Presentiamo qui una parte di un testo teilhardiano dal titolo Il mio Universo [1] che interpreta il significato della venuta del Cristo al mondo, non è un testo mistico sul Natale, ma una interpretazione nel modo usuale di Teilhard de Chardin, ovvero uno scritto che impegna sia la filosofia che la teologia, passando per concetti anche scientifici (in senso lato). Quindi il solito modo teilhardiano di essere

404px-Gerard_van_Honthorst_002interdisciplinare, quel modo che è stato frutto di tante incomprensioni da parte dei puristi delle varie branche (filosofi, teologi e scienziati) che non hanno accettato tale metodo che potremmo definire ‘olistico’.

Utilizzando le parole di Fabio Mantovani diciamo:

 

«La visione del mondo di TdC e i principi fondamentali su cui si fonda sono esposti in questo documento, che è perciò di grande importanza per la comprensione del suo pensiero. La validità della sua visione è direttamente garantita – egli afferma – dalla gran pace che procura, poiché l’apparente disordine delle cose si tramuta in ineffabile unità.»[2]

 

Ed è proprio con le stesse parole che utilizza Teilhard per introdurre  questo testo e darne le giuste chiavi di lettura, che vogliamo introdurre la parte che ci ha interessato in questo breve articolo:

 

«Le pagine che seguiranno non pretendono in alcun modo di dare una spiegazione definitiva del Mondo. Esse non mirano a stabilire direttamente alcuna teoria generale del pensiero, dell’azione e della mistica, come se gli orizzonti che scoprono dovessero imporsi tali e quali, immediatamente, a tutte le menti, a spese di certi altri modi di vedere considerati, a ragione o a torto, più tradizionali o più comuni. Mi propongo semplicemente di esporre il modo personale di (altro…)


Il 24 ed il 25 maggio del 1965, in occasione del decimo anniversario della morte di Pierre Teilhard de Chardin, si tenne a Milano un convegno di studi su “Le Milieu Divin”, come specificato nella nota introduttiva di padre Arcangelo Favaro S.J.:

«una élite di Intellettuali Francesi e Belgi per incontrarsi in dialogo fecondo con un numeroso gruppo di studiosi italiani provenienti, sia pure a titolo personale,  dalle principali Università d’Italia e da varie Facoltà Pontificie di Teologia e Filosofia. Scopo del convegno: approfondire il pensiero spirituale

Panteismo

di Teilhard de Chardin raccolto nella sua opera “Le Milieu Divin”.» (…) «Il Convegno ha voluto essere anche una celebrazione del decimo anniversario della morte di P. Teilhard de Chardin, morto la Domenica di Pasqua del 1955, in un clima di silenzio, di esilio, di abbandono, a dieci anni di distanza, Padre Teilhard de Chardin ha raggiunto una celebrità eccezionale e universale, sia pure determinata da sentimenti e valutazioni opposte, P. Teilhard entusiasma gli uni e irrita gli altri, ma non lascia alcuno indifferente: segno evidente della sua larga influenza sulla spiritualità contemporanea. C’è chi ha parlato di mito, di eresia, di imperialismo della materia, di elemento perturbatore, di cavaliere dell’impossibile; altri invece ha visto nel messaggio di Teilhard una Grazia per la nostra epoca, un nuovo San Tommaso, addirittura il solo contributo di prima importanza che la Francia del ventesimo secolo apporta al mondo moderno.» [1]

Fra i presenti a questo convegno vogliamo ricordare alcune fra le persone che hanno dato molto allo studio ed al chiarimento della figura e del pensiero teilhardiano, a cominciare da Claude Cuenot[2], e poi Ferdinando Ormea[3], Madeleine Barthelemy-Madaule[4]. Ma anche personaggi noti (altro…)


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Introduzione

LE ORIGINI DEGLI DEI

LA GENESI SUMERA

SUMER E TERAH

ABRAMO ED IL SUO DIO

ABRAMO E L’ EGITTO

EGITTO COSTANTE

DOPO 430 ANNI MOSE’

MOSE’ E L’ALLEANZA

IL NUOVO CULTO

L’AGONIA RELIGIOSA

I ‘Me’ rigeneratori religiosi

  

 

Con il libro di Giosuè incomincia quella che possiamo definire l’odissea delle Tavole dell’Alleanza. Infatti vediamo che dopo alterne vicende esse entreranno nell’appena innalzato tempio di Gerusalemme. Il capitolo III di questo libro al versetto 18 ci mostra qualcosa di simile al passaggio del Mar Rosso fatto dagli israeliti sotto la guida di Mosè. Infatti come Mosè per intercessione di   Javhè fece aprire le acque del Mar Rosso per permettere il passaggio al popolo d’israele, così, questa volta sotto la guida di Giosuè, i Leviti addetti al trasporto dell’Arca dell’Alleanza, contenente le omonime tavole, che noi abbiamo identificato con i ‘Me’, sostano nel mezzo del fiume Giordano per permettere l’attraversamento del popolo israelitico, dopo che il miracoloso passaggio dell’Arca ha prosciugato un corridoio fra le acque. Arca dell'AlleanzaTutto questo ci comprova, o ci insospettisce ulteriormente, sul fatto che Mosè non fosse l’artefice dell’apertura del Mar Rosso, ma come dimostrano le nostre tesi, questo miracolo è stato opera delle sacre Tavole, già in possesso di Mosè, prima dell’arrivo al monte Sinai. Evitando comunque la logica del miracolo in sé, possiamo benissimo accettare questi due passi come metaforici, ma resta pur sempre il fatto che i due passi sono legati dalla presenza in loco, omessa nel primo racconto, delle Tavole o meglio dell’Arca. Sono sempre le Tavole, o meglio l’Arca che nel capitolo VI dello steso libro permettono miracolosamente l’abbattimento delle mura di Gerico. Con il 1° libro di Samuele e precisamente nel capitolo IV sappiamo che l’Arca viene catturata dai Filistei dopo la sconfitta degli Israeliti contro questi ultimi. Ed è curioso che essa ritorni agli israeliti a causa di una peste che aveva colpito i Filistei a causa dell’Arca rubata. Poi nel 2° libro di Samuele, è scritto che l’arca viene trasportata in Gerusalemme. Ed è sotto la figura di Salomone che sarà eretto il tempio di Gerusalemme che sarà la dimora definitiva dell’Arca e quindi delle stesse tavole dell’Alleanza, come descritto dal 1° libro dei Re. Quindi il 2° libro dei Re, ci informa del ritrovamento di un ‘libro della legge‘ molto antico nel tempio di Gerusalemme e fatto molto importante per noi racconta delle invasioni dei Caldei e della deportazione in Babilonia. Questi ultimi avvenimenti sono (altro…)


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LE ORIGINI DEGLI DEI

LA GENESI SUMERA

SUMER E TERAH

ABRAMO ED IL SUO DIO

ABRAMO E L’ EGITTO

EGITTO COSTANTE

DOPO 430 ANNI MOSE’

MOSE’ E L’ALLEANZA

IL NUOVO CULTO

 Evoluzione cultuale da Abramo a Mosè

 

 

 

Innegabile, sembra essere il collegamento della figura di Abramo con quella di Mosè, ma altrettanto innegabile resta anche la novità che Mosè rappresenta per la fede d’israele ! Possiamo infatti notare che, seppure il redattore ha tentato, con estrema dovizia di particolari di rendere unico il corpus dell’intero pentateuco, il suo sforzo è riuscito solo per la forma che rappresenta le genealogie dei principali protagonisti di questa serie di libri. Infatti credo di poter affermare con coscienza che seppure genealogicamente uniti, i due primi libri del pentateuco, Genesi ed Esodo, presentano una profonda frattura, che nasce proprio dal brusco passaggio dalla figura di Giuseppe a quella di Mosè. Nonostante siano inclusi ambedue nel mondo egizio, presentano profonde divergenze a causa del loro operato. MosesDeterminante a riguardo, mi sembra proprio essere l’aspetto antitetico del loro operato: Giuseppe è partecipe della gloria e della potenza del faraone, oltre ad essere il fautore dell’entrata in Egitto d’israele; Mosè d’altro canto è contro la figura del faraone ed è il fautore dell’uscita di israele dall’Egitto. Pertanto ne nasce una profonda antitesi dei due elementi.

Quindi, come in uno strano gioco di comunanze, è possibile vedere che nella figura di Abramo è raggiunta e superata la stessa figura di Mosè, egli, parallelamente all’operato di Giuseppe, entra in Egitto, e come poi farà Mosè, ne esce con l’aiuto di Javhè . Quindi anche la figura di Abramo tende a dimostrarsi sintesi del suo stesso futuro, e le figure di Giuseppe e Mosè perdono molto del loro valore, in quanto fanno parte di un ripetersi quasi ciclico dell’azione attorno al paese d’Egitto, mutili, l’uno dell’esodo, l’altro della discesa, ma che comunque rendono più marcate dette azioni rispetto alle stesse compiute dal loro comune antenato Abramo.

Notevole pertanto l’intreccio delle tre figure, attorno al paese d’Egitto. Oltretutto, sembra anche di notevole interesse, che il letargo del popolo (altro…)


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                                EGITTO COSTANTE

 

DOPO 430 ANNI MOSE’

L’ Esodo dall’Egitto

Il secondo libro biblico, l’Esodo, comincia con l’elenco dei figli di Israele entrati in Egitto, e descrive il loro proliferare. Ed è il secondo capitolo a parlarci della nascita di un bambino ad una coppia della famiglia di Levi. Ma esisteva un editto del faraone che istigava all’uccisione di ogni figlio maschio nato da una coppia di Israelita. Pertanto, non potendolo tenere con sé, la mamma lo pose in un cesto e lo abbandonò alla corrente del Nilo, e fu da qui ripescato dalla figlia del faraone che stava bagnandosi in quelle acque. La sorella del bimbo che aveva seguito il percorso della cesta intervenne consigliando la principessa di chiamare una nutrice ebrea per allattare il neonato. Il piccolo fu adottato quale figlio della principessa e fu da essa chiamato Mosè. Esso sarà il fautore dell’Esodo e della conquista della terra promessa.

La storia che apre il libro dell’Esodo effettivamente offre già qualche problema per l’accettazione dei fatti così come sono narrati. Innanzitutto, la storiaTiepolo mose salvato dalle acque dell’abbandono sulle acque del fiume di una cesta contenente un bimbo che poi diverrà un capo, è già da noi conosciuta in una fonte più antica quella che descrive la leggenda della nascita del re Sargon, fondatore della dinastia semitica di Accad attorno al 2340 a.C.      

Infatti tale leggenda racconta di Sargon quale figlio di una sacerdotessa di Enitu, la quale non potendo partorire figli legittimamente, nascose la sua gravidanza ed alla nascita pose il bimbo in una cesta abbandonandola sulle rive dell’Eufrate dal quale fu tratto da Akki, che lo allevò. A parte la non (altro…)


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                                 ABRAMO ED IL SUO DIO

 

 

ABRAMO E L’ EGITTO

Uno strano connubio

«Venne una carestia nel paese e Abram scese in Egitto per soggiornarvi, perché la carestia gravava sul paese »[1] (…)

«Dall’Egitto Abram ritornò nel Negheb con la moglie e tutti i suoi averi ; Lot era con lui . Abram era molto ricco in bestiame, argento e oro.»[2]

E’ ora il capitolo XII della Genesi a dirci, che poco dopo esser giunto in Canaan, Abramo intraprende un nuovo viaggio alla volta dell’Egitto a causa di una tremenda carestia che imperversava sulla terra di Canaan pressappoco nello stesso periodo del loro arrivo in quei territori. Non dimentichiamo che appena giunto nella zona di Canaan, Abramo, letteralmente ha un apparizione di Dio in sogno a Sichem, ma più verosimilmente fa semplicemente sosta nei luoghi sacri ai Canaanei, infatti oltre ad erigere un altare in Sichem, ne erige un altro anche nella zona compresa fra Betel ed Ai. Tutto questo sembra indicare un semplice tentativo di estendere la personalità del proprio Dio a quei luoghi, infondendo una nuova identità agli dei indigeni, se il tutto non è frutto di aggiunte posteriori per giustificare luoghi di culto pagani in un regno ebraico in cui la Genesi risultava essere ‘pane quotidiano‘. Sorge ora però un nuovo elemento nel racconto biblico che sembra essere troppo strano perché lo si possa lasciare di menzionare. Infatti Abramo intimorito da quello che poteva accadere nella terra d’Egitto a causa della bellezza di sua moglie Sarai, escogita un piano per la propria salvezza.  Consiglia dunque Sarai di affermarsi sorella di Abramo in modo che avrebbe potuto ucciderlo per prendersi lei quale moglie.[3] Il piano riesce parzialmente, ed esattamente secondo le previsioni del Patriarca, gli egiziani colpiti dalla bellezza di Sarai la sottraggono ad Abramo per condurla quale concubina del faraone, che per riguardo a lei trattò bene Abramo donandogli addirittura greggi, armenti e schivi. Ma il Signore colpì il faraone per l’accaduto, il quale restituì Sarai ad Abramo sgridandolo per l’inganno fattogli, cioè per averla proposta quale sua sorella e non moglie . Quindi fece accompagnare Abramo fuori dall’Egitto lasciandogli quanto gli aveva donato.[4]

Cerchiamo a riguardo di questi ultimi avvenimenti innanzitutto di stabilire i periodi esatti, per quanto possibile, dell’accaduto. Accettando quindi la nostra datazione quale reale, vediamo che dal 2000 a.C. al 1790 a.C. in Egitto troviamo in atto la XII dinastia succeduta ad uno di quegli oscuri periodi intermedi che caratterizzano la storia antica di questo paese. Il faraone sotto il quale possiamo far risalire la storia di Abramo in Egitto sembra essere Sesostris I, che regnò ininterrottamente dal 1971 al 1928 a.C.

Sembra quindi utile delineare un profilo storico della situazione e della stessa figura del faraone sotto il quale è avvenuto l’incontro che suscita in noi tanto interesse. Sembra che il periodo al quale ci riferiamo, denominato dagli studiosi Medio Regno, abbia inizio verso il 2065 a.C., quando un re tebano unificherà sotto di sé l’intero Egitto e prenderà il titolo di faraone col nome di Mentuhotpe I. Alla sua dinastia, l’XI, succedette la XII costituita dai membri di una famiglia di visir. Il primo sovrano è Amenemhat I, il cui regno finì bruscamente per una congiura di palazzo, nel periodo in cui già era coregente il figlio Sesostris I. Gli succedette il figlio Sesostris I che intraprese varie conquiste in Nubia. Meno noti sembrano essere i regni dei successori Amenemhat II e Sesostris II.Aton e Sesostri I - Karnak

Sesostris III fu invece uno dei più grandi faraoni della storia egizia ed il suo nome ricorre anche nelle leggende narrate dagli storici greci . Fece fortunate compagne in Palestina ed in Nubia, dove stabilì fortezze . Il figlio Amenemhat III si occupò principalmente dello sfruttamento agricolo ed economico dell’Egitto, specie del Faiyum.

La letteratura scientifica, in questo periodo è presente con trattati vari di medicina, veterinaria, calcolo e geometria. Sotto forma specialmente figurata si possono menzionare saggi di scienze naturali. Questa letteratura, tutta (altro…)


Questa sequenza tratta dal film L’uomo venuto dal Kremlino – Nei panni di Pietro del 1968 riporta fedelmente il passaggio di uno scritto di Teilhard de Chardin del 1934 intitolato Comment Je crois (Come io credo). L’esatto passo era : « Si par suite de quelque renversement intérieur, je venais à perdre successivement ma foi au Christ, ma foi en un Dieu personnel, ma foi en l’Esprit, il me semble que je continuerais à croire au Monde. Le Monde (la valeur, l’infaillibilité et la bonté du Monde), telle est, en dernière analyse, la premìère et la seule chose à laquelle je crois. C’est par cette foi que je vis, et c’est à cette foi, je le sens, que, au moment de mourir, par-dessus tous les doutes, je m’abandonnerai… A’ la foi confuse en un monde Un et Infaillible je m’abbandone, où qu’elle me conduise» (Se, a seguito di un qualche capovolgimento interiore, io dovessi perdere successivamente la fede in Cristo, la fede in un Dio personale, la fede nello Spirito, a me sembra che io continuerei invincibilmente, a credere nel Mondo. Il Mondo (il valore, l’nfallibilità e la bontà del Mondo), ecco in ultima analisi, la prima, l’ultima e l’unica cosa in cui io creda. E’ di questa fede che vivo. Ed è a questa fede che, io lo sento, all’ora della morte, oltre tutti i dubbi, io m’abbandonerò.)  

Questo scritto fu aspramente criticato su L’Osservatore Romano del 30 Giugno 1962 dal redattore anonimo, e furono queste parole ad essere comentate con la frase «Sono parole del 1934, ma quanto sarebbe stato meglio che non fossero mai state scritte!».

Il film seppur con attori famosi come Anthony Quinn, Laurence Olivier, Oskar Werner (che interpreta Teilhard, qui chiamato Telemond), David Janssen, Vittorio De Sica ed altri ancora, non ebbe grande successo, fu considerato di fantapolitica, anche per la figura nuova per quei tempi di un Papa (Anthony Quinn) eletto fra cardinali non italiani o meglio dell’est europa (cosa che avverrà per la prima volta solo dieci anni dopo il film con l’elezione di Karol Wojtyla ).

Ritengo che questo video  possa essere un giusto complemento al mio post precedente ( https://ottaviopongoli.wordpress.com/2012/02/04/1962-2012-cinquantenario-del-monitum/).


Vorrei confessarmi ma non ne sono capace, perché il mio cuore è vuoto. Ed è vuoto come uno specchio che sono costretto a fissare. Mi ci vedo riflesso e provo soltanto disgusto e paura. Vi leggo indifferenza verso il prossimo, verso tutti i miei irriconoscibili simili. Vi scorgo immagini di incubo nate dai miei sogni e dalle mie fantasie

Perché non è possibile cogliere Dio coi propri sensi? Per quale ragione si nasconde tra mille e mille promesse e preghiere sussurrate e incomprensibili miracoli? Perché io dovrei avere fede nella fede degli altri? Che cosa sarà di coloro i quali non sono capaci né vogliono avere fede? Perché non posso uccidere Dio in me stesso? Perché continua a vivere in me sia pure in modo vergognoso e umiliante anche se io lo maledico e voglio strapparlo dal mio cuore? E perché nonostante tutto egli continua a essere uno struggente richiamo di cui non riesco a liberarmi?

Io vorrei sapere, senza fede, senza ipotesi, voglio la certezza. Voglio che Iddio mi tenda la mano e scopra il suo volto nascosto e voglio che mi parli […] Lo chiamo e lo invoco, e se Egli non risponde io penso che non esiste.

Ma allora la vita non è che un vuoto senza fine. Nessuno può vivere sapendo di dover morire un giorno come cadendo nel nulla senza speranza.”

Ho voluto inserire il video con il corretto dialogo di Antonius Block (Max Vin Sydow) in cui nelle prime frasi ricorre un paradosso che è PURTROPPO ancora attualissimo quello in cui la metafora di un cuore vuoto che si guarda allo specchio riflette “indifferenza verso il prossimo” presi come si è da un alienante vita esteriore che oggi come allora percorre l’animo della maggior parte di noi presi dalla materialità della vita quotidiana dimenticando ogni giorno di più chi siamo e lasciando spazio solo a quello che vogliamo apparire e forse non siamo nenache noi a volerlo, ma siamo trascinati in questa corrente qualunquistica che ci fa vivere una vita non nostra fatta di gesti non meditati e di parole poco soppesate, in un vortice in cui l’IO prevale dimentico della sua esistenza sociale che è in una parola che ormai non comprendiamo più “NOI”.


E’ così crudelmente impensabile percepire Dio con i propri sensi?

Perché deve nascondersi in una nebbia di mezze promesse

e di miracoli che nessuno ha visto?

Come possiamo credere in chi crede se non crediamo a noi stessi ?

Cosa sarà di quelli che come noi vorrebbero credere

ma non ci riescono ?

E cosa sarà di quelli che non vogliono e non possono credere?

Perché non posso uccidere Dio in me stesso ?

Perché continua a vivere in me, in questo modo doloroso e umiliante

anche se io lo maledico e voglio strapparlo dal mio cuore?

E perché, nonostante tutto, continua ad essere una realtà illusoria

da cui non riesco a liberarmi?

[…] Io voglio sapere. Non credere. Non supporre. Voglio sapere.

Voglio che Dio mi tenda la mano, che mi sveli il suo volto, mi parli […]

Lo chiamo nelle tenebre, ma a volte è come se non esistesse.

[…] Allora la vita è un assurdo orrore.

Nessuno può vivere con la Morte davanti agli occhi sapendo

che tutto è nulla “ ( I. Bergman – Il settimo sigillo )

E’ con queste parole che Michele Marchetto introduce gli “ Scritti Filosofici “ di John Henry Newman nell’edizione che cura per Bompiani ospitati nella collana “IL PENSIERO OCCIDENTALE” , sono parole dure, crude che toccano il cuore di colui che cerca non di colui che indaga, come si evince dalle successive note introduttive del curatore, relative al pensiero di questo grande autore, da pochi giorni proclamato Beato dalla Chiesa Cattolica.

Ed è nella stessa distinzione che Newman fa attraverso i suoi quindici Sermoni e la sua Grammatica dell’assenso che si ritrova questo itinerario che porta l’indagatore Newman a riconoscere i cercatori della Verità Ultima . Un indagine che illuminata da una fede certa, la stessa certitudo di cui Newman delinea i contorni attraverso un serie di Sermoni ed una grande opera come La Grammatica dell’ assenso, che si sviluppa su un pensiero filosofico la cui grandezza eguaglia e supera autori ben più noti e riconosciuti come filosofi nei manuali universitari. Dopo la grande rivelazione del Cogito ergo Sum di Cartesio e delle tre Critiche di Kant, Newman pone un altro tassello fondamentale nel pensiero filosofico moderno. Anche se ad essere fedeli al pensiero dell’autore il cogito cartesiano viene ribaltato in una antecedenza del sum inteso in senso di primarietà di esistenza rispetto al cogito così da rendere primariamente importante sul piano ontologico l’essere, ma non nella sua accezione generale, quanto invece nella sua esistenza storica ed individuale. Individuale appunto perché per Newman non è corretto fare generalizzazioni né astrazioni ed il cogito ha come prima istanza il riconoscimento della particolarità che ogni essere rappresenta storicamente nel suo essere persona distinta e separata nella sua esistenza e nel suo percorso logico di comprensione della realtà. Ed è su questo primo pilastro che Newman costruisce il suo pensiero filosofico, intendendo ogni singolo essere umano come precorritore della sua propria strada di vita e di pensiero. Su questa base si pone il successivo passo che attraverso la coscienza personale, analogamente a Kant, è dominata da un imperativo che è allo stesso tempo fonte morale in ognuno di noi e prescrizione pratica e così pone il secondo pilastro sviluppando l’analisi della Grammatica dell’assenso in cui analizza il modo di procedere della nostra mente nei confronti di ciò che diverranno le nostre opinioni e le nostre certezze, non entrando nel merito delle singole questioni, ma come in una vera grammatica di un linguaggio,  strutturando le regole attraverso le quali la nostra mente procede sino a giungere ad un assenso scientifico o ad un assenso metafisico, rispettivamente attraverso un ragionamento che viene esplicitato dal nostra ragione o dal nostro senso illativo come l’autore lo definisce. Mentre conosciamo sufficientemente le ragioni che ci portano a dare un assenso ad una inferenza logica, non riconosciamo quel meccanismo che ci porta a dare un assenso alla nostra fede pratica . Così simile alla Phronesis Aristotelica e alla Prudentia dei padri scolastici, il senso illativo sottende alle nostre certezze ( certitudo ) attraverso un ragionamento che non riconosciamo immediatamente, che similmente si ritrova nella persona colta e nell’uomo ignorante. Quasi a confermare uno dei più noti Pensieri di Pascal il nostro autore analizza “le ragioni del cuore,che la ragione non conosce “ e ce ne spiega il significato in quell’ esprit de finesse che rende questo autore un passaggio obbligato per la filosofia e per la teologia, liberando entrambe dal loro sonnacchioso percorso dei secoli.