Presentiamo qui un passo tratto da quello che può essere considerato il primo libro di Joseph Ratzinger, che ha avuto una notevole diffusione in diversi paesi del mondo e di cui si sono avute un gran numero di ristampe in ogni lingua. E’ la parte che l’allora prof. Ratzinger, poi divenuto Benedetto XVII, dedica al pensiero di Teilhard de Chardin, non nascondendo le sue simpatie per tale pensiero, come si evince leggendolo.Joseph Ratzinger in una foto del 1971

Questo volume nasce nel 1968 da una raccolta di lezioni tenute per un corso aperto agli studenti di teologia, svoltesi alla facoltà cattolica di Tubinga dall’allora prof. Joseph Ratzinger nel 1967, diligentemente raccolte su un magnetofono dal suo assistente Peter Kuhn, a sua volta divenuto esperto studioso di giudaismo.

Il prof. Ratzinger era giunto a Tubinga da meno di un anno (1966), ed avevano insistito per il suo arrivo a questa università il suo amico e teologo Hans Kung ed il suo giovane collega Max Seckler. Infatti era da soli tre anni insegnate a Münster, dopo essere stato da aprile 1959 professore ordinario di Teologia fondamentale all’Università di Bonn.

Per comprendere meglio il significato e la portata di questo scritto bisogna fare un piccolo passo indietro nella vita di Joseph Ratzinger. Infatti nel 1959, mentre era a Bonn, quale professore di Teologia fondamentale, il cardinale Frings, arcivescovo di Colonia, gli chiede di preparargli un discorso da tenere, su invito del cardinale Siri , a Genova, sui problemi da trattare nel Concilio, e come racconta lo stesso Ratzinger in un’intervista del 2005: «questa conferenza, che poteva apparire forse rivoluzionaria no, ma certo un po’ audace, piacque moltissimo a Papa Giovanni XXIII, che abbracciando Frings, gli disse: “Proprio queste erano le mie intenzioni nell’indire il Concilio”». Il cardinale Frings è uno dei membri della commissione centrale inerente la sua preparazione del Concilio Vaticano II, che lo invita ad accompagnarlo a Roma insieme al suo segretario Luthe, come consulente teologo.

Nei primi due mesi del Concilio, è presente in qualità di perito privato del cardinale Frings, ma a novembre il Papa lo nomina perito ufficiale, così da quel momento può partecipare ufficialmente a tutte le sedute. Così entrerà in contatto con eminenti teologi dell’epoca come Jean Danielou, Yves Congar , Henri De Lubac, Marie Dominique Chenu, Karl Rahner, Gérard Philips.

Bisogna comunque ricordare che Ratzinger non cadrà mai in eccessi di progressismo derivante dalle nuove aspettative generatesi dal Concilio stesso, restando sempre in una posizione equilibrata che definirei di estrema saggezza. Infatti già in una conferenza del 1966 dirà: «…forse vi sareste attesi un quadro più lieto e luminoso. E ce ne sarebbe forse anche motivo, per certi aspetti. Ma mi sembra importante mostrare i due volti di quanto ci ha riempito di gioia e di gratitudine al Concilio, comprendendo così anche l’appello e l’incarico che vi sono contenuti. E mi sembra importante segnalare il pericoloso, nuovo trionfalismo nel quale cadono spesso proprio i denunciatori del trionfalismo passato. Fino a quando la Chiesa è pellegrina sulla terra, non ha diritto di gloriarsi di se stessa. Questo nuovo modo di gloriarsi potrebbe diventare più insidioso di tiare e sedie gestatorie che, comunque, sono ormai motivo più di sorriso che di orgoglio». Infatti oltre ad essere preoccupato degli eccessi di innovazione per la Chiesa, Ratzinger è anche preoccupato per l’arroccarsi di alcuni padri conciliari su posizioni troppo arretrate (“di tiare e sedie gestatorie che, comunque, sono ormai motivo più di sorriso che di orgoglio”) come sottolinea anche De Lubac nel suo volume Quaderni del Concilio[1] «…colloquio con il dott. Joseph Ratzinger. Le notizie della prima riunione della Commissione mista l’hanno costernato. Egli pensa che l’orientamento di questa Commissione, nella quale domina il trio Ottavini-Tromp-Parente, con i loro esperti come Fenton, non risponde affatto alle intenzioni del concilio. Si vedrà…»[2] (altro…)

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