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LOCANDINA: Programma Convegno Inattuale Nietzsche

 


Giorgio Colli 1953“Bello, senza riserve, è l’amore della verità. Esso porta lontano, ed è difficile giungere al termine del cammino. Più difficile però è la via del ritorno, quando si vuol dire la verità. Voler mostrare la verità nuda è meno bello, poiché turba come una passione. Quasi tutti i cercatori di verità hanno sofferto di questa malattia, da tempo immemorabile.”

 

(Giorgio Colli, La Natura ama nascondersi, Adelphi, Milano 1988, p. 13)

 


 

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I princìpi assiologici e normativi che i Greci hanno proposto, vale a dire quello della «giusta misura» e quello del «nulla di troppo», sono stati da me rigorosamente seguiti e coniugati con una massima deontologica che è stata formulata e ribadita soprattutto in tempi moderni (ma che, in certo qual modo, rispecchia il pensiero stesso degli Elleni, che è stato sempre della più grande «trasparenza»); vale a dire con la massima la quale ricorda al filosofo che l’onestà di fondo di ogni pensatore si riconosce dalla sua chiarezza. Il rifuggire dalla chiarezza e dalla trasparenza significa, in ultima analisi, rifuggire dalla verità (o, se si preferisce, da una trasparente ricerca ed espressione della verità). In effetti, a mio avviso, non c’è nulla di vero, per quanto sia profondo, che non si possa esprimere (o almeno che non si debba tentare di esprimere) con trasparente chiarezza, in modo da estendere la comprensione di esso al maggior numero di uomini possibile.

(Giovanni Reale, Traduzione, Introduzione e Commentario della Metafisica di Aristotele, Bompiani, Milano 2014, p. IX)


Prof. Hans-Georg Gadamer in seinem Heidelberger Arbeitszimmer Bild: Rothe, 13.07.1999

Prof. Hans-Georg Gadamer in seinem Heidelberger Arbeitszimmer
Bild: Rothe, 13.07.1999

«Ogni presente finito ha dei confini. Il concetto di situazione si può definire proprio in base al fatto che la situazione rappresenta un punto di vista che limita le possibilità di visione. Al concetto di situazione è legato quindi essenzialmente quello di orizzonte. Orizzonte è quel cerchio che abbraccia e comprende tutto ciò che è visibile da un certo punto. Applicando il concetto al pensiero, noi siamo usi parlare di limitatezza di orizzonte, possibile allargamento di orizzonte, apertura di nuovi orizzonti, ecc. Il linguaggio filosofico, a partire da Nietzsche e Husserl, ha adoperato in particolare questo termine per indicare il fatto che il pensiero è legato alla sua determinatezza finita e per sottolineare la gradualità di ogni allargamento della prospettiva. Chi non ha un orizzonte è un uomo che non vede abbastanza lontano e perciò sopravvaluta ciò che gli sta più vicino. Avere un orizzonte significa, invece, non essere limitato a ciò che è più vicino, ma saper vedere al di là di questo. Chi ha un orizzonte sa valutare correttamente all’interno di esso il significato di ogni cosa secondo la prossimità o lontananza, secondo le dimensioni grandi o piccole. Conformemente a ciò, elaborare la situazione ermeneutica significa acquisire il giusto orizzonte problematico per i problemi che si pongono nel nostro rapporto con i dati storici tramandati.»[1]

[1] Hans Georg Gadamer, Verità e Metodo, Bompiani, Milano 1983, pp.352-353.


«Il mio compito è talmente nuovo che nei 1800 anni di storia della cristianità non c’è nessuno da cui possa imparare come devo comportarmi. Poiché tutti gli uomini straordinari esistiti finora hanno agito per diffondere il cristianesimo. Il mio compito tende invece ad arrestare una diffusione menzognera, e anche a far sì che il cristianesimo si scuota di dosso una massa di gente che son cristiani soltanto di nome»[1]

Statue of Søren Kierkegaard by Louis Hasselriis.

Statue of Søren Kierkegaard by Louis Hasselriis.

«In un inno si parla di quel ricco che ha radunato un tesoro a prezzo di gran fatiche e «non si sa chi lo erediterà». Così anch’io lascerò dopo di me un capitale intellettuale non piccolo: ahimè, io so nello stesso tempo chi avrà la mia eredità; lui, quella figura che mi è così immensamente antipatica, proprio lui che fin qui ha ereditato e inoltre erediterà tutto il meglio di me: il docente, il professore»[2]

[1] Diario 1854, XI1 A 136 = 2886

[2] Diario 1852, X4 A628 = 2713


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Locandina: PF_2016_Laterza

 

 

 


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Locandina: PF_SEMINARI2016_ultima

Fonte: http://www.uniba.it/ricerca/dipartimenti/disum/primavera-filosofica-2016-i-seminari

 


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«L’ingegnoso pagano ha detto:”Datemi un punto fuori, e io muoverò la terra”; il nobile spirito ha detto “Datemi un grande pensiero”: oh, la prima non è possibile, e la seconda non serve del tutto. C’è una cosa soltanto che può aiutare, ma essa non la si può avere da un altro: credi, e tu muoverai le montagne!» (S. Kierkegaard – Vangelo delle Sofferenze)


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Abbiamo ritenuto giusto intitolare questo articolo con i versi che Dante Alighieri utilizza per terminare nel XXXIII canto l’avventura descritta nella sua Divina Commedia proprio per l’affinità che vediamo esserci nell’enunciato che il sommo poeta riporta e l’idea che Teilhard esprime quando descrive l’Energia essenziale del Mondo.

Egli ritiene che se immaginiamo, ad un certo momento dell’evoluzione, l’uomo assumere la consapevolezza che esista un centro di convergenza universale a lui legato da relazioni personali, ciò totalizzerebbe la sua azione:

 

«totalizzazione dell’individuo rispetto a se stesso; totalizzazione, infine, degli individui nella collettività umana.»

 

Infatti l’azione non soggetta a tale consapevolezza la ritiene un’azione parziale, un’azione monca di alcune facoltà che l’evoluzione sta portando all’essere. Viceversa la consapevolezza di quello che abbiamo visto in precedenza chiamato punto Omega porterebbe a scaldare   il senso delle azioni, anche delle più umili che verrebbero riconosciute orientate verso la convergenza in Omega. Apparentemente nulla è cambiato, ma in realtà l’azione è divenuta parte di una comunione di azioni. Proprio l’aspetto personalista del Mondo convergente in Omega porta l’azione a riscaldarsi in quella forma di adesione totale che Teilhard chiama Amore. Quindi il movimento diviene trasparente al fine stesso e questa trasparenza lo rende comune ed universale, lo sintetizza. E così viene a cambiare il significato dell’azione:

 

«Nel corso superficiale delle nostre esistenze, vedere o pensare, capire o amare, dare o ricevere, crescere o diminuire, vivere o morire, sono cose diverse. Ma cosa diventeranno tutte queste contrapposizioni non appena, in Omega, la loro diversità si rivelerà (altro…)


vaticanoterzo

Augustine_Lateran

Agostino d’Ippona, (354-430) La città di Dio, xiv, 28; xv, 1.4; xviii, 49. Da M. Simonetti, Letteratura cristiana antica, iii, pagg. 473ss.

La pagina di teologia della storia secondo Agostino: un’interpretazione che probabilmente sentiamo molto lontana dal nostro gusto moderno, ma sulla quale si fondò un intero mondo, quello medievale, con la distinzione tra “gloria umana” e “gloria celeste”. Ma siamo davvero sicuri di non avere  più bisogno  di questa, forse elementare, ma certamente chiara visione?

Due amori dunque diedero origine a due città, alla terrena l’amor di sé fino all’indifferenza per Iddio, alla celeste l’amore a Dio fino all’indifferenza per sé. Inoltre quella si gloria in sé, questa nel Signore. Quella infatti esige la gloria dagli uomini, per questa la più grande gloria è Dio testimone della coscienza. Quella leva in alto la testa nella sua gloria, questa dice a Dio: Tu sei la mia gloria…

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T.-de-chardin

“Non è necessario saperla molto lunga per accorgersi che il maggior pericolo che possa spaventare l’Umanità non è rappresentato da una qualche catastrofe esterna, la carestia o la peste… ma ben piuttosto da questa malattia spirituale (il flagello più terribile perché il più direttamente antiumano) che sarebbe la perdita del gusto di vivere.”

(Pierre Teilhard de Chardin, Il Fenomeno Umano in: La visione del passato, il Saggiatore, Milano 1973, p. 285)


Per capire Ignazio di Loyola e i gesuiti

 


Teilhard de Chardin

Note the Roman Collar

Pope Francis gives a thumbs up to Teilhard de Chardin Pope Francis gives a thumbs up to Teilhard de Chardin

First, my apologies about the longer than expected sabbatical. It has been a crazy few months between work, health issues with my mother-in-law and trying to spend more time with family. I hope to begin posting again on a semi-regular basis very soon but I wanted to at least mention Laudato Si. I am not going to discuss its substance as I have only read it once and have not yet fully digested (hope to start doing that this weekend); plus there are plenty of other resources that can provide a better analysis than I can. (However, I will note on a personal level it is a very challenging document as it is directly asking me to step beyond my narrow, personal comfort and security, which I guess the Gospel message always does).

No, I will briefly highlight Laudato…

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Locandina Laudisa (1)

 

 

 

Locandina: Locandina Laudisa (1)


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Guardo fuori,
squarciando il
leggero velo della tenda,
che ultimo ostacolo
lascia affondare il mio
sguardo sui lineamenti
di un palazzo, infiammato
da un caldo sole, che lento
declina fra palazzi lontani .
E in quel caldo calore
s’infiamma il mio petto,
forte il desiderio di correre,
di venire da te,
ma chi sei ?


Seminari Espinoza-Hegel

 

Locandina: Seminari Espinoza-Hegel

 


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Il 10 Aprile 2015 ricorre il 60° anniversario della morte di Teilhard de Chardin, da quando venne a mancare all’età di 74 anni, il pomeriggio del 10 Aprile 1955 a New York, era il giorno di Pasqua.

 

«Stava benissimo. Il mattino di Pasqua aveva assistito alla messa solenne nella cattedrale di Saint-Patrick; nel pomeriggio era stato a un concerto. Rientrando in casa di amici si era rallegrato per quella “magnifica giornata”e si sentiva felice. Stava apprestandosi a prendere il tè, dopo aver deposto delle carte su un davanzale, quando all’improvviso cadde lungo disteso, come un albero schiantato. Siccome aveva perso conoscenza si credette dapprima che fosse svenuto e gli misero un guanciale sotto la testa. Dopo qualche minuto Teilhard aprì gli occhi e chiese:”Dove sono ? Cosa mi è successo ?” – “E’ in casa nostra, mi riconosce ?” gli chiese la sua ospite. – “Sì, ma cosa è successo ?” – “Uno svenimento.” – “Non mi ricordo più di nulla: questa volta è terribile!” intendendo dire, si pensa, questa volta è cosa grave e seria. Si cercò il suo medico: era assente. Qualche minuto dopo ne arrivò un altro che, accertato lo stato gravissimo del Padre, consigliò il prete. Il reverendo Breuvery, assente anche lui, fu sostituito da un sacerdote americano del St. Ignatius, a Park Avenue. Quando giunse, trovò che Teilhard era appena spirato: gli impartì tuttavia l’assoluzione e la Estrema Unzione.

 

Anche Pascal, un altro testimonio di Cristo, era morto il giorno di Pasqua. Il corpo di Teilhard fu esposto nella cappella di Park Avenue, composto in una bara trapunta di seta bianca con fregi violetti, con un crocifisso e un rosario. Dopo l’imbalsamazione il viso del defunto aveva preso una rassomiglianza impressionante con la maschera di Pascal, fronte spaziosa, guance tirate all’indietro, zigomi e naso sporgenti, labbra sottili. I funerali furono celebrati martedì 12 aprile alle 9; officiava il padre de Breuvery[1]. Poca gente, in tutto dieci o dodici persone tra cui l’ambasciatore di Francia alle Nazioni Unite Hoppenot[2], e Paul Fejos[3]. La cerimonia si svolse nella massima semplicità, e rasentò quasi lo squallore. Nessuna dimostrazione, nessun canto: la messa bassa non fu ravvivata neppure dalle note di In Paradsum e di Libera, Che furono invece recitati sottovoce. Pioveva. Una delle poche persone presenti scrisse poi:

 

Il mio cuore era così grosso che non prestai attenzione a nulla. Tutto sembrava incredibile, e quasi troppo improvviso perché fosse reali.

 

Solo il padre Leroy (arrivato il giorno prima in aereo) e il padre Ministro seguirono il feretro fino a Saint-Andrews-on-Hudson, dove è la Casa di Noviziato dei gesuiti. La bara, prima di essere definitivamente sepolta, fu collocata in una camera ardente, parata solo di una croce di fiori mandata da Malvina Hoffman[4]. Oggi la spoglia mortale del prete Pierre Teilhard de Chardin dorme ancora in esilio, sotto una modesta lapide con una breve iscrizione.»[5]

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Ho qui voluto citare la descrizione delle ultime ore della vita terrena di Teilhard de Chardin così come riportate da Calude Cuenot, considerato il suo biografo ufficiale, che comunque riportano gran parte del contenuto di una lettera di padre Leroy, confratello ed amico di Teilhard, che narrava i fatti così come in parte li aveva vissuti, ed in parte ne aveva raccolto testimonianze dirette, in quei giorni. Ho voluto sottolineare ed evidenziare la frase scritta nel 1958[6] per sottolineare come già a distanza di 3 anni dalla morte di Teilhard de Chardin, Cuenot lamentava la volontà di lasciare Teilhard de Chardin «ancora in esilio» nonostante fosse morto. E’ inutile stare qui a ripercorrere i motivi che portarono Teilhard a vivere questo esilio che lo portò prima in Cina e poi negli Stati Uniti d’America, un esilio che si protrasse dal 1926, quindi per ben 29 anni sino alla sua morte.

Oggi siamo in una situazione ancora più paradossale, per non dire scandalosa. Infatti le spoglie di Teilhard si trovano ancora sepolte in quello che una volta fu il noviziato gesuitico di St. Andrew-on-Hudson, a  Poughkeepsie, una piccola cittadina nelle vicinanze di New York, residenza che iniziò ad operare il 15 Gennaio 1903 con il trasferimento in quella sede di 118 gesuiti provenienti dalla precedente residenza per novizi di Frederick, Maryland, dopo che padre Edward Purbrick SJ[7], l’aveva acquistata in qualità di Provinciale

Dov’è la situazione paradossale o meglio scandalosa? E’ presto detto. Nel 1969 il noviziato fu chiuso a causa della progressiva riduzione del numero di seminaristi, circa 32 ettari con la struttura furono venduti per un milione di dollari alla CIA (Culinary Institute of America), una scuola di cucina. Quindi il piccolo cimitero annesso al seminario è ormai di pertinenza della scuola di cucina.

Ecco quindi spiegato il motivo di questo mio scritto, l’indignazione guida il mio pensiero, proprio perché a distanza di 60 anni dalla morte Teilhard de Chardin resti «ancora in esilio», e per di più in un cimitero che dista in linea d’aria quasi seimila chilometri da dove è nato (Poughkeepsie -Orcines). Un cimitero facente parte di una scuola di cucina, cimitero che ormai è schiacciato dalle costruzioni che sono sorte attorno, da un campo da calcio e dai parcheggi che lambiscono i suoi bordi. Unico riparo la fitta vegetazione che lo circonda e lo protegge come se la natura volesse mantenere in un verde abbraccio quelle bianche lapidi.

Oggi che per la prima volta nella storia della Chiesa un gesuita è salito al Soglio di Pietro la mia speranza è che Papa Francesco guardando a Teilhard miserando atque eligendo possa avviare l’iter che riporti le spoglie mortali di Teilhard de Chardin nella sua patria, la Francia che gli diede i natali quel 1° Maggio del 1881.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] Emmanuel S. de Breuvery, laureato Sciences Po, Dottore in Filosofia presso l’Università Gregoriana, è entrato nella Compagnia di Gesù nel 1921, è stato ordinato sacerdote nel 1935. E ‘stato docente di geografia economica in Cina University of Dawn a Shanghai. A New York, il padre Emmanuel Breuvery è vissuto presso la residenza Loyola.

[2] Henri Hoppenot, (Parigi 25 ottobre 1891 – Parigi le 10 agosto 1977) è stato un diplomatico francese.

[3] Paul Fejos (27 gennaio 1897 – 23 aprile 1963) è stato un regista di film e documentari, ungherese di nascita, ha lavorato in un certo numero di paesi tra cui Stati Uniti . Ha inoltre studiato medicina nella sua giovinezza ed è diventato un antropologo prominente nell’ultima parte della sua vita, diventando direttore di ricerca del Viking Fund, e Presidente della Fondazione Wenner-Gren.

[4] Malvina Hoffman (New York, 15 giugno 1887 – 10 luglio 1966) è stata una scultrice statunitense, figlia del pianista Richard Hoffman. Fin da piccola si dedica alla scultura. (fonte Wikipedia) Amica di Teilhard de Chardin  è autrice di diverse foto fatte a lui oltre ad essere scultrice di un suo busto in bronzo nel 1948

 

Nel 1910 si trasferisce a Parigi e diviene allieva di Auguste Rodin. Durante la prima guerra mondiale lavorò per la Croce Rossa. Nel 1930 iniziò a lavorare per il Field Museum of Natural History di Chicago.

[5] Claude Cuenot, L’evoluzione di Teilhard de Chardin, Feltrinelli Editore, Milano 1962, pp.516-517. Grassetto e Sottolineatura nostra.

[6] Data della prima edizione in lingua originale del testo citato di Cuenot.

[7] Nato nel 1830, era di origini inglese e non americane, entrò nella compagnia di Gesù subito dopo la sua conversione nel 1851, era stato infatti anglicano, poi convertito al cattolicesimo grazie alla influenza dalla figura di John Henry Newman. Fu ordinato a Roma nel 1861. Fu rettore delle comunità inglesi dei Padri Gesuiti di  Stoneyhurst e Wimbledon, nei successivi sette anni fu istruttore di terz’anno, e Provinciale per nove anni.  in questa carica dal 1897, era già stato provinciale della Provincia d’Inghilterra. Tornato in Inghilterra nel 1907 vi morì nel mese di Luglio 1914 .


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Locandina: 60e_anniv_deces_t_de_chardin

 


 

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Locandina: Teilhard_4-9-15