Quello che segue è un testo pensato e scritto da Pierre Teilhard de Chardin tra metà agosto del 1918, mentre era coinvolto nelle operazioni militari del suo reparto nella zona della foresta di Laigue,dove i francesi erano impegnati in una offensiva contro i tedeschi che arretravano lasciando la città di Lassigny, offensiva incominciata nella prima metà di quell’anno in cui l’apporto di truppe fresche americane aveva cambiato l’atteggiamento delle forze alleate da difensivo ad offensivo(1), e la fine di settembre sempre del 1918, mentre era arrivato a circa 400 chilometri a sud est a Chavannes-sur-l’Étang nel dipartimento dell’Alto Reno nella regione del Grand Est.

Teilhard War 1915-1918

Teilhard a Verdun nel 1916

Lo scritto completo a cui più volte accenna nelle sue lettere del periodo fra queste due date alla cugina Marguerite Teillard-Chambon, scrittrice sotto lo pseudonimo di Claude Aragonnès,ha titolo ‘La Fede che Opera’(2), è pensato e steso su carta in questo periodo partendo da alcune sue considerazioni sul rapporto tra fede ed avvenire che sorgono sulla base di una sensazione di aver

«sentito più da vicino l’”ombra della morte”, e il terribile dono dell’esistenza: cammino  inarrestabile verso una fine che non si può eludere, stato da cui si esce solo con il    disfacimento fisico… Credo di non avere mai sentito questo così concretamente… Ho    capito un po’ meglio l’angoscia di NS, il Giovedì Santo.. E mi è apparso sempre più chiaro  il rimedio, che è sempre lo stesso: abbandonarci con fede ed amore all’avvenire [al divenire] divino che è “il più reale,” “il più vivo,” e il cui attributo più temibile è di essere il più rinnovante(e quindi il più creativo e il più prezioso). Ma è ben difficile gettarsi nell’avvenire. Invincibilmente la nostra sensibilità vi scorge un vuoto vertiginoso, un gorgo profondo… Dev’essere la fede a rendere saldo il terreno sotto i nostri piedi. Preghiamo l’un per l’altro…»(3)

Ed in una successiva lettera del 29 settembre 1918, dove comunica la stesura e trascrizione in bella copia dello scritto confessa: (altro…)


Questa che presentiamo qui è una nota presente su uno dei diari che Pierre Teilhard de Chardin aveva l’abitudine di compilare quasi quotidianamente, nei quali riversava le sue idee sia per i progetti che sarebbero diventati successivamente i suoi scritti, ma anche il suo sentire quotidiano, le sue impressioni i suoi stati d’animo. Vi sono omessi i riferimenti ai nomi di persona, lasciati come semplici sigle. Bisogna ricordare che in questo periodo siamo in piena I Guerra Mondiale, la Francia è già impegnata e Pierre Teilhard de Chardin è caporale barelliere del 4° fucilieri misti zuavi, I compagnia, avendo rifiutato il posto privilegiato da ufficiale come cappellano militare. Ecco il testo:

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22 marzo

Ieri mi sono sentito alle prese con una complessità di sentimenti diversi che, in senso diverso, tendevano a rattristarmi: la malattia indubbiamente incurabile della zia E., la notizia che P.P.B., N. erano a Verdun, – che F. era un combattente, esponente del servizio postale militare, che era impegnato in lavori avviati per raggruppare i soldati, etc., – Dolore di fronte a una tristezza familiare che ha messo fine al declino di un passato così gioioso, gelosia quando mi sono reso conto di appartenere alla categoria delle persone meno interessanti, rimpianto irritato per il poco apostolato che avevo potuto esercitare e avversione disgustata per il ministero degli altri, … questi sono stati i principali sentimenti che ho potuto vedere nel profondo della mia anima. – E ora tutti questi venti di depressione e tempeste si sono sciolti in un grande slancio nell’amore per la Volontà di Dio che ci avvolge e ci porta via: a volte per l’implacabile evoluzione dei mali naturali, a volte per le delusioni del destino, a volte per le inferiorità della nostra natura…

Quando la pace sarà tornata, sarà ancora possibile mantenere la pienezza della guerra e la sua serenità di fronte a piccoli interessi individuali, purché si mantenga la visione dell’opera dell’evoluzione organica e della lotta per lo sviluppo totale che si impone senza sforzo alla vita in trincea.
Nello studio introspettivo… fare una gran parte del lavoro e dei germi della disorganizzazione in noi.
Dire che il mio studio non è una discussione, un’apologia: ma una dichiarazione di punti di vista, dove solo uno sarà condannato: il ritorno agli strati bassi … [41]
Un titolo: «La Santa Evoluzione». (o Evoluzione, il Sacro Progresso).

(Ns. traduzione da: Pierre Teilhard de Chardin, Journal 26 août 1915 – 4 janvier 1919, Librairie Artthème Fayard, 1975, p.66)


Il 21 Marzo di 97 anni fa, nel 1923 veniva presentata alla seduta della Société d’Anthropologie  questa breve comunicazione di Pierre Teilhard de Chardin che si accingeva a partire per la sua prima spedizione in Cina. Ecco il testo:

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Questa legge non è peculiare della paleontologia. Anzi, è costantemente presupposta o verificata in tutte le scienze che si occupano di realtà fisiche(sociologia, linguistica, fisica…) e viene applicata ovunque vi sia eredità. Infatti, dal momento che un essere immagazzina qualche traccia di ogni fase del proprio sviluppo, esso diventa incapace, per costruzione, di ritornare esattamente a uno qualsiasi dei suoi stati anteriori.

In teoria, l’esistenza della legge d’irreversibilità sembra dunque incontestabile. In pratica, il suo uso è assai delicato in quanto l’irreversione (a priori indubitabile) può essere difficile da costatare, soprattutto allorché si tratta di tipi o di stati semplici, tra i quali la convergenza può facilmente essere scambiata per un’identità. (altro…)


17 novembre 2017 @ 17:38

La proposta di una petizione a Papa Francesco “perché voglia contemplare la possibilità di rimuovere il Monitum che dal 1962 è stato imposto sugli scritti di P. Pierre Teilhard de Chardin, S.J., dalla Sacra Congregazione del Sant’Ufficio”. La proposta – ancora in discussione e in fase di valutazione – è stata avanzata nel corso dei lavori dell’assemblea plenaria del Pontificio Consiglio della cultura sul tema “Il futuro dell’umanità: nuove sfide all’antropologia”.che si concludono domani con l’udienza pontificia. “Riteniamo che un tale atto non solo riabiliterebbe lo sforzo genuino del pio gesuita nel tentativo di riconciliare la visione scientifica dell’universo con l’escatologia cristiana – si legge tra l’altro nella petizione -, ma rappresenterebbe anche un formidabile stimolo per tutti i teologi e scienziati di buona volontà a collaborare nella costruzione di un modello antropologico cristiano che, seguendo le indicazioni dell’Enciclica Laudato Si’, si collochi naturalmente nella meravigliosa trama del cosmo”.

FONTE: https://agensir.it

 


«Credete allora (e questa parola compendia tutte le altre) allo spirito tra voi. Siete offerti l’uno all’altro come uno spazio indefinito di comprensione, di arricchimento, di sensibilizzazione reciproca. Dunque v’incontrerete soprattutto in una penetrazione e in uno scambio costante di pensieri, affetti, sogni, preghiera. Come ben sapete, solo lì, nello spirito perseguito attraverso la carne, non esistono né sazietà né delusioni né limiti. E, per il vostro amore, solo lì troverete l’aria aperta, il grande sbocco[1]

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E’ con queste parole di Teilhard de Chardin  che voglio qui presentare un libro Il Cuore Comune, che mi ha colpito per l’originalità dell’angolazione con cui affronta un tema, il matrimonio, quale origine della famiglia, con cui l’autore cerca di dare risposte che «vanno nella direzione di svelare nuovamente, con ciò recuperandola, la capacità che la famiglia ed il matrimonio hanno di rendere felice l’uomo»[2].

Ecco un’ anteprima-del-libro-il-cuore-comune  che è presente sul sito delle Edizioni Studio Domenicano qui: http://www.edizionistudiodomenicano.it/Libro.php?id=901

Buona lettura

 

[1] Pierre Teilhard de Chardin, In occasione del Matrimonio di Odette Bacot e di Jean Teilhard d’Eyry, 14 Giugno 1928 presente in: Pierre Teilhard de Chardin, SULLA FELICITA’, Queriniana, Brescia, 20045, p.55

[2] Cosimo Luigi Russo, IL CUORE COMUNE – Omaggio alla vita matrimoniale, ESD, Bologna, 2012, p.11

 


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Abbiamo ritenuto giusto intitolare questo articolo con i versi che Dante Alighieri utilizza per terminare nel XXXIII canto l’avventura descritta nella sua Divina Commedia proprio per l’affinità che vediamo esserci nell’enunciato che il sommo poeta riporta e l’idea che Teilhard esprime quando descrive l’Energia essenziale del Mondo.

Egli ritiene che se immaginiamo, ad un certo momento dell’evoluzione, l’uomo assumere la consapevolezza che esista un centro di convergenza universale a lui legato da relazioni personali, ciò totalizzerebbe la sua azione:

 

«totalizzazione dell’individuo rispetto a se stesso; totalizzazione, infine, degli individui nella collettività umana.»

 

Infatti l’azione non soggetta a tale consapevolezza la ritiene un’azione parziale, un’azione monca di alcune facoltà che l’evoluzione sta portando all’essere. Viceversa la consapevolezza di quello che abbiamo visto in precedenza chiamato punto Omega porterebbe a scaldare   il senso delle azioni, anche delle più umili che verrebbero riconosciute orientate verso la convergenza in Omega. Apparentemente nulla è cambiato, ma in realtà l’azione è divenuta parte di una comunione di azioni. Proprio l’aspetto personalista del Mondo convergente in Omega porta l’azione a riscaldarsi in quella forma di adesione totale che Teilhard chiama Amore. Quindi il movimento diviene trasparente al fine stesso e questa trasparenza lo rende comune ed universale, lo sintetizza. E così viene a cambiare il significato dell’azione:

 

«Nel corso superficiale delle nostre esistenze, vedere o pensare, capire o amare, dare o ricevere, crescere o diminuire, vivere o morire, sono cose diverse. Ma cosa diventeranno tutte queste contrapposizioni non appena, in Omega, la loro diversità si rivelerà (altro…)


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Il 10 Aprile 2015 ricorre il 60° anniversario della morte di Teilhard de Chardin, da quando venne a mancare all’età di 74 anni, il pomeriggio del 10 Aprile 1955 a New York, era il giorno di Pasqua.

 

«Stava benissimo. Il mattino di Pasqua aveva assistito alla messa solenne nella cattedrale di Saint-Patrick; nel pomeriggio era stato a un concerto. Rientrando in casa di amici si era rallegrato per quella “magnifica giornata”e si sentiva felice. Stava apprestandosi a prendere il tè, dopo aver deposto delle carte su un davanzale, quando all’improvviso cadde lungo disteso, come un albero schiantato. Siccome aveva perso conoscenza si credette dapprima che fosse svenuto e gli misero un guanciale sotto la testa. Dopo qualche minuto Teilhard aprì gli occhi e chiese:”Dove sono ? Cosa mi è successo ?” – “E’ in casa nostra, mi riconosce ?” gli chiese la sua ospite. – “Sì, ma cosa è successo ?” – “Uno svenimento.” – “Non mi ricordo più di nulla: questa volta è terribile!” intendendo dire, si pensa, questa volta è cosa grave e seria. Si cercò il suo medico: era assente. Qualche minuto dopo ne arrivò un altro che, accertato lo stato gravissimo del Padre, consigliò il prete. Il reverendo Breuvery, assente anche lui, fu sostituito da un sacerdote americano del St. Ignatius, a Park Avenue. Quando giunse, trovò che Teilhard era appena spirato: gli impartì tuttavia l’assoluzione e la Estrema Unzione.

 

Anche Pascal, un altro testimonio di Cristo, era morto il giorno di Pasqua. Il corpo di Teilhard fu esposto nella cappella di Park Avenue, composto in una bara trapunta di seta bianca con fregi violetti, con un crocifisso e un rosario. Dopo l’imbalsamazione il viso del defunto aveva preso una rassomiglianza impressionante con la maschera di Pascal, fronte spaziosa, guance tirate all’indietro, zigomi e naso sporgenti, labbra sottili. I funerali furono celebrati martedì 12 aprile alle 9; officiava il padre de Breuvery[1]. Poca gente, in tutto dieci o dodici persone tra cui l’ambasciatore di Francia alle Nazioni Unite Hoppenot[2], e Paul Fejos[3]. La cerimonia si svolse nella massima semplicità, e rasentò quasi lo squallore. Nessuna dimostrazione, nessun canto: la messa bassa non fu ravvivata neppure dalle note di In Paradsum e di Libera, Che furono invece recitati sottovoce. Pioveva. Una delle poche persone presenti scrisse poi:

 

Il mio cuore era così grosso che non prestai attenzione a nulla. Tutto sembrava incredibile, e quasi troppo improvviso perché fosse reali.

 

Solo il padre Leroy (arrivato il giorno prima in aereo) e il padre Ministro seguirono il feretro fino a Saint-Andrews-on-Hudson, dove è la Casa di Noviziato dei gesuiti. La bara, prima di essere definitivamente sepolta, fu collocata in una camera ardente, parata solo di una croce di fiori mandata da Malvina Hoffman[4]. Oggi la spoglia mortale del prete Pierre Teilhard de Chardin dorme ancora in esilio, sotto una modesta lapide con una breve iscrizione.»[5]

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Ho qui voluto citare la descrizione delle ultime ore della vita terrena di Teilhard de Chardin così come riportate da Calude Cuenot, considerato il suo biografo ufficiale, che comunque riportano gran parte del contenuto di una lettera di padre Leroy, confratello ed amico di Teilhard, che narrava i fatti così come in parte li aveva vissuti, ed in parte ne aveva raccolto testimonianze dirette, in quei giorni. Ho voluto sottolineare ed evidenziare la frase scritta nel 1958[6] per sottolineare come già a distanza di 3 anni dalla morte di Teilhard de Chardin, Cuenot lamentava la volontà di lasciare Teilhard de Chardin «ancora in esilio» nonostante fosse morto. E’ inutile stare qui a ripercorrere i motivi che portarono Teilhard a vivere questo esilio che lo portò prima in Cina e poi negli Stati Uniti d’America, un esilio che si protrasse dal 1926, quindi per ben 29 anni sino alla sua morte.

Oggi siamo in una situazione ancora più paradossale, per non dire scandalosa. Infatti le spoglie di Teilhard si trovano ancora sepolte in quello che una volta fu il noviziato gesuitico di St. Andrew-on-Hudson, a  Poughkeepsie, una piccola cittadina nelle vicinanze di New York, residenza che iniziò ad operare il 15 Gennaio 1903 con il trasferimento in quella sede di 118 gesuiti provenienti dalla precedente residenza per novizi di Frederick, Maryland, dopo che padre Edward Purbrick SJ[7], l’aveva acquistata in qualità di Provinciale

Dov’è la situazione paradossale o meglio scandalosa? E’ presto detto. Nel 1969 il noviziato fu chiuso a causa della progressiva riduzione del numero di seminaristi, circa 32 ettari con la struttura furono venduti per un milione di dollari alla CIA (Culinary Institute of America), una scuola di cucina. Quindi il piccolo cimitero annesso al seminario è ormai di pertinenza della scuola di cucina.

Ecco quindi spiegato il motivo di questo mio scritto, l’indignazione guida il mio pensiero, proprio perché a distanza di 60 anni dalla morte Teilhard de Chardin resti «ancora in esilio», e per di più in un cimitero che dista in linea d’aria quasi seimila chilometri da dove è nato (Poughkeepsie -Orcines). Un cimitero facente parte di una scuola di cucina, cimitero che ormai è schiacciato dalle costruzioni che sono sorte attorno, da un campo da calcio e dai parcheggi che lambiscono i suoi bordi. Unico riparo la fitta vegetazione che lo circonda e lo protegge come se la natura volesse mantenere in un verde abbraccio quelle bianche lapidi.

Oggi che per la prima volta nella storia della Chiesa un gesuita è salito al Soglio di Pietro la mia speranza è che Papa Francesco guardando a Teilhard miserando atque eligendo possa avviare l’iter che riporti le spoglie mortali di Teilhard de Chardin nella sua patria, la Francia che gli diede i natali quel 1° Maggio del 1881.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] Emmanuel S. de Breuvery, laureato Sciences Po, Dottore in Filosofia presso l’Università Gregoriana, è entrato nella Compagnia di Gesù nel 1921, è stato ordinato sacerdote nel 1935. E ‘stato docente di geografia economica in Cina University of Dawn a Shanghai. A New York, il padre Emmanuel Breuvery è vissuto presso la residenza Loyola.

[2] Henri Hoppenot, (Parigi 25 ottobre 1891 – Parigi le 10 agosto 1977) è stato un diplomatico francese.

[3] Paul Fejos (27 gennaio 1897 – 23 aprile 1963) è stato un regista di film e documentari, ungherese di nascita, ha lavorato in un certo numero di paesi tra cui Stati Uniti . Ha inoltre studiato medicina nella sua giovinezza ed è diventato un antropologo prominente nell’ultima parte della sua vita, diventando direttore di ricerca del Viking Fund, e Presidente della Fondazione Wenner-Gren.

[4] Malvina Hoffman (New York, 15 giugno 1887 – 10 luglio 1966) è stata una scultrice statunitense, figlia del pianista Richard Hoffman. Fin da piccola si dedica alla scultura. (fonte Wikipedia) Amica di Teilhard de Chardin  è autrice di diverse foto fatte a lui oltre ad essere scultrice di un suo busto in bronzo nel 1948

 

Nel 1910 si trasferisce a Parigi e diviene allieva di Auguste Rodin. Durante la prima guerra mondiale lavorò per la Croce Rossa. Nel 1930 iniziò a lavorare per il Field Museum of Natural History di Chicago.

[5] Claude Cuenot, L’evoluzione di Teilhard de Chardin, Feltrinelli Editore, Milano 1962, pp.516-517. Grassetto e Sottolineatura nostra.

[6] Data della prima edizione in lingua originale del testo citato di Cuenot.

[7] Nato nel 1830, era di origini inglese e non americane, entrò nella compagnia di Gesù subito dopo la sua conversione nel 1851, era stato infatti anglicano, poi convertito al cattolicesimo grazie alla influenza dalla figura di John Henry Newman. Fu ordinato a Roma nel 1861. Fu rettore delle comunità inglesi dei Padri Gesuiti di  Stoneyhurst e Wimbledon, nei successivi sette anni fu istruttore di terz’anno, e Provinciale per nove anni.  in questa carica dal 1897, era già stato provinciale della Provincia d’Inghilterra. Tornato in Inghilterra nel 1907 vi morì nel mese di Luglio 1914 .


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Locandina: Teilhard_4-9-15


Presentiamo qui una parte di un testo teilhardiano dal titolo Il mio Universo [1] che interpreta il significato della venuta del Cristo al mondo, non è un testo mistico sul Natale, ma una interpretazione nel modo usuale di Teilhard de Chardin, ovvero uno scritto che impegna sia la filosofia che la teologia, passando per concetti anche scientifici (in senso lato). Quindi il solito modo teilhardiano di essere

404px-Gerard_van_Honthorst_002interdisciplinare, quel modo che è stato frutto di tante incomprensioni da parte dei puristi delle varie branche (filosofi, teologi e scienziati) che non hanno accettato tale metodo che potremmo definire ‘olistico’.

Utilizzando le parole di Fabio Mantovani diciamo:

 

«La visione del mondo di TdC e i principi fondamentali su cui si fonda sono esposti in questo documento, che è perciò di grande importanza per la comprensione del suo pensiero. La validità della sua visione è direttamente garantita – egli afferma – dalla gran pace che procura, poiché l’apparente disordine delle cose si tramuta in ineffabile unità.»[2]

 

Ed è proprio con le stesse parole che utilizza Teilhard per introdurre  questo testo e darne le giuste chiavi di lettura, che vogliamo introdurre la parte che ci ha interessato in questo breve articolo:

 

«Le pagine che seguiranno non pretendono in alcun modo di dare una spiegazione definitiva del Mondo. Esse non mirano a stabilire direttamente alcuna teoria generale del pensiero, dell’azione e della mistica, come se gli orizzonti che scoprono dovessero imporsi tali e quali, immediatamente, a tutte le menti, a spese di certi altri modi di vedere considerati, a ragione o a torto, più tradizionali o più comuni. Mi propongo semplicemente di esporre il modo personale di (altro…)


 

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Cina | 17/11/2014

Con la partecipazione di circa un centinaio di persone si è tenuto, in ottobre, presso l’Università Beijing Languages and Cultures, un forum su Teilhard e il futuro dell’umanità. L’incontro era stato organizzato da un gruppo di cinesi impegnati nella creazione in Cina di un’Associazione di Amici di Teilhard. Al forum erano presenti anche i padri Thierry Meynard, Nicolas Standaert e Benoit Vermander. In questa occasione è stato presentato per la prima volta in territorio cinese, il docu-film di 45 minuti: “Teilhard e la Cina”. Gli interventi di Huang Huiwen (Teilhard e la geologia cinese), Wang Haiyan (Il pensiero di Teilhard: verso l’alto e in avanti), Thierry Meynard (Il pensiero di Teilhard e la cultura cinese contemporanea), Li Tiangang (Teilhard e la Cina), dello scrittore mongolo Yang Dorje e di Liu Feng, il creatore di XLab in Cina, hanno messo in luce l’interesse sollevato dal pensiero di Teilhard de Chardin tra alcuni circoli intellettuali cinesi. Nel corso della giornata i partecipanti hanno discusso sui vari argomenti mentre Alex Wang, membro dell’Associazione degli Amici di Teilhard in Francia fungeva da moderatore. Al termine della giornata i partecipanti hanno deciso di continuare in Cina gli sforzi di sensibilizzazione sul pensiero di Teilhard. Tra questi l’organizzazione di un altro forum nel 2015 in occasione del 60mo anniversario della morte dello scienziato gesuita.

 

Fonte: GesuitiNews


Alcuni scritti di Teilhard de Chardin sono stati raccolti in un volume dal titolo Science et Christ pubblicato per la prima volta da Édition du Seuil nel 1965, con prefazione a cura di N.M. Wildiers[1] ed in traduzione italiana, con prefazione di Silvana Procacci, da Gabrielli nel 2002[2].

Come precisato nell’Avvertenza anteposta ad entrambe le edizioni questi scritti «non sono stati riveduti dall’autore per un’eventuale pubblicazione, pertanto vengono affidati al lettore quali spunti di lavoro.»[3]

Questo ci induce ad essere cauti nella valutazione di questo scritto, che potrebbe essere stato redatto nel 1919, mentre Teilhard de Chardin era sull’isola di Jersey, per lavorare e studiare, nel periodo compreso fra luglio ed agosto, e con l’occasione incontrare alcuni amici gesuiti  fra cui padre Auguste Valensin[4] e Jules Charles, come si evince da una lettera del 5 Settembre 1919 spedita dall’isola di Jersey a sua cugina Margherite Teilhard-Chambon:

«…Per concludere ho scritto da ultimo otto pagine sul modo di comprender i limiti del corpo umano. Ti dico questo perché Val ne è entusiasta e vuole mandarle a Blondel, insieme ai miei racconti alla Benson. Ti terrò informata se la cosa va in porto e sull’impressione che ha fatto…»[5]

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Pertanto siamo qui a proporlo, consci del fatto che potrebbe contenere imprecisioni che l’autore avrebbe potuto correggere in una successiva revisione, se vi fosse stata; ma confidando anche nell’abilità che Teilhard de Chardin aveva nello scrutare la realtà delle cose con una capacità d’analisi quasi istantanea e spesso senza eccessive rivisitazioni critiche. Ed ecco il testo:

 

«IN CHE COSA CONSISTE IL CORPO UMANO ?

 

(A) Basta aver tentato una volta di precisare a se stessi in che cosa consiste il corpo di un essere vivente per accorgersi di come questa entità, così chiara finché si rimane nell’ambito pratico: «il mio corpo», in teoria sia

(altro…)


Il 24 ed il 25 maggio del 1965, in occasione del decimo anniversario della morte di Pierre Teilhard de Chardin, si tenne a Milano un convegno di studi su “Le Milieu Divin”, come specificato nella nota introduttiva di padre Arcangelo Favaro S.J.:

«una élite di Intellettuali Francesi e Belgi per incontrarsi in dialogo fecondo con un numeroso gruppo di studiosi italiani provenienti, sia pure a titolo personale,  dalle principali Università d’Italia e da varie Facoltà Pontificie di Teologia e Filosofia. Scopo del convegno: approfondire il pensiero spirituale

Panteismo

di Teilhard de Chardin raccolto nella sua opera “Le Milieu Divin”.» (…) «Il Convegno ha voluto essere anche una celebrazione del decimo anniversario della morte di P. Teilhard de Chardin, morto la Domenica di Pasqua del 1955, in un clima di silenzio, di esilio, di abbandono, a dieci anni di distanza, Padre Teilhard de Chardin ha raggiunto una celebrità eccezionale e universale, sia pure determinata da sentimenti e valutazioni opposte, P. Teilhard entusiasma gli uni e irrita gli altri, ma non lascia alcuno indifferente: segno evidente della sua larga influenza sulla spiritualità contemporanea. C’è chi ha parlato di mito, di eresia, di imperialismo della materia, di elemento perturbatore, di cavaliere dell’impossibile; altri invece ha visto nel messaggio di Teilhard una Grazia per la nostra epoca, un nuovo San Tommaso, addirittura il solo contributo di prima importanza che la Francia del ventesimo secolo apporta al mondo moderno.» [1]

Fra i presenti a questo convegno vogliamo ricordare alcune fra le persone che hanno dato molto allo studio ed al chiarimento della figura e del pensiero teilhardiano, a cominciare da Claude Cuenot[2], e poi Ferdinando Ormea[3], Madeleine Barthelemy-Madaule[4]. Ma anche personaggi noti (altro…)


“FISICA E BIOLOGIA: IL PROBLEMA

 

 

L’Uomo è una parte della Vita e ne è addirittura (proprio questa è la tesi sostenuta nelle pagine che seguono) la parte più significativa, più polare, più vivente. Impossibile pertanto apprezzarne adeguatamente la posizione nel Mondo senza definire anzitutto il posto della Vita nell’Universo, e cioè senza riconoscere e affermare in primo luogo ciò che la Vita rappresenta nella struttura generale del cosmo. Anche se per farlo dovremo, più o meno consapevolmente, utilizzare gli indizi forniti dall’osservazione dell’Uomo stesso.

Prendendo posizione sul senso e sul valore del fenomeno Vita nell’evoluzione universale, stabilire possibilmente un ponte (o per lo meno l’abbozzo di un ponte) tra biologia e fisica, ecco qual è (e quale deve essere necessariamente) l’argomento di questo primo capitolo.

Modello (non in scala) di origine e espansione dello spazio-tempo e della materia in esso contenuta. In questo diagramma il tempo aumenta da sinistra a destra, vengono rappresentate due dimensioni spaziali (una dimensione di spazio è stata soppressa); in tal modo, l’Universo ad un certo istante è rappresentato da una sezione circolare del diagramma.

Detto questo, per entrare immediatamente e concretamente nel vivo del problema, mi pare che la cosa migliore sia di ritornare con il pensiero al tempo (una sessantina di anni fa) in cui i Curie annunziarono la scoperta del radium. I fisici di allora (forse lo abbiamo già dimenticato) si trovano di fronte a un singolare dilemma. In quale modo, infatti si doveva tentare di comprendere la natura del nuovo elemento? … Con quella sostanza bizzarra, la scienza si trovava forse di fronte a una forma particolarmente aberrante della Materia? Oppure a un nuovo stato della medesima? Si trattava di un’anomalia (altro…)


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«In realtà, anche se non ho avuto troppo tempo per pensare, da tre mesi in qua, in compenso le mie idee si sono consolidate e chiarificate e gli elementi importanti hanno assunto il loro autentico valore. E allora vedo più distintamente quanto la mia vita interiore sia definitivamente dominata da queste due montagne gemelle: una fede illimitata in Dio, animatore del Mondo,  e una fede inconfondibile nel mondo (specialmente umano) animato da Dio. Opportuno e inopportuno, come diceva San Paolo,  mi sento deciso a dichiararmi ” credente ” nell’avvenire del mondo malgrado le apparenze, malgrado una falsa ortodossia che confonde progresso e materialismo, cambiamento e liberalismo, perfezionamento umano e naturalismo…

Non ho altra ambizione che quella di lasciare dietro di me la traccia di una vita logica, tutta tesa verso le grandi speranze del Mondo. Là è l’avvenire della vita religiosa umana. Ne sono sicuro come della mia esistenza.»

Tientsin, 7 Agosto 1927

(Pierre Teilhard de Chardin, Lettere di Viaggio – raccolte e presentate da Claude Aragonnès, ed. Giangiacomo Felrinelli, Milano 1962, p.84)


121_Teilhard02Ritorniamo sulle vicende del Monitum che fu emesso il 30 Giugno del 1962 ai danni dell’opera di Teilhard de Chardin, e di cui abbiamo già scritto in precedenza (qui e qui), per approfondire alcuni particolari che possono chiarire l’atmosfera controversa che avvolgeva la figura di Teilhard de Chardin negli stessi ambienti ecclesiastici.

Per il nostro fine ci avvarremo delle memorie, molto dettagliate, che padre Henri de Lubac SJ [1] ha pubblicato in due opere distinte, la prima edita per la prima volta in Francia nel 1989 dal titolo Mémoire sur l’occasion de mes écrits[2]  e la seconda sempre edita in Francia per la prima volta nel 2007 dal titolo Carnets du Concile[3] .

Ecco l’incipit della parte relativa a Teilhard delle Mémorie

 

«Dopo padre de Montcheuil nel 1944, Maurice Blondel nel 1949, padre Valesin nel 1953, padre Pierre Teilhard de Chardin moriva il 10 Aprile 1955, giorno di Pasqua, a New York. Sono note la sua fulminante celebrità postuma e le battaglie combattute intorno al suo nome e alla sua opera ancora poco e mal conosciuta, il più delle volte da antagonisti incapaci da una parte e dall’altra di giudicare obiettivamente.»[4]

 

Nel capitolo quarto delle Mémorie intitolato ‘Il fulmine di Fourvière’ de Lubac descrive le fasi che lo hanno portato al divieto di pubblicazione su alcuni argomenti ed all’insegnamento, con provvedimento della Compagnia di Gesù, ma indotto dal polverone alzato dall’ala neo-tomista capeggiata da Reginald Garrigou-Lagrange, teologo domenicano francese, che riuscirono a far inserire nella Enciclica Humani Generis, che attaccava direttamente il Modernismo e l’Evoluzionismo, un testo che accusava il gruppo dei teologi di Lione-Fourvière, di cui de Lubac faceva parte, di seguire una Nouvelle Théologie che, opponendosi alla scolastica, proponeva un ritorno alle fonti, ovvero Sacre Scritture e scritti dei primi Padri della Chiesa. Una prima (altro…)


 

Presentiamo qui un passo tratto da quello che può essere considerato il primo libro di Joseph Ratzinger, che ha avuto una notevole diffusione in diversi paesi del mondo e di cui si sono avute un gran numero di ristampe in ogni lingua. E’ la parte che l’allora prof. Ratzinger, poi divenuto Benedetto XVII, dedica al pensiero di Teilhard de Chardin, non nascondendo le sue simpatie per tale pensiero, come si evince leggendolo.Joseph Ratzinger in una foto del 1971

Questo volume nasce nel 1968 da una raccolta di lezioni tenute per un corso aperto agli studenti di teologia, svoltesi alla facoltà cattolica di Tubinga dall’allora prof. Joseph Ratzinger nel 1967, diligentemente raccolte su un magnetofono dal suo assistente Peter Kuhn, a sua volta divenuto esperto studioso di giudaismo.

Il prof. Ratzinger era giunto a Tubinga da meno di un anno (1966), ed avevano insistito per il suo arrivo a questa università il suo amico e teologo Hans Kung ed il suo giovane collega Max Seckler. Infatti era da soli tre anni insegnate a Münster, dopo essere stato da aprile 1959 professore ordinario di Teologia fondamentale all’Università di Bonn.

Per comprendere meglio il significato e la portata di questo scritto bisogna fare un piccolo passo indietro nella vita di Joseph Ratzinger. Infatti nel 1959, mentre era a Bonn, quale professore di Teologia fondamentale, il cardinale Frings, arcivescovo di Colonia, gli chiede di preparargli un discorso da tenere, su invito del cardinale Siri , a Genova, sui problemi da trattare nel Concilio, e come racconta lo stesso Ratzinger in un’intervista del 2005: «questa conferenza, che poteva apparire forse rivoluzionaria no, ma certo un po’ audace, piacque moltissimo a Papa Giovanni XXIII, che abbracciando Frings, gli disse: “Proprio queste erano le mie intenzioni nell’indire il Concilio”». Il cardinale Frings è uno dei membri della commissione centrale inerente la sua preparazione del Concilio Vaticano II, che lo invita ad accompagnarlo a Roma insieme al suo segretario Luthe, come consulente teologo.

Nei primi due mesi del Concilio, è presente in qualità di perito privato del cardinale Frings, ma a novembre il Papa lo nomina perito ufficiale, così da quel momento può partecipare ufficialmente a tutte le sedute. Così entrerà in contatto con eminenti teologi dell’epoca come Jean Danielou, Yves Congar , Henri De Lubac, Marie Dominique Chenu, Karl Rahner, Gérard Philips.

Bisogna comunque ricordare che Ratzinger non cadrà mai in eccessi di progressismo derivante dalle nuove aspettative generatesi dal Concilio stesso, restando sempre in una posizione equilibrata che definirei di estrema saggezza. Infatti già in una conferenza del 1966 dirà: «…forse vi sareste attesi un quadro più lieto e luminoso. E ce ne sarebbe forse anche motivo, per certi aspetti. Ma mi sembra importante mostrare i due volti di quanto ci ha riempito di gioia e di gratitudine al Concilio, comprendendo così anche l’appello e l’incarico che vi sono contenuti. E mi sembra importante segnalare il pericoloso, nuovo trionfalismo nel quale cadono spesso proprio i denunciatori del trionfalismo passato. Fino a quando la Chiesa è pellegrina sulla terra, non ha diritto di gloriarsi di se stessa. Questo nuovo modo di gloriarsi potrebbe diventare più insidioso di tiare e sedie gestatorie che, comunque, sono ormai motivo più di sorriso che di orgoglio». Infatti oltre ad essere preoccupato degli eccessi di innovazione per la Chiesa, Ratzinger è anche preoccupato per l’arroccarsi di alcuni padri conciliari su posizioni troppo arretrate (“di tiare e sedie gestatorie che, comunque, sono ormai motivo più di sorriso che di orgoglio”) come sottolinea anche De Lubac nel suo volume Quaderni del Concilio[1] «…colloquio con il dott. Joseph Ratzinger. Le notizie della prima riunione della Commissione mista l’hanno costernato. Egli pensa che l’orientamento di questa Commissione, nella quale domina il trio Ottavini-Tromp-Parente, con i loro esperti come Fenton, non risponde affatto alle intenzioni del concilio. Si vedrà…»[2] (altro…)


I Salmi, gen-apr. 2014

 

 

 

 

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Locandina: I Salmi, gen-apr. 2014


Per quello che mi è dato sapere, non mi risulta che siano stati fatti sinora accostamenti tra la figura di Teilhard de Chardin e Fëdor Michajlovič Dostoevskij sul piano della visione tipicamente teilhardiana del futuro dell’uomo come ‘unione creatrice’, parafrasando Bergson (se invece esiste un’analisi in tal senso, mi scuso per non averne avuto ancora notizie).

Portarait of philosopher Vladimir Solovyov

Unico lavoro, di mia conoscenza, che accosta uno scrittore russo a Teilhard de Chardin, è il bel libro di Karl Vladimir Truhlar,  padre gesuita docente dell’Università Gregoriana, che nel 1966 scrisse Teilhard und Soloviev. Dichtung und religiöse Erfahrung.[1]

Ma come è possibile accostare due personaggi così diversi, uno romanziere, l’altro scienziato; uno nato e vissuto in Russia, l’altro nato in Francia e vissuto, oltre che nel paese natio, gran parte della sua vita in giro per il mondo, ma soprattutto in Cina e negli Stati Uniti; uno laico ortodosso, l’altro sacerdote cattolico nella Compagnia di Gesù.

Sembra, apparentemente, che l’unico punto di contatto fra i due sia il 1881, anche se è molto difficile considerarlo come un vero punto che li unisce, infatti in questo anno, e precisamente il 9 febbraio, Dostoevskij muore a

Dostoevskij nel 1876

Pietroburgo, e qualche mese più tardi, il 1° Maggio, Teilhard nasce a Orcines, un piccolo comune francese della regione dell’ Alvernia.

E’ utile a questo punto ritenere che, se vi è qualcosa che unisce questi due personaggi così diversi, non è da ricercare nella loro biografia, bensì oltre, un ‘oltre’ che è ben espresso da Soloviev nel suo Principi filosofici della conoscenza integrale così come citato nel testo di Truhlar :

« Indubbiamente in ogni essere umano sotto ogni sentimento, sotto ogni rappresentazione determinata e sotto ogni volontà determinata, è insita una percezione immediata della realtà (altro…)


Link diretto : Conferenza su Teilhard de Chardin

Lectio Magistralis