereo) e il padre Ministro seguirono il feretro fino a Saint-Andrews-on-Hudson, dove è la Casa di Noviziato dei gesuiti. La bara, prima di essere definitivamente sepolta, fu collocata in una camera ardente, parata solo di una croce di fiori mandata da Malvina Hoffman[4]. Oggi la spoglia mortale del prete Pierre Teilhard de Chardin dorme ancora in esilio, sotto una modesta lapide con una breve iscrizione.»[5]

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Ho qui voluto citare la descrizione delle ultime ore della vita terrena di Teilhard de Chardin così come riportate da Calude Cuenot, considerato il suo biografo ufficiale, che comunque riportano gran parte del contenuto di una lettera di padre Leroy, confratello ed amico di Teilhard, che narrava i fatti così come in parte li aveva vissuti, ed in parte ne aveva raccolto testimonianze dirette, in quei giorni. Ho voluto sottolineare ed evidenziare la frase scritta nel 1958[6] per sottolineare come già a distanza di 3 anni dalla morte di Teilhard de Chardin, Cuenot lamentava la volontà di lasciare Teilhard de Chardin «ancora in esilio» nonostante fosse morto. E’ inutile stare qui a ripercorrere i motivi che portarono Teilhard a vivere questo esilio che lo portò prima in Cina e poi negli Stati Uniti d’America, un esilio che si protrasse dal 1926, quindi per ben 29 anni sino alla sua morte.

Oggi siamo in una situazione ancora più paradossale, per non dire scandalosa. Infatti le spoglie di Teilhard si trovano ancora sepolte in quello che una volta fu il noviziato gesuitico di St. Andrew-on-Hudson, a  Poughkeepsie, una piccola cittadina nelle vicinanze di New York, residenza che iniziò ad operare il 15 Gennaio 1903 con il trasferimento in quella sede di 118 gesuiti provenienti dalla precedente residenza per novizi di Frederick, Maryland, dopo che padre Edward Purbrick SJ[7], l’aveva acquistata in qualità di Provinciale

Dov’è la situazione paradossale o meglio scandalosa? E’ presto detto. Nel 1969 il noviziato fu chiuso a causa della progressiva riduzione del numero di seminaristi, circa 32 ettari con la struttura furono venduti per un milione di dollari alla CIA (Culinary Institute of America), una scuola di cucina. Quindi il piccolo cimitero annesso al seminario è ormai di pertinenza della scuola di cucina.

Ecco quindi spiegato il motivo di questo mio scritto, l’indignazione guida il mio pensiero, proprio perché a distanza di 60 anni dalla morte Teilhard de Chardin resti «ancora in esilio», e per di più in un cimitero che dista in linea d’aria quasi seimila chilometri da dove è nato (Poughkeepsie -Orcines). Un cimitero facente parte di una scuola di cucina, cimitero che ormai è schiacciato dalle costruzioni che sono sorte attorno, da un campo da calcio e dai parcheggi che lambiscono i suoi bordi. Unico riparo la fitta vegetazione che lo circonda e lo protegge come se la natura volesse mantenere in un verde abbraccio quelle bianche lapidi.

Oggi che per la prima volta nella storia della Chiesa un gesuita è salito al Soglio di Pietro la mia speranza è che Papa Francesco guardando a Teilhard miserando atque eligendo possa avviare l’iter che riporti le spoglie mortali di Teilhard de Chardin nella sua patria, la Francia che gli diede i natali quel 1° Maggio del 1881.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] Emmanuel S. de Breuvery, laureato Sciences Po, Dottore in Filosofia presso l’Università Gregoriana, è entrato nella Compagnia di Gesù nel 1921, è stato ordinato sacerdote nel 1935. E ‘stato docente di geografia economica in Cina University of Dawn a Shanghai. A New York, il padre Emmanuel Breuvery è vissuto presso la residenza Loyola.

[2] Henri Hoppenot, (Parigi 25 ottobre 1891 – Parigi le 10 agosto 1977) è stato un diplomatico francese.

[3] Paul Fejos (27 gennaio 1897 – 23 aprile 1963) è stato un regista di film e documentari, ungherese di nascita, ha lavorato in un certo numero di paesi tra cui Stati Uniti . Ha inoltre studiato medicina nella sua giovinezza ed è diventato un antropologo prominente nell’ultima parte della sua vita, diventando direttore di ricerca del Viking Fund, e Presidente della Fondazione Wenner-Gren.

[4] Malvina Hoffman (New York, 15 giugno 1887 – 10 luglio 1966) è stata una scultrice statunitense, figlia del pianista Richard Hoffman. Fin da piccola si dedica alla scultura. (fonte Wikipedia) Amica di Teilhard de Chardin  è autrice di diverse foto fatte a lui oltre ad essere scultrice di un suo busto in bronzo nel 1948

 

Nel 1910 si trasferisce a Parigi e diviene allieva di Auguste Rodin. Durante la prima guerra mondiale lavorò per la Croce Rossa. Nel 1930 iniziò a lavorare per il Field Museum of Natural History di Chicago.

[5] Claude Cuenot, L’evoluzione di Teilhard de Chardin, Feltrinelli Editore, Milano 1962, pp.516-517. Grassetto e Sottolineatura nostra.

[6] Data della prima edizione in lingua originale del testo citato di Cuenot.

[7] Nato nel 1830, era di origini inglese e non americane, entrò nella compagnia di Gesù subito dopo la sua conversione nel 1851, era stato infatti anglicano, poi convertito al cattolicesimo grazie alla influenza dalla figura di John Henry Newman. Fu ordinato a Roma nel 1861. Fu rettore delle comunità inglesi dei Padri Gesuiti di  Stoneyhurst e Wimbledon, nei successivi sette anni fu istruttore di terz’anno, e Provinciale per nove anni.  in questa carica dal 1897, era già stato provinciale della Provincia d’Inghilterra. Tornato in Inghilterra nel 1907 vi morì nel mese di Luglio 1914 .


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Locandina: Teilhard_4-9-15


Presentiamo qui una parte di un testo teilhardiano dal titolo Il mio Universo [1] che interpreta il significato della venuta del Cristo al mondo, non è un testo mistico sul Natale, ma una interpretazione nel modo usuale di Teilhard de Chardin, ovvero uno scritto che impegna sia la filosofia che la teologia, passando per concetti anche scientifici (in senso lato). Quindi il solito modo teilhardiano di essere

404px-Gerard_van_Honthorst_002interdisciplinare, quel modo che è stato frutto di tante incomprensioni da parte dei puristi delle varie branche (filosofi, teologi e scienziati) che non hanno accettato tale metodo che potremmo definire ‘olistico’.

Utilizzando le parole di Fabio Mantovani diciamo:

 

«La visione del mondo di TdC e i principi fondamentali su cui si fonda sono esposti in questo documento, che è perciò di grande importanza per la comprensione del suo pensiero. La validità della sua visione è direttamente garantita – egli afferma – dalla gran pace che procura, poiché l’apparente disordine delle cose si tramuta in ineffabile unità.»[2]

 

Ed è proprio con le stesse parole che utilizza Teilhard per introdurre  questo testo e darne le giuste chiavi di lettura, che vogliamo introdurre la parte che ci ha interessato in questo breve articolo:

 

«Le pagine che seguiranno non pretendono in alcun modo di dare una spiegazione definitiva del Mondo. Esse non mirano a stabilire direttamente alcuna teoria generale del pensiero, dell’azione e della mistica, come se gli orizzonti che scoprono dovessero imporsi tali e quali, immediatamente, a tutte le menti, a spese di certi altri modi di vedere considerati, a ragione o a torto, più tradizionali o più comuni. Mi propongo semplicemente di esporre il modo personale di (altro…)


 

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Cina | 17/11/2014

Con la partecipazione di circa un centinaio di persone si è tenuto, in ottobre, presso l’Università Beijing Languages and Cultures, un forum su Teilhard e il futuro dell’umanità. L’incontro era stato organizzato da un gruppo di cinesi impegnati nella creazione in Cina di un’Associazione di Amici di Teilhard. Al forum erano presenti anche i padri Thierry Meynard, Nicolas Standaert e Benoit Vermander. In questa occasione è stato presentato per la prima volta in territorio cinese, il docu-film di 45 minuti: “Teilhard e la Cina”. Gli interventi di Huang Huiwen (Teilhard e la geologia cinese), Wang Haiyan (Il pensiero di Teilhard: verso l’alto e in avanti), Thierry Meynard (Il pensiero di Teilhard e la cultura cinese contemporanea), Li Tiangang (Teilhard e la Cina), dello scrittore mongolo Yang Dorje e di Liu Feng, il creatore di XLab in Cina, hanno messo in luce l’interesse sollevato dal pensiero di Teilhard de Chardin tra alcuni circoli intellettuali cinesi. Nel corso della giornata i partecipanti hanno discusso sui vari argomenti mentre Alex Wang, membro dell’Associazione degli Amici di Teilhard in Francia fungeva da moderatore. Al termine della giornata i partecipanti hanno deciso di continuare in Cina gli sforzi di sensibilizzazione sul pensiero di Teilhard. Tra questi l’organizzazione di un altro forum nel 2015 in occasione del 60mo anniversario della morte dello scienziato gesuita.

 

Fonte: GesuitiNews


Alcuni scritti di Teilhard de Chardin sono stati raccolti in un volume dal titolo Science et Christ pubblicato per la prima volta da Édition du Seuil nel 1965, con prefazione a cura di N.M. Wildiers[1] ed in traduzione italiana, con prefazione di Silvana Procacci, da Gabrielli nel 2002[2].

Come precisato nell’Avvertenza anteposta ad entrambe le edizioni questi scritti «non sono stati riveduti dall’autore per un’eventuale pubblicazione, pertanto vengono affidati al lettore quali spunti di lavoro.»[3]

Questo ci induce ad essere cauti nella valutazione di questo scritto, che potrebbe essere stato redatto nel 1919, mentre Teilhard de Chardin era sull’isola di Jersey, per lavorare e studiare, nel periodo compreso fra luglio ed agosto, e con l’occasione incontrare alcuni amici gesuiti  fra cui padre Auguste Valensin[4] e Jules Charles, come si evince da una lettera del 5 Settembre 1919 spedita dall’isola di Jersey a sua cugina Margherite Teilhard-Chambon:

«…Per concludere ho scritto da ultimo otto pagine sul modo di comprender i limiti del corpo umano. Ti dico questo perché Val ne è entusiasta e vuole mandarle a Blondel, insieme ai miei racconti alla Benson. Ti terrò informata se la cosa va in porto e sull’impressione che ha fatto…»[5]

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Pertanto siamo qui a proporlo, consci del fatto che potrebbe contenere imprecisioni che l’autore avrebbe potuto correggere in una successiva revisione, se vi fosse stata; ma confidando anche nell’abilità che Teilhard de Chardin aveva nello scrutare la realtà delle cose con una capacità d’analisi quasi istantanea e spesso senza eccessive rivisitazioni critiche. Ed ecco il testo:

 

«IN CHE COSA CONSISTE IL CORPO UMANO ?

 

(A) Basta aver tentato una volta di precisare a se stessi in che cosa consiste il corpo di un essere vivente per accorgersi di come questa entità, così chiara finché si rimane nell’ambito pratico: «il mio corpo», in teoria sia

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