Presentiamo qui una parte di un testo teilhardiano dal titolo Il mio Universo [1] che interpreta il significato della venuta del Cristo al mondo, non è un testo mistico sul Natale, ma una interpretazione nel modo usuale di Teilhard de Chardin, ovvero uno scritto che impegna sia la filosofia che la teologia, passando per concetti anche scientifici (in senso lato). Quindi il solito modo teilhardiano di essere

404px-Gerard_van_Honthorst_002interdisciplinare, quel modo che è stato frutto di tante incomprensioni da parte dei puristi delle varie branche (filosofi, teologi e scienziati) che non hanno accettato tale metodo che potremmo definire ‘olistico’.

Utilizzando le parole di Fabio Mantovani diciamo:

 

«La visione del mondo di TdC e i principi fondamentali su cui si fonda sono esposti in questo documento, che è perciò di grande importanza per la comprensione del suo pensiero. La validità della sua visione è direttamente garantita – egli afferma – dalla gran pace che procura, poiché l’apparente disordine delle cose si tramuta in ineffabile unità.»[2]

 

Ed è proprio con le stesse parole che utilizza Teilhard per introdurre  questo testo e darne le giuste chiavi di lettura, che vogliamo introdurre la parte che ci ha interessato in questo breve articolo:

 

«Le pagine che seguiranno non pretendono in alcun modo di dare una spiegazione definitiva del Mondo. Esse non mirano a stabilire direttamente alcuna teoria generale del pensiero, dell’azione e della mistica, come se gli orizzonti che scoprono dovessero imporsi tali e quali, immediatamente, a tutte le menti, a spese di certi altri modi di vedere considerati, a ragione o a torto, più tradizionali o più comuni. Mi propongo semplicemente di esporre il modo personale di (altro…)


Kierkegaard

Presento qui l’introduzione che lo stesso Kierkegaard fa ad uno dei suoi testi più famosi ‘La malattia mortale‘ – un testo che racchiude in sè la concezione del cristianesimo che questo autore esprime – così come ben sottolineato da quel grande studioso di Kierkegaard che è stato Cornelio Fabro: «Nel Cristianesimo il peccato è “atto” di libertà, è il suo muoversi verso la propria perdizione: perché l’io si scandalizza, perché non supera la “possibilità dello scandalo”. Con la venuta di Cristo, l’io dell’uomo non si trova più semplicemente “davanti a Dio”, come Socrate e tutta la grecità, ma esso ha davanti a sé l’Uomo-Dio, Gesù Cristo. L’Uomo-Dio pone lo “scandalo essenziale” in cui la fede ha la sua prova decisiva: aver fede, oggi,  è precisamente credere alla divinità di Gesù Cristo, il Figlio di Dio che si è incarnato per strapparci precisamente alla disperazione del peccato. Perciò la forma più grave di disperazione, il peccato contro lo Spirito Santo, è di scandalizzarsi di Cristo, di negare la “sintesi” del paradosso dell’Uomo-Dio che costituisce la possibilità dello scandalo. Questa è detta la “forma positiva” dello scandalo: essa parte direttamente all’attacco della divinità di Cristo e dalla Verità del Cristianesimo che viene dichiarato per “falsità e bugia” (Usandhed og Loegn) in quanto o si nega la realtà dell’umanità di Cristo (Docetismo) o la sua divinità (razionalismo) e il Cristianesimo vien liquidato come poesia e mitologia.»[1]

 Ad essere sincero mi viene in mente, leggendo questa Avvertenza di Cornelio Fabro,  Lessing col suo ‘Sulla prova dello spirito e della forza’ in cui rileva un salto (metàbasi) «Cioè: casuali verità storiche non possono mai essere la (altro…)