Enzo Biagi: «Il più povero di tutti chi è?»

Guy Polhemus: «I più poveri sono quelli che attribuiscono valore alle cose sbagliate, che ritengono importanti cose prive di valore, quelli sono i veri poveri»

(Enzo Biagi, Signore resta con noi, Rai 2001)

In questo breve dialogo del 2011, in cui Enzo Biagi racconta la povertà nascosta fra le strade di New York con i suoi homeless (senzatetto), si racchiude una delle più grandi verità che penetra nel cuore della domanda come una lama che taglia di netto ciò che è da ciò che non è: chi è il più povero di tutti?
Tutte le definizioni date della più povera delle povertà soccombono alla tagliente precisione della definizione proposta da Guy Polhemus, le povertà di cui si parla spesso sono solo povertà temporanee.
La povertà di cui tanto si parla ed a cui ci si è sempre riferiti, non ha un valore assoluto, non è uno stato dell’essere sociale assoluto, ma lo diviene se conseguente ad un

 

paradigma di valori diverso da quello comunemente accettato.
Il disagio che scaturisce nella vita quotidiana fra quello che si ritiene di dover essere e quello che la società permette di essere, porta allo scontro quotidiano con la realtà sociale, emarginando coloro i quali non sanno o non riescono stare al passo con i paradigmi del dover essere imperanti nella società.
Da questo si evince che le forme di vera povertà sono tante nella storia dell’umanità quanti sono stati i paradigmi sociali che ci sono stati da quando l’uomo è comparso a popolare il pianeta.
Per fare un esempio, possiamo valutare come oggi, uno dei paradigmi imperanti nella nostra società è dato dal successo economico, tutto ruota intorno alla capacità produttiva di ogni singolo individuo.
Questo paradigma ha fatto la sua prima comparsa con l’avvento dell’industria moderna, con la meccanizzazione dei processi, la così detta rivoluzione industriale, richiedendo dapprima una sempre maggior produzione di beni e di merci, quindi una maggiore velocità di produzione, con conseguente maggior velocità di distribuzione.
Tutto questo ha continuato con l’accelerazione dei consumi, che non solo dovevano aumentare in termini quantitativi, ma anche accelerare in termini di tempo, il loro utilizzo doveva essere sempre più veloce.
In poche parole si è impressa un’accelerazione della velocità del consumo, che ha portato come conseguenza una frenesia del vivere sempre di corsa. Pochi sono stati i tentativi di resistere a quest’accelerazione che ha pervaso tutti gli aspetti del nostro vivere quotidiano, fra essi forse il più noto ultimamente è stato lo ‘slow food’ per quanto riguarda l’alimentazione, ricordandoci che proprio la velocità con la quale mangiamo è uno dei fattori di rischio per la nostra salute.
Ma cosa succede se questo paradigma odierno della velocità viene respinto da qualcuno?
Se qualcuno decide di prendersi dei tempi più lenti per mangiare, per dormire, per spostarsi, per lavorare?
E’ facile la risposta: in poco tempo questo qualcuno verrebbe messo ai margini della società, proprio il lavoro sarebbe il primo grande ostacolo insormontabile. Non sarà mai accettato un lavoratore ‘lento’, sarebbe da tutti considerato improduttivo, in poco tempo si ritroverebbe disoccupato, con tutte le conseguenze del caso: non potrebbe permettersi un alloggio, non avrebbe autonomia economica per mettere su famiglia, ecc.
Quindi non sarebbe un povero come altri che magari hanno perso occasionalmente il lavoro per motivi estranei al loro modo di concepire se stessi in rapporto al paradigma imperante, ma sarebbero “i più poveri”, ovvero quelli che non hanno la possibilità di uscire dallo stato di povertà se non al prezzo di annullare se stessi, il proprio io pensante, di cadere nello stato della ‘povertà dell’Io‘, in poche parole sono condannati comunque alla povertà, ma quella assoluta.