Kierkegaard

Presento qui l’introduzione che lo stesso Kierkegaard fa ad uno dei suoi testi più famosi ‘La malattia mortale‘ – un testo che racchiude in sè la concezione del cristianesimo che questo autore esprime – così come ben sottolineato da quel grande studioso di Kierkegaard che è stato Cornelio Fabro: «Nel Cristianesimo il peccato è “atto” di libertà, è il suo muoversi verso la propria perdizione: perché l’io si scandalizza, perché non supera la “possibilità dello scandalo”. Con la venuta di Cristo, l’io dell’uomo non si trova più semplicemente “davanti a Dio”, come Socrate e tutta la grecità, ma esso ha davanti a sé l’Uomo-Dio, Gesù Cristo. L’Uomo-Dio pone lo “scandalo essenziale” in cui la fede ha la sua prova decisiva: aver fede, oggi,  è precisamente credere alla divinità di Gesù Cristo, il Figlio di Dio che si è incarnato per strapparci precisamente alla disperazione del peccato. Perciò la forma più grave di disperazione, il peccato contro lo Spirito Santo, è di scandalizzarsi di Cristo, di negare la “sintesi” del paradosso dell’Uomo-Dio che costituisce la possibilità dello scandalo. Questa è detta la “forma positiva” dello scandalo: essa parte direttamente all’attacco della divinità di Cristo e dalla Verità del Cristianesimo che viene dichiarato per “falsità e bugia” (Usandhed og Loegn) in quanto o si nega la realtà dell’umanità di Cristo (Docetismo) o la sua divinità (razionalismo) e il Cristianesimo vien liquidato come poesia e mitologia.»[1]

 Ad essere sincero mi viene in mente, leggendo questa Avvertenza di Cornelio Fabro,  Lessing col suo ‘Sulla prova dello spirito e della forza’ in cui rileva un salto (metàbasi) «Cioè: casuali verità storiche non possono mai essere la (altro…)


Vorrei confessarmi ma non ne sono capace, perché il mio cuore è vuoto. Ed è vuoto come uno specchio che sono costretto a fissare. Mi ci vedo riflesso e provo soltanto disgusto e paura. Vi leggo indifferenza verso il prossimo, verso tutti i miei irriconoscibili simili. Vi scorgo immagini di incubo nate dai miei sogni e dalle mie fantasie

Perché non è possibile cogliere Dio coi propri sensi? Per quale ragione si nasconde tra mille e mille promesse e preghiere sussurrate e incomprensibili miracoli? Perché io dovrei avere fede nella fede degli altri? Che cosa sarà di coloro i quali non sono capaci né vogliono avere fede? Perché non posso uccidere Dio in me stesso? Perché continua a vivere in me sia pure in modo vergognoso e umiliante anche se io lo maledico e voglio strapparlo dal mio cuore? E perché nonostante tutto egli continua a essere uno struggente richiamo di cui non riesco a liberarmi?

Io vorrei sapere, senza fede, senza ipotesi, voglio la certezza. Voglio che Iddio mi tenda la mano e scopra il suo volto nascosto e voglio che mi parli […] Lo chiamo e lo invoco, e se Egli non risponde io penso che non esiste.

Ma allora la vita non è che un vuoto senza fine. Nessuno può vivere sapendo di dover morire un giorno come cadendo nel nulla senza speranza.”

Ho voluto inserire il video con il corretto dialogo di Antonius Block (Max Vin Sydow) in cui nelle prime frasi ricorre un paradosso che è PURTROPPO ancora attualissimo quello in cui la metafora di un cuore vuoto che si guarda allo specchio riflette “indifferenza verso il prossimo” presi come si è da un alienante vita esteriore che oggi come allora percorre l’animo della maggior parte di noi presi dalla materialità della vita quotidiana dimenticando ogni giorno di più chi siamo e lasciando spazio solo a quello che vogliamo apparire e forse non siamo nenache noi a volerlo, ma siamo trascinati in questa corrente qualunquistica che ci fa vivere una vita non nostra fatta di gesti non meditati e di parole poco soppesate, in un vortice in cui l’IO prevale dimentico della sua esistenza sociale che è in una parola che ormai non comprendiamo più “NOI”.