Pensieri Liberi



Enzo Biagi: «Il più povero di tutti chi è?»

Guy Polhemus: «I più poveri sono quelli che attribuiscono valore alle cose sbagliate, che ritengono importanti cose prive di valore, quelli sono i veri poveri»

(Enzo Biagi, Signore resta con noi, Rai 2001)

In questo breve dialogo del 2011, in cui Enzo Biagi racconta la povertà nascosta fra le strade di New York con i suoi homeless (senzatetto), si racchiude una delle più grandi verità che penetra nel cuore della domanda come una lama che taglia di netto ciò che è da ciò che non è: chi è il più povero di tutti?
Tutte le definizioni date della più povera delle povertà soccombono alla tagliente precisione della definizione proposta da Guy Polhemus, le povertà di cui si parla spesso sono solo povertà temporanee.
La povertà di cui tanto si parla ed a cui ci si è sempre riferiti, non ha un valore assoluto, non è uno stato dell’essere sociale assoluto, ma lo diviene se conseguente ad un (altro…)


17 novembre 2017 @ 17:38

La proposta di una petizione a Papa Francesco “perché voglia contemplare la possibilità di rimuovere il Monitum che dal 1962 è stato imposto sugli scritti di P. Pierre Teilhard de Chardin, S.J., dalla Sacra Congregazione del Sant’Ufficio”. La proposta – ancora in discussione e in fase di valutazione – è stata avanzata nel corso dei lavori dell’assemblea plenaria del Pontificio Consiglio della cultura sul tema “Il futuro dell’umanità: nuove sfide all’antropologia”.che si concludono domani con l’udienza pontificia. “Riteniamo che un tale atto non solo riabiliterebbe lo sforzo genuino del pio gesuita nel tentativo di riconciliare la visione scientifica dell’universo con l’escatologia cristiana – si legge tra l’altro nella petizione -, ma rappresenterebbe anche un formidabile stimolo per tutti i teologi e scienziati di buona volontà a collaborare nella costruzione di un modello antropologico cristiano che, seguendo le indicazioni dell’Enciclica Laudato Si’, si collochi naturalmente nella meravigliosa trama del cosmo”.

FONTE: https://agensir.it

 


‘Silence’ un titolo che già anticipa il contenuto del nuovo film di Martin Scorsese, tratto dal romanzo ‘Chinmoku’ (Silenzio), scritto nel 1966 dell’ autore giapponese Shūsaku Endō. Il romanzo è ambientato nel Giappone del XVII secolo, epoca in cui lo Shogun era l’autorità politica più importante e gestiva il territorio attraverso i daimyō, una sorta di governatori locali. La società era fortemente gerarchizzata, i gruppi si distinguevano fra samurai, nella posizione più alta della scala gerarchica, poi contadini, artigiani e mercanti.
Nel 1614 fu vietata la professione della fede cattolica con un decreto di espulsione di tutti i missionari dal Giappone. Dal 1638 fu attuata una politica di isolamento totale, unica religione ammessa fu il buddhismo. Questo a seguito della rivolta di Shimabara, scoppiata nel 1637, che vide i cristiani giapponesi, per la maggior parte appartenenti alla classe contadina, ribellarsi allo shogun, il quale aveva attuato forti repressioni religiose nei confronti dei cristiani. La rivolta si concluse nel sangue dopo un lungo assedio contro i ribelli nel castello di Hara, dove i ribelli asserragliati furono definitivamente sconfitti. La persecuzione anticristiana si fece ancora più aspra sino al 1850, anno in cui ebbe termine.scorsese
Ma veniamo al film, la trama prende le mosse dal colloquio di tre padri gesuiti, esterrefatti dalla notizia giunta loro dell’apostasia del padre gesuita Cristóvão Ferreira, che in precedenza era stato padre spirituale di due dei tre gesuiti, Sebastião Rodrigues e Francisco Garrpe che sono increduli di tale notizia. Decidono quindi di andare a cercare padre Ferreira per verificare la situazione.
Non abbiamo intenzione di svelare l’intera trama del film, in questa nostra riflessione ci basterà dire l’essenziale, ovvero quali temi, a (altro…)


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E la mia ragione pone domande alla fede
cui la mia ignoranza non sa rispondere.
E vivo all’ombra della Veritá
velato dalla nebbia dei giorni che trascorrono


In questi giorni, dopo le dichiarazioni fatte da Papa Francesco il 12 Maggio, durante l’incontro con le superiore religiose, i giornali hanno fatto un gran baccano sul contenuto delle affermazioni papali, parlando di apertura al diaconato femminile se non proprio al sacerdozio.  Dopo aver letto la trascrizione dell’incontro, mi sono reso conto che sono stati affrontati due dei tre temi che Teilhard de Chardin aveva sottolineato come “pietre deperibili pericolosamente inserite nelle fondamenta” della Chiesa, in una lettera scritta all’abate Gaudefroy[1] inviata da Pechino il 7 ottobre del 1929.

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Per meglio mostrare l’aderenza dei temi trattati riporto qui di seguito il passo della lettera in questione, con una mia traduzione (della quale mi scuso in anticipo per la mia imprecisa conoscenza del francese) in cui sottolineo i passi di cui vedo identità di contenuti, e di seguito riporto la trascrizione relativa all’incontro di Papa Francesco con le superiore religiose.

« Il m’a parfois semblé que, dans l’Eglise actuelle, il y a trois pierres périssables dangereusement engagées dans les fondations; la première est un gouvernement qui exclut la démocratie; la deuxième est un sacerdoce qui exclut et minimise la femme; la troisième est une révélation qui exclut, pour l’avenir, la Prophétie. »[2](…) « Ce que j’appelle des «pierres périssables » est sans doute simplement un groupe de tendances protectrices qui nous sauvent de l’anarchie, de l’égalitarisme et de la dispersion spirituelle. En ce qui touche plus particulièrement la prophétie, je suppose que ce don est maintenant diffusé dans la masse de l’Eglise. Qu’est « l’infaillibilité » mouvante de cette Eglise, sinon la sélection continuelle des éléments et la découverte constante des voies nouvelles par un immense tâtonnement dirigé ? »[3]

Come si può notare dal testo, Teilhard de Chardin era arrivato alla convinzione che tre problemi rappresentavano una forma di debolezza della Chiesa Cattolica, fra l’altro la definizione di pietre deperibili, lascia intravedere che tali problemi non avevano una tale consistenza dottrinale, da essere necessarie e quindi ritenerli dogmi eterni. I tre problemi erano appunto il tipo di governo della Chiesa, la figura delle donne nella Chiesa ed infine l’idea che il profetismo fosse (altro…)


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Guardo fuori,
squarciando il
leggero velo della tenda,
che ultimo ostacolo
lascia affondare il mio
sguardo sui lineamenti
di un palazzo, infiammato
da un caldo sole, che lento
declina fra palazzi lontani .
E in quel caldo calore
s’infiamma il mio petto,
forte il desiderio di correre,
di venire da te,
ma chi sei ?


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Il 10 Aprile 2015 ricorre il 60° anniversario della morte di Teilhard de Chardin, da quando venne a mancare all’età di 74 anni, il pomeriggio del 10 Aprile 1955 a New York, era il giorno di Pasqua.

 

«Stava benissimo. Il mattino di Pasqua aveva assistito alla messa solenne nella cattedrale di Saint-Patrick; nel pomeriggio era stato a un concerto. Rientrando in casa di amici si era rallegrato per quella “magnifica giornata”e si sentiva felice. Stava apprestandosi a prendere il tè, dopo aver deposto delle carte su un davanzale, quando all’improvviso cadde lungo disteso, come un albero schiantato. Siccome aveva perso conoscenza si credette dapprima che fosse svenuto e gli misero un guanciale sotto la testa. Dopo qualche minuto Teilhard aprì gli occhi e chiese:”Dove sono ? Cosa mi è successo ?” – “E’ in casa nostra, mi riconosce ?” gli chiese la sua ospite. – “Sì, ma cosa è successo ?” – “Uno svenimento.” – “Non mi ricordo più di nulla: questa volta è terribile!” intendendo dire, si pensa, questa volta è cosa grave e seria. Si cercò il suo medico: era assente. Qualche minuto dopo ne arrivò un altro che, accertato lo stato gravissimo del Padre, consigliò il prete. Il reverendo Breuvery, assente anche lui, fu sostituito da un sacerdote americano del St. Ignatius, a Park Avenue. Quando giunse, trovò che Teilhard era appena spirato: gli impartì tuttavia l’assoluzione e la Estrema Unzione.

 

Anche Pascal, un altro testimonio di Cristo, era morto il giorno di Pasqua. Il corpo di Teilhard fu esposto nella cappella di Park Avenue, composto in una bara trapunta di seta bianca con fregi violetti, con un crocifisso e un rosario. Dopo l’imbalsamazione il viso del defunto aveva preso una rassomiglianza impressionante con la maschera di Pascal, fronte spaziosa, guance tirate all’indietro, zigomi e naso sporgenti, labbra sottili. I funerali furono celebrati martedì 12 aprile alle 9; officiava il padre de Breuvery[1]. Poca gente, in tutto dieci o dodici persone tra cui l’ambasciatore di Francia alle Nazioni Unite Hoppenot[2], e Paul Fejos[3]. La cerimonia si svolse nella massima semplicità, e rasentò quasi lo squallore. Nessuna dimostrazione, nessun canto: la messa bassa non fu ravvivata neppure dalle note di In Paradsum e di Libera, Che furono invece recitati sottovoce. Pioveva. Una delle poche persone presenti scrisse poi:

 

Il mio cuore era così grosso che non prestai attenzione a nulla. Tutto sembrava incredibile, e quasi troppo improvviso perché fosse reali.

 

Solo il padre Leroy (arrivato il giorno prima in aereo) e il padre Ministro seguirono il feretro fino a Saint-Andrews-on-Hudson, dove è la Casa di Noviziato dei gesuiti. La bara, prima di essere definitivamente sepolta, fu collocata in una camera ardente, parata solo di una croce di fiori mandata da Malvina Hoffman[4]. Oggi la spoglia mortale del prete Pierre Teilhard de Chardin dorme ancora in esilio, sotto una modesta lapide con una breve iscrizione.»[5]

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Ho qui voluto citare la descrizione delle ultime ore della vita terrena di Teilhard de Chardin così come riportate da Calude Cuenot, considerato il suo biografo ufficiale, che comunque riportano gran parte del contenuto di una lettera di padre Leroy, confratello ed amico di Teilhard, che narrava i fatti così come in parte li aveva vissuti, ed in parte ne aveva raccolto testimonianze dirette, in quei giorni. Ho voluto sottolineare ed evidenziare la frase scritta nel 1958[6] per sottolineare come già a distanza di 3 anni dalla morte di Teilhard de Chardin, Cuenot lamentava la volontà di lasciare Teilhard de Chardin «ancora in esilio» nonostante fosse morto. E’ inutile stare qui a ripercorrere i motivi che portarono Teilhard a vivere questo esilio che lo portò prima in Cina e poi negli Stati Uniti d’America, un esilio che si protrasse dal 1926, quindi per ben 29 anni sino alla sua morte.

Oggi siamo in una situazione ancora più paradossale, per non dire scandalosa. Infatti le spoglie di Teilhard si trovano ancora sepolte in quello che una volta fu il noviziato gesuitico di St. Andrew-on-Hudson, a  Poughkeepsie, una piccola cittadina nelle vicinanze di New York, residenza che iniziò ad operare il 15 Gennaio 1903 con il trasferimento in quella sede di 118 gesuiti provenienti dalla precedente residenza per novizi di Frederick, Maryland, dopo che padre Edward Purbrick SJ[7], l’aveva acquistata in qualità di Provinciale

Dov’è la situazione paradossale o meglio scandalosa? E’ presto detto. Nel 1969 il noviziato fu chiuso a causa della progressiva riduzione del numero di seminaristi, circa 32 ettari con la struttura furono venduti per un milione di dollari alla CIA (Culinary Institute of America), una scuola di cucina. Quindi il piccolo cimitero annesso al seminario è ormai di pertinenza della scuola di cucina.

Ecco quindi spiegato il motivo di questo mio scritto, l’indignazione guida il mio pensiero, proprio perché a distanza di 60 anni dalla morte Teilhard de Chardin resti «ancora in esilio», e per di più in un cimitero che dista in linea d’aria quasi seimila chilometri da dove è nato (Poughkeepsie -Orcines). Un cimitero facente parte di una scuola di cucina, cimitero che ormai è schiacciato dalle costruzioni che sono sorte attorno, da un campo da calcio e dai parcheggi che lambiscono i suoi bordi. Unico riparo la fitta vegetazione che lo circonda e lo protegge come se la natura volesse mantenere in un verde abbraccio quelle bianche lapidi.

Oggi che per la prima volta nella storia della Chiesa un gesuita è salito al Soglio di Pietro la mia speranza è che Papa Francesco guardando a Teilhard miserando atque eligendo possa avviare l’iter che riporti le spoglie mortali di Teilhard de Chardin nella sua patria, la Francia che gli diede i natali quel 1° Maggio del 1881.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] Emmanuel S. de Breuvery, laureato Sciences Po, Dottore in Filosofia presso l’Università Gregoriana, è entrato nella Compagnia di Gesù nel 1921, è stato ordinato sacerdote nel 1935. E ‘stato docente di geografia economica in Cina University of Dawn a Shanghai. A New York, il padre Emmanuel Breuvery è vissuto presso la residenza Loyola.

[2] Henri Hoppenot, (Parigi 25 ottobre 1891 – Parigi le 10 agosto 1977) è stato un diplomatico francese.

[3] Paul Fejos (27 gennaio 1897 – 23 aprile 1963) è stato un regista di film e documentari, ungherese di nascita, ha lavorato in un certo numero di paesi tra cui Stati Uniti . Ha inoltre studiato medicina nella sua giovinezza ed è diventato un antropologo prominente nell’ultima parte della sua vita, diventando direttore di ricerca del Viking Fund, e Presidente della Fondazione Wenner-Gren.

[4] Malvina Hoffman (New York, 15 giugno 1887 – 10 luglio 1966) è stata una scultrice statunitense, figlia del pianista Richard Hoffman. Fin da piccola si dedica alla scultura. (fonte Wikipedia) Amica di Teilhard de Chardin  è autrice di diverse foto fatte a lui oltre ad essere scultrice di un suo busto in bronzo nel 1948

 

Nel 1910 si trasferisce a Parigi e diviene allieva di Auguste Rodin. Durante la prima guerra mondiale lavorò per la Croce Rossa. Nel 1930 iniziò a lavorare per il Field Museum of Natural History di Chicago.

[5] Claude Cuenot, L’evoluzione di Teilhard de Chardin, Feltrinelli Editore, Milano 1962, pp.516-517. Grassetto e Sottolineatura nostra.

[6] Data della prima edizione in lingua originale del testo citato di Cuenot.

[7] Nato nel 1830, era di origini inglese e non americane, entrò nella compagnia di Gesù subito dopo la sua conversione nel 1851, era stato infatti anglicano, poi convertito al cattolicesimo grazie alla influenza dalla figura di John Henry Newman. Fu ordinato a Roma nel 1861. Fu rettore delle comunità inglesi dei Padri Gesuiti di  Stoneyhurst e Wimbledon, nei successivi sette anni fu istruttore di terz’anno, e Provinciale per nove anni.  in questa carica dal 1897, era già stato provinciale della Provincia d’Inghilterra. Tornato in Inghilterra nel 1907 vi morì nel mese di Luglio 1914 .


 

Presentiamo qui un passo tratto da quello che può essere considerato il primo libro di Joseph Ratzinger, che ha avuto una notevole diffusione in diversi paesi del mondo e di cui si sono avute un gran numero di ristampe in ogni lingua. E’ la parte che l’allora prof. Ratzinger, poi divenuto Benedetto XVII, dedica al pensiero di Teilhard de Chardin, non nascondendo le sue simpatie per tale pensiero, come si evince leggendolo.Joseph Ratzinger in una foto del 1971

Questo volume nasce nel 1968 da una raccolta di lezioni tenute per un corso aperto agli studenti di teologia, svoltesi alla facoltà cattolica di Tubinga dall’allora prof. Joseph Ratzinger nel 1967, diligentemente raccolte su un magnetofono dal suo assistente Peter Kuhn, a sua volta divenuto esperto studioso di giudaismo.

Il prof. Ratzinger era giunto a Tubinga da meno di un anno (1966), ed avevano insistito per il suo arrivo a questa università il suo amico e teologo Hans Kung ed il suo giovane collega Max Seckler. Infatti era da soli tre anni insegnate a Münster, dopo essere stato da aprile 1959 professore ordinario di Teologia fondamentale all’Università di Bonn.

Per comprendere meglio il significato e la portata di questo scritto bisogna fare un piccolo passo indietro nella vita di Joseph Ratzinger. Infatti nel 1959, mentre era a Bonn, quale professore di Teologia fondamentale, il cardinale Frings, arcivescovo di Colonia, gli chiede di preparargli un discorso da tenere, su invito del cardinale Siri , a Genova, sui problemi da trattare nel Concilio, e come racconta lo stesso Ratzinger in un’intervista del 2005: «questa conferenza, che poteva apparire forse rivoluzionaria no, ma certo un po’ audace, piacque moltissimo a Papa Giovanni XXIII, che abbracciando Frings, gli disse: “Proprio queste erano le mie intenzioni nell’indire il Concilio”». Il cardinale Frings è uno dei membri della commissione centrale inerente la sua preparazione del Concilio Vaticano II, che lo invita ad accompagnarlo a Roma insieme al suo segretario Luthe, come consulente teologo.

Nei primi due mesi del Concilio, è presente in qualità di perito privato del cardinale Frings, ma a novembre il Papa lo nomina perito ufficiale, così da quel momento può partecipare ufficialmente a tutte le sedute. Così entrerà in contatto con eminenti teologi dell’epoca come Jean Danielou, Yves Congar , Henri De Lubac, Marie Dominique Chenu, Karl Rahner, Gérard Philips.

Bisogna comunque ricordare che Ratzinger non cadrà mai in eccessi di progressismo derivante dalle nuove aspettative generatesi dal Concilio stesso, restando sempre in una posizione equilibrata che definirei di estrema saggezza. Infatti già in una conferenza del 1966 dirà: «…forse vi sareste attesi un quadro più lieto e luminoso. E ce ne sarebbe forse anche motivo, per certi aspetti. Ma mi sembra importante mostrare i due volti di quanto ci ha riempito di gioia e di gratitudine al Concilio, comprendendo così anche l’appello e l’incarico che vi sono contenuti. E mi sembra importante segnalare il pericoloso, nuovo trionfalismo nel quale cadono spesso proprio i denunciatori del trionfalismo passato. Fino a quando la Chiesa è pellegrina sulla terra, non ha diritto di gloriarsi di se stessa. Questo nuovo modo di gloriarsi potrebbe diventare più insidioso di tiare e sedie gestatorie che, comunque, sono ormai motivo più di sorriso che di orgoglio». Infatti oltre ad essere preoccupato degli eccessi di innovazione per la Chiesa, Ratzinger è anche preoccupato per l’arroccarsi di alcuni padri conciliari su posizioni troppo arretrate (“di tiare e sedie gestatorie che, comunque, sono ormai motivo più di sorriso che di orgoglio”) come sottolinea anche De Lubac nel suo volume Quaderni del Concilio[1] «…colloquio con il dott. Joseph Ratzinger. Le notizie della prima riunione della Commissione mista l’hanno costernato. Egli pensa che l’orientamento di questa Commissione, nella quale domina il trio Ottavini-Tromp-Parente, con i loro esperti come Fenton, non risponde affatto alle intenzioni del concilio. Si vedrà…»[2] (altro…)


Per quello che mi è dato sapere, non mi risulta che siano stati fatti sinora accostamenti tra la figura di Teilhard de Chardin e Fëdor Michajlovič Dostoevskij sul piano della visione tipicamente teilhardiana del futuro dell’uomo come ‘unione creatrice’, parafrasando Bergson (se invece esiste un’analisi in tal senso, mi scuso per non averne avuto ancora notizie).

Portarait of philosopher Vladimir Solovyov

Unico lavoro, di mia conoscenza, che accosta uno scrittore russo a Teilhard de Chardin, è il bel libro di Karl Vladimir Truhlar,  padre gesuita docente dell’Università Gregoriana, che nel 1966 scrisse Teilhard und Soloviev. Dichtung und religiöse Erfahrung.[1]

Ma come è possibile accostare due personaggi così diversi, uno romanziere, l’altro scienziato; uno nato e vissuto in Russia, l’altro nato in Francia e vissuto, oltre che nel paese natio, gran parte della sua vita in giro per il mondo, ma soprattutto in Cina e negli Stati Uniti; uno laico ortodosso, l’altro sacerdote cattolico nella Compagnia di Gesù.

Sembra, apparentemente, che l’unico punto di contatto fra i due sia il 1881, anche se è molto difficile considerarlo come un vero punto che li unisce, infatti in questo anno, e precisamente il 9 febbraio, Dostoevskij muore a

Dostoevskij nel 1876

Pietroburgo, e qualche mese più tardi, il 1° Maggio, Teilhard nasce a Orcines, un piccolo comune francese della regione dell’ Alvernia.

E’ utile a questo punto ritenere che, se vi è qualcosa che unisce questi due personaggi così diversi, non è da ricercare nella loro biografia, bensì oltre, un ‘oltre’ che è ben espresso da Soloviev nel suo Principi filosofici della conoscenza integrale così come citato nel testo di Truhlar :

« Indubbiamente in ogni essere umano sotto ogni sentimento, sotto ogni rappresentazione determinata e sotto ogni volontà determinata, è insita una percezione immediata della realtà (altro…)


“Il Mondo (il valore,l’infallibilità e la bontà del Mondo), ecco in ultima analisi, la prima, l’ultima e l’unica cosa in cui io creda. Ed è a questa fede, io lo sento, all’ora della morte, oltre tutti i dubbi, io m’abbandonerò.” Queste parole, che Teilhatd ha pagato a duro prezzo, se mantenute nel loro reale contesto in cui furono scritte (Comment je crois, 1934) credo possano essere un degno commento a queste interessanti riflessioni…

vaticanoterzo

Pierre Teilhard de Chardin

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(1881-1955) Cristologia ed evoluzione

Ci si è parlato anche troppo di agnelli e io vedrei volentieri rivenir fuori dei leoni. “Troppa dolcezza e troppa poca forza”. Con questa espressione immaginosa mi pare di compendiare le mie impressioni e la mia tesi, quando si vuole esaminare il problema di tradurre la dottrina evangelica in modo idoneo perché sia intesa dal mondo moderno.

E’ un problema vitale. La maggior parte del nostri contemporanei non ha una percezione precisa di cosa significhino il mistero dell’Incarnazione e quello della Redenzione, mentre tutti reagiscono vivacemente di fronte all’armonia o allo scompenso spirituale che quei misteri provocano sul terreno della morale e della mistica. Siamo soliti noi cristiani a illuderci che, se tanti pagani restano lontani dalla fede, ciò si deve al fatto che predichiamo un ideale troppo perfetto e troppo difficile. E’ questa proprio un’illusione. […]

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statua tommaso campanellaRipropongo qui un breve passo nel quale Tommaso Campanella (Stilo, 5 Settembre 1568 – Parigi 21 Maggio 1639), frate domenicano, filosofo, teologo e poeta, propone un metodo molto efficace per curare, in filosofia, gli scettici attraverso il suo metodo naturalistico che passa per la conoscenza sensibile, a dire il vero alquanto cruenta e dolorosa, ma ecco le sue parole: «O scettici, dico, perché rispondete quando vi parlo?. Dicono: non sappiamo. Ma perché rispondete “non sappiamo” a chi chiama, e non, invece, a chi è in silenzio? Allora, percepite la voce di chi vi chiama e interroga. Dicono: non sappiamo se percepiamo, ma così pare, e non sappiamo se ti c’interroghi. Nondimeno, dico, è palese che io v’interrogo; e, infatti, voi non rispondete a chi non vi interroga; e ciò che appare, è. Inoltre, perché mangiate andate a casa vostra, e non a quella degli altri,e discutete? Rispondono, forse, di non sapere se mangiano, se vadano a casa o se disputino: ma che così appare. Dico: perché appare così e non (altro…)


Quaderno di un ex bibliotecario

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Se Esaù cedette la primogenitura a Giacobbe per un piatto di lenticchie, Dumas cedette 400 libri per 12 meloni… l’anno.

Alexander Dumas, infatti, era assai goloso di meloni provenienti da Cavaillon. Buongustaio, sosteneva che per renderli digeribili bisognava mangiarli con pepe e sale, e berci sopra un mezzo bicchiere di Madera, o meglio di Marsala. Al fine di assicurarsi il prelibato frutto, contrattò con le autorità locali: 400 libri in donazione alla locale biblioteca di pubblica lettura in cambio di un vitalizio di 12 meloni l’anno. Alla morte, in suo onore, nella cittadina francese fu istituita la confraternita dei Cavalieri dei meloni di Cavaillon.

Goloso lui, previdenti gli amministratori.

************* IL GENERALE ALLA FERMATA DEL TRAM *************

copertina generale

Nel 1885 l’Italia è già unita, ma gli italiani non si sentono ancora tali. L’amministrazione comunale di Melegnano, capeggiata da un patriota della prima ora, delibera di porre in opera un busto di Garibaldi nell’omonima piazza che…

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Pecunia non olet … sed dolet !

vaticanoterzo

 

Pier Damiani

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(1007-1072), Opuscolo ai cardinali, in PL 145, 533. Da J.I.G. Faus, Vicari di Cristo, Bologna. 1995, pag. 138

Uno può anche essere casto, sobrio, ospitale, può nutrire i poveri, digiunare, può non dormire e passare notte e giorno cantando salmi, che, se però è avido, ha perso già tutto, fino al punto che, tra tutti i rei di crimini diversi, non si troverà nessuno peggiore di lui… Che ti servirà allora non uccidere? O non commettere adulterio? O non giurare il falso e conservarti immune da ogni peccato? Fin quando non getterai via da te l’avidità, non ci sarà nessuno peggiore di te… Non c’è cosa più iniqua che l’amore del denaro.”

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Francesco Occhetta

Foto 1 (11 02)La vita di Francesco Saverio è la storia di un lungo viaggio quella descritta da Papa Francesco che chiede di andare alle periferie del mondo e stare tra la gente.

Spende dieci anni della sua vita in Asia, di questi ne passa almeno cinque in navigazione o aspettando di imbarcarsi, percorre qualcosa come 63.200 km, al punto che molti biografi lo considerano un piccolo san Paolo.
Ma il viaggio più affascinante che percorre il Saverio è quello interiore. Il suo cammino lo porta ad uscire da se stesso per giungere alla soglia del faccia a faccia con Dio per riconoscere il fondamento della sua identità nel volto delle migliaia di persone incontrate.
Per la sua testimonianza, nel 1927 la Chiesa lo ha proclamato patrono delle missioni nel mondo insieme a Teresa di Lisieux.
Siamo nella prima metà del XVI sec. e Francesco si trova all’università Sorbona di Parigi, il centro…

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vaticanoterzo

Martin Lutero

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(1483-1546)

“1 – Il nostro Signore e maestro, Gesù Cristo, dicendo: “Fate penitenza ecc.”, volle che la vita tutta dei suoi fedeli fosse una penitenza.

2 – Ciò non può essere inteso come penitenza sacramentale (ossia di confessione e soddisfazione, compiuta mediante il ministero dei sacerdoti.

3 – Non si parla, tuttavia, soltanto di penitenza interiore, perché non esiste penitenza interiore che non produca mortificazioni della carne all’esterno.

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Passaggio a Sud-Est

I Perdoni

Sono loro, le perdùne (i perdoni) – a incarnare l’anima più profonda e autentica dei riti della Settimana Santa tarantina, almeno per quanto riguarda le processioni portate avanti dalla Confraternita del Carmine. A tal proposito corre l’obbligo di precisare che col termine perdùne si indicano solo i confratelli di questa congrega, mentre i membri di tutte le altre confraternite sono chiamati più comunemente le fratelle (i fratelli). Fedeli alla vecchia regola dei Carmelitani scalzi, essi solo percorrono l’intero tragitto del Pellegrinaggio ai Sepolcri e della Processione dei Misteri a piedi scalzi, quasi a voler rimarcare con questo sacrificio il loro intento penitenziale; in tutte le altre occasioni invece i confratelli del Carmine indossano scarpe bianche con coccarda blu sul dorso e calze nere.

L’abito di rito si compone di un ampio camice bianco, detto anche sacco, stretto in vita da un cordoncino e…

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Francesco Occhetta

Dall’introduzione al volume:
Ignazio di Loyola
Il pellegrino fondatore della Compagnia di Gesù smallLoyola

Papa Francesco, il card. Martini… fino a risalire a Matteo Ricci e a Francesco Saverio… tutti “figli di sant’Ignazio”. Eppure lui continua ad essere uno sconosciuto. Era schivo, si era “ritratto” per fare spazio ad un Altro, più che all’apparire pensava ad accompagnare vite e processi storici. Riporto qui l’introduzione a un piccolo volume che ho scritto qualche anno fa e che aiuta a chiarire il suo profilo dalle fonti e dalle testimonianze che ho raccolto:
“Lo spagnolo sant’Ignazio di Loyola, il fondatore dei gesuiti, non è un santo popolare, forse per la fama di austerità che lo circonda. Eppure è uno dei santi che hanno lasciato un’impronta nella storia della Chiesa e dell’Europa.
L’Ordine religioso da lui fondato, la Compagnia di Gesù, apparve in un momento cruciale per la Chiesa devastata dalla lacerazione luterana e dalla…

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Passaggio a Sud-Est

Le “gare”

Riprendiamo il nostro viaggio alla scoperta dei riti e delle tradizioni della Settimana Santa tarantina con la descrizione di uno dei suoi momenti più significativi: le “gare”.

Il privilegio di portare in processione i simulacri, o di ricoprire un ruolo attivo durante le stesse, doveva essere particolarmente ambito se già a partire dai primi anni del XIX secolo si ha notizia di “offerte” o di “pie oblazioni” da parte dei confratelli. Contributi, questi, ben accetti dalle congreghe se si decise, considerato anche l’aumentare dei confratelli che facevano richiesta di partecipazione ai riti, di procedere a vere e proprie “gare” o “aste”. Da allora la tradizione si è trasmessa fino ai giorni nostri e il termine con cui sono indicate queste assemblee è rimasto immutato.

Il meccanismo è quello di una vera e propria asta con aggiudicazione finale al miglior offerente e viene indetta sia dalla Confraternita del Carmine…

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Passaggio a Sud-Est

Il cammino dei Perdoni

Raccontare i riti della Settimana Santa di Taranto, per chi a Taranto è nato è vissuto come me, non è impresa facile. Basterebbe poco, infatti, per lasciarsi trascinare dai ricordi delle tante processioni alle quali si è assistito fin da bambino, col rischio di scivolare così in un nostalgico sentimentalismo che, seppur onesto e legittimo in quanto espressione di un sano attaccamento alle proprie origini, non renderebbe ragione della complessità del fenomeno che stiamo per trattare.

Non sarebbe però neppure corretto ridurre il tutto a una mera, e alquanto asettica, operazione di ricerca storico-antropologica (con i relativi risvolti sociali e psicologici) nel tentativo, forse vano, di analizzare razionalmente un evento che, a ventunesimo secolo ormai avanzato, continua a riproporsi con lo stesso immutato carico di coinvolgimento emotivo, vuoi per chi del rito è protagonista, vuoi per chi al rito partecipa come semplice, ma mai indifferente, spettatore.

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Questo io incapace di aprirsi al noi, puó farlo a partire dal linguaggio che usiamo quotidianamente…

provedivolo

Compassione o conpassione? La regola grammaticale è chiara: prima delle consonanti labiali “b” e “p” va sempre la lettera “m“.

Eppure la regola nella vita non è così  netta.  Le due parole hanno entrambe qualcosa di vero. Iniziamo con  la parolina iniziale “con ”.  Non è poi  da buttar via. Parla di vicinanza,  di presenza. Non ama l’individualismo. Cerca l’apertura e il contatto. Chiede  di schivare la tua immagine  riflessa nello specchio. Litiga con la parolina “io”…

 “Passione” ha più di un  significato. Se la metti  insieme alla “M” ti esce  “Compassione” dal latino “patior”; soffrire, che abbinato al CUM” significa condividere le fatiche, le difficoltà, essere vicini.

Se fai l’errore grammaticale diventa  “con passione” vuol dire  interesse , senso di curiosità e scoperta, talvolta una vera vocazione che ci spinge verso…

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