Quello che segue è un testo pensato e scritto da Pierre Teilhard de Chardin tra metà agosto del 1918, mentre era coinvolto nelle operazioni militari del suo reparto nella zona della foresta di Laigue,dove i francesi erano impegnati in una offensiva contro i tedeschi che arretravano lasciando la città di Lassigny, offensiva incominciata nella prima metà di quell’anno in cui l’apporto di truppe fresche americane aveva cambiato l’atteggiamento delle forze alleate da difensivo ad offensivo(1), e la fine di settembre sempre del 1918, mentre era arrivato a circa 400 chilometri a sud est a Chavannes-sur-l’Étang nel dipartimento dell’Alto Reno nella regione del Grand Est.

Teilhard War 1915-1918

Teilhard a Verdun nel 1916

Lo scritto completo a cui più volte accenna nelle sue lettere del periodo fra queste due date alla cugina Marguerite Teillard-Chambon, scrittrice sotto lo pseudonimo di Claude Aragonnès,ha titolo ‘La Fede che Opera’(2), è pensato e steso su carta in questo periodo partendo da alcune sue considerazioni sul rapporto tra fede ed avvenire che sorgono sulla base di una sensazione di aver

«sentito più da vicino l’”ombra della morte”, e il terribile dono dell’esistenza: cammino  inarrestabile verso una fine che non si può eludere, stato da cui si esce solo con il    disfacimento fisico… Credo di non avere mai sentito questo così concretamente… Ho    capito un po’ meglio l’angoscia di NS, il Giovedì Santo.. E mi è apparso sempre più chiaro  il rimedio, che è sempre lo stesso: abbandonarci con fede ed amore all’avvenire [al divenire] divino che è “il più reale,” “il più vivo,” e il cui attributo più temibile è di essere il più rinnovante(e quindi il più creativo e il più prezioso). Ma è ben difficile gettarsi nell’avvenire. Invincibilmente la nostra sensibilità vi scorge un vuoto vertiginoso, un gorgo profondo… Dev’essere la fede a rendere saldo il terreno sotto i nostri piedi. Preghiamo l’un per l’altro…»(3)

Ed in una successiva lettera del 29 settembre 1918, dove comunica la stesura e trascrizione in bella copia dello scritto confessa:

«Mi sembra di aver saputo dire press’apoco quel che volevo. E’ strano osservare sopra se stessi come l’impoverimento operato dal linguaggio a danno del pensiero vivo, finisca per dare a questo ina forza che lo completa a volte fino a stupirlo.»(4)

 

Ed ecco la parte dello scritto ‘La fede che opera’:

 

LA PAURA DELL’AVVENIRE(5)

                                      Fides Substantia sperandarum rerum (Hebr.)

Non fermiamo volentieri il pensiero sull’Avvenire.
Ma, simili ai passeggeri timidi di una nave o di un aereo il cui sguardo evita il vuoto mobile del mare o dell’aria, noi distogliamo generalmente gli occhi dal futuro in cui siamo lanciati.
E, raggomitolandoci nel quadro, apparentemente più solido, delle cose acquisite e del passato, tentiamo di dimenticare, in mezzo a persone e a oggetti relativamente immobili, lo spazio vertiginoso in cui ci precipitiamo.
Ora, volenti o nolenti, la sensazione dell’incertezza in seno alla quale fluttuiamo, e del movimento inesorabile che ci trascina, forza la nostra coscienza. Abbiamo un bel cercare di astrarci nel presente, la tentazione di guardare oltre il bastingaggio c’insegue, diventa irresistibile. Finalmente, alziamo la testa e rischiamo una occhiata in avanti…
E allora rimaniamo affascinati da un duplice abisso.
Il primo abisso che si scopre è quello .della nostra fragilità.(1)
Nel senso in cui lo affrontiamo, il Reale futuro ci appare come la risultante di un’inestricabile rete di causalità o di antecedenze). Considerate separatamente, le fibre di questo tessuto mobile e aggrovigliato sembrano pressoché solide. Ma considerate a gruppi,cioè nelle loro combinazioni (sole interessanti per la vita!),esse si mostrano invece assolutamente mutevoli e instabili. La minima addizione o sottrazione, la più infima variazione nel luogo o ne] momento dei loro incontri bastano a trasformare radicalmente la configurazione dell’insieme. Il futuro pare in balia delle forze della Casualità. Tutte le riserve attive del Mondo sembrano impegnate in un’impresa che, per una differenza d’impulso infinitesimale (senza rapporto di grandezza con ì risultati conseguiti), porterà al successo o allo spreco. Ora, che cosa è in gioco, in questa partita, vista dal nostro posto, se non noi stessi?
Di fronte all’impalpabile atmosfera di casi in mezzo ai quali dovremo mantenerci in equilibrio e trovare la nostra strada, sentiamo passare in noi il brivido che ci coglie sul ciglio di una roccia a picco, ove non c’è parapetto.
Come: siamo riusciti ad arrivare cosi in alto? Come facciamo per non cadere? Quali circostanze hanno resa passibile la congiunzione degli innumerevoli determinismi di cui rappresentiamo l’interferenza? E per quale miracolo non si disgiungono a ogni istante della nostra vita?
Quale accumulazione d’incontri favorevoli, di un’improbabilità geometricamente crescente, ci è voluta perché si formasse la Terra, si sviluppasse l’Umanità e venisse alla luce la mia misera persona! Quanto tenui,sempre più tenui, sono i fili che tessono la mia esistenza, dall’inizio dei primi movimenti cosmici, sino d’incontro dei miei genitori!… E bastava che uno solo di questi fili si rompesse perché il mio spirito non si svegliasse mai all’esistenza…
Che cosa ha avvicinato, e che cosa mantiene unito tutto ciò?
Se guardiamo indietro e al di sotto di noi, l’angoscia della nostra estrema complessità c’investe improvvisamente; e abbiamo la sensazione che stiamo per disfarci, talmente sembriamo inverosimili.
Eppure non cadiamo!
Mettiamo alla prova le molle del nostro pensiero e del nostro organismo. Tutto funziona. Era un’illusione quella che, per un attimo, ci ha fatto girare la testa. In noi, l’esistenza è solida. Bisogna continuare a vivere.
Certo… Ma come fare per andare più in alto?
Ecco che, dopo averci fatto dubitare persino del nostro passato, una acuta percezione dei rischi che corriamo avanzando tende a paralizzare il nostro slancio verso l’avvenire. Da che parte andare, o Dio, attraverso le innumerevoli strade del vuoto aperto davanti a noi?
Il minimo scarto, in una qualsiasi direzione, può far deviare [derivare] la mia corsa nel senso più opposto ai miei desideri; e soprattutto può provocare un incontro con forze interamente differenti, per la mia salvezza o per la mia perdita!
Tremo di fronte all’infinità dei possibili scontri tra me e gli esseri, cosi numerosi e fitti, che popolano lo spazio in cui sto per penetrare.
Come tentare un calcolo in presenza di una così grande complicazione e di elementi così inconsistenti?
Come arrischiare un passo, o addirittura lanciarmi con coraggio?

…E come non cadere se mi fermo?…
Dinanzi a me, a perdita d’occhio, in tutte le direzioni, l’avvenire ondeggia come un ambiente infido e inafferrabile . . . . .
Le sole linee stabili che io vi discerna sono quelle inumane di alcune leggi di probabilità. Come il Caso sorge da un gruppo di determinismo associati, cosi un determinismo di secondo ordine nasce dalla confluenza di tutti i Casi. Nemesi, la dea degli insiemi, colei che non conosce né ama alcuno, colei che proibisce ai beni di eccedere i mali, colei che livella e tende a ricondurre tutte le cose a uno stesso cerchio, ciecamente, indefinitamente, è l’unica Potenza sulla quale io possa fermare lo sguardo e la speranza.
Ma, proprio il suo aspetto agghiaccia definitivamente il mio coraggio, poiché, con essa, eccomi disceso nel cuore del secondo abisso la cui profondità turba il mio sguardo quando oso scrutare l’Avvenire: l’abisso della Necessità in fondo a quello della Contingenza.
La Necessità: da qualunque parte io guardi in me stesso, la trovo mescolata alla mia sostanza, e secreta dal mio stesso agire. Essa mi sorregge, e ciascuna delle mie successive opzioni aumenta il suo impero su di me.
Da un lato, gli innumerevoli determinismo i cui legami, fortuitamente incrociati, mi sostengono, continuano a vivere segretamente in me, simili a quelle vibrazioni, capricciosamente associate in una particella materiale, e che si separano l’istante dopo, ritrovando le loro precedenti dimensioni. Risultante instabile e imprevedibile di mille forze convergenti, noi siamo (per la maggior parte del nostro «ego» che non è libera,né liberata) sottoposti alle leggi combinate di quelle fatalità elementari. Ne derivano le tendenze incorreggibili della mia natura, le mie virtù e i miei difetti innati, il ritmo particolare del mio sviluppo, i vari processi di salute o di malattia che si svolgono nel mio organismo.
Ma v’è di più.
Per l’azione libera de] suo insieme, il gruppo (più o meno transeunte) dei determinismo che mi costituiscono è assoggettato, dal gioco stesso della sua operazione,ad avvolgersi in una rete sempre più fitta di costrizioni. Ogni nuova decisione che prendo mi avvia in una direzione che non potrò mai più abbandonare. Restringe per me, inesorabilmente, il campo delle possibilità, e racchiude il mio avvenire in uno spazio sempre più limitato. Nonostante i miei più ardenti desideri,mi è impossibile ritirare la parola pronunciata, l’imprudenza commessa. La decisione, ritagliata nel futuro amorfo e mobile, vi innalza immediatamente pareti rigide che non posso più sfondare. La nostra esistenza s’inabissa nell’irreparabile. Lo esige la Durata irreversibile.
Pió guardiamo in noi stessi, e più questa introspezione moltiplica davanti ai nostri occhi spaventati legami dell’Incurabile e dell’Irreparabile. La Necessità serpeggia da tutte le parti, dà l’assalto ai nostri corpi e alle nostre anime, disegna nervature ogni giorno più numerose nel tessuto, dapprima cosi giovane e cosi plastico, dell’avvenire…
Ora, tutte queste linee d’irrigidimento hanno un involucro comune: il fondamentale obbligo che ci è stato fatto di vivere, senza che lo avessimo voluto. E convertono tutte in un medesimo centro inevitabile:
Morte…(2)

Vista nell’Avvenire, la Morte è il riepilogo e il fondo comune di tutto ciò che ci spaventa, di tutto ciò che ci dà la vertigine.
È la sfortuna per eccellenza (Casus), l’evento di un suprema importanza che ]a minima nostra decisione, o il più lieve accidente, possono scatenare sulle nostre teste.
E una specie di castigo che c’impone la Nemesi, in compenso e quale prezzo dell’esistenza che abbiamo goduto.
È il Destino inevitabile, implicato nella nostra nascita, che circoscrive la nostra esistenza (Fatum).
Sul suo orizzonte tenebroso che, in tutte le direzioni, limita l’avvenire, il nostro sguardo si ferma, senza riuscire a fissarsi, come su quegli spazi d’ombra, fra le stelle, dai quali un’attrazione più forte verso l’abisso esce come un’emanazione del vuoto supremo in cui Tutto si muove.
Attraverso quell’Ombra, a quali nuovi Casi accediamo, o a quali Necessità?
Bisogna aver sentito passare su di sé l’ombra della Morte per realizzare tutto ciò che la marcia verso l’Avvenire ha di solitario, di avventuroso e di spaventoso, nel suo aspetto rinnovatore.
Solo quando il pericolo ci minaccia, un pericolo contro cui nessuno può fare più nulla, né noi, né una qualsiasi persona attorno a noi, solo allora il futuro si rivela distintamente, con i suoi due volti di Fortuna capricciosa e d’implacabile Destino, acqua mobile e assieme tempestosa, in cui si affonda e che rovescia, ambiente incontrollabile tanto per la sua inconsistenza quanto per la sua forza scatenata.
Coloro che non sono stati sul punto di morire non hanno mai visto completamente che cosa vi era davanti a loro.
Gli altri, coloro a cui un grande spavento ha fatto alzare decisamente la testa e guardare dritto nel Tempo, spesso il timore li ha colti, anche in mezzo a una corsa sino allora sicura tra gli abissi, e può darsi che, nella loro emozione, si siano sentiti inabissare.(3)

(1) Il primo abisso è quello della «fragilità» o « contingenza » che Teilhard chiamerà più tardi « inconsistenza ». Cfr. .esercizi spirituali del 1945:« accettare e amare il sentimento di totale inconsistenza ». Esercizi spirituali del 1948: « Sì, la vertigine della fragilità, dell’instabilità… ».[L’altro abisso è quello della « necessità ». N.d.T.]

(2) Qui è l’aspetto tenebroso della morte che è evocato. Più avanti (p. 416) nella Fede, la morte sarà considerata come porta della vita. È questo il ritmo abituale del pensiero Teilhard sulla morte.

(3) Si sente qui la eco diretta dell’esperienza degli anni della guerra

NOTE

(1) Massimo Coltrinari, Giancarlo Ramaccia, 1918. L’anno della gloria: Dalla battaglia d’arresto, alla battaglia del Solstizio, alla vittoria, Edizioni Nuova Cultura, 2018, pp.300-303

(2) Pierre Teilhard de Chardin, Genesi di un pensiero – Lettere dal fronte (1914-1919), Feltrinelli 1966. pp. 204-205

(3) Pierre Teilhard de Chardin, Idem p.198

(4) Pierre Teilhard de Chardin, Idem p.205

(5) Pierre Teilhard de Chardin, La Fede che opera in: La Vita cosmica – scritti del tempo di guerra (1916-1919), il Saggiatore, Milano 1971, pp.395-402