Alcuni scritti di Teilhard de Chardin sono stati raccolti in un volume dal titolo Science et Christ pubblicato per la prima volta da Édition du Seuil nel 1965, con prefazione a cura di N.M. Wildiers[1] ed in traduzione italiana, con prefazione di Silvana Procacci, da Gabrielli nel 2002[2].

Come precisato nell’Avvertenza anteposta ad entrambe le edizioni questi scritti «non sono stati riveduti dall’autore per un’eventuale pubblicazione, pertanto vengono affidati al lettore quali spunti di lavoro.»[3]

Questo ci induce ad essere cauti nella valutazione di questo scritto, che potrebbe essere stato redatto nel 1919, mentre Teilhard de Chardin era sull’isola di Jersey, per lavorare e studiare, nel periodo compreso fra luglio ed agosto, e con l’occasione incontrare alcuni amici gesuiti  fra cui padre Auguste Valensin[4] e Jules Charles, come si evince da una lettera del 5 Settembre 1919 spedita dall’isola di Jersey a sua cugina Margherite Teilhard-Chambon:

«…Per concludere ho scritto da ultimo otto pagine sul modo di comprender i limiti del corpo umano. Ti dico questo perché Val ne è entusiasta e vuole mandarle a Blondel, insieme ai miei racconti alla Benson. Ti terrò informata se la cosa va in porto e sull’impressione che ha fatto…»[5]

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Pertanto siamo qui a proporlo, consci del fatto che potrebbe contenere imprecisioni che l’autore avrebbe potuto correggere in una successiva revisione, se vi fosse stata; ma confidando anche nell’abilità che Teilhard de Chardin aveva nello scrutare la realtà delle cose con una capacità d’analisi quasi istantanea e spesso senza eccessive rivisitazioni critiche. Ed ecco il testo:

 

«IN CHE COSA CONSISTE IL CORPO UMANO ?

 

(A) Basta aver tentato una volta di precisare a se stessi in che cosa consiste il corpo di un essere vivente per accorgersi di come questa entità, così chiara finché si rimane nell’ambito pratico: «il mio corpo», in teoria sia

estremamente difficile da definire e delimitare.

– o si vuol limitare il corpo agli elementi che vivono rigorosamente della vita del vivente, – ed allora lo si vede ridotto ad un semplice groviglio di fibre nervose…

– o si cerca di estenderlo a tutto ciò che subisce l’azione dominatrice e organizzatrice dell’anima, – ed allora gli si devono ammettere elementi notoriamente privi di vita nel senso abituale del termine ( come le cellule morte delle ossa e del sangue), o dotati d’una vita perfettamente autonoma (amebe) – i quali ben difficilmente possono essere ritenuti proprietà personale, incomunicabile, del vivente.

(B) La difficoltà assume forma e vivacità nuove quando si passa, da un corpo qualsiasi, a quello di Cristo. In Gesù qual’è la materia soggetta all’unione ipostatica, la materia da adorare?

Bisognerà adorare le gocce di sangue lasciate dal maestro sulle spine del cammino della croce? E le cellule, pressoché indipendenti, che scorrevano quaggiù (come in ogni carne umana) nella carne di Cristo, avevano l’onore, – nella loro vita propria d’ameba – di essere unite ipostaticamente al verbo, – onore che non tocca neppure alla Beata Vergine Maria?

(C) Tutte queste stranezze e questi bizzarri quesiti provano sicuramente che la nozione usuale di «corpo umano» non si presta alla critica filosofica. Si può tentare di semplificarli, di rigirarli uno ad uno. In fondo, è un lavoro inutile. Le sottigliezze ele spiegazioni dettagliate che si accumulano per salvare in filosofia la nozione sperimentale di «corpo» sono delle pezze cucite su una stoffa vecchia. La base stessa delle nostre speculazioni sulla materia è difettosa. Bisogna interpretare i corpi in modo diverso da come abbiamo fatto finora. – Come?

Forse nel modo seguente:

(D) Il corpo (cioè la materia incomunicabilmente associata ad ogni anima) è, abbiamo fin qui sostenuto, un frammento dell’universo, – un pezzo adeguatamente staccato dal resto ed affidato ad uno spirito che lo informa.

(E) Il corpo, potremo ora dire, è l’universalità stessa delle cose, le quali concentrandosi su uno spirito animatore, lo influenzano – e, nello stesso tempo, sono da lui influenzate e sostenute. Avere un corpo significa, per un anima, essere εγχεχωσμσμεγμ.[6]

(F) Probabilmente, l’azione individuale si sprigiona a partire da un centro organico che ne è lo specifico motore, da un gruppo di monadi inferiori meglio associate, ma la sfera d’operazione immanente si estende in realtà a qualcosa dell’universo tutto intero.

(G) Il mio proprio corpo non è queste o quelle cellule da me monopolizzate: è cioè che, in tali cellule e in tutto il resto del mondo, mi subisce e reagisce su di me. La mia materia non è una parte dell’universo che io possederei totaliter, è la totalità dell’universo posseduta da me partialiter.

(H) Così, i frammenti limitati, palpabili, che nel linguaggio abituale chiamiamo monadi, molecole, corpi, non sono esseri completi. Non sono altro che il loro nucleo, il loro centro amministrativo. L’estensione reale di questi corpi è costituita, pero ognuno, dalle dimensioni stesse dell’Universo.

(I) Il Mondo, da questo punto di vista, non appare più simile ad un aggregato di elementi saldati tra loro, bensì è una sfera unica con innumerevoli centri di prospettiva e d’azione. E multiplo, non come un mucchi di pietre (somma di parti giustapposte) ma come un miscuglio gassoso, in cui ogni gas occupa l’intero volume del miscuglio (paragone deplorevolmente grossolano, evidentemente).

Ogni elemento, essendo strettamente coestensivo a tutti gli altri, al tutto, e realmente un microcosmo.

Mondo Universo=Mondo centrato su Pietro+Mondo centrato su Paolo…ecc.»[7]

[1] Max Wildiers OFM Cap (Anversa , 29 luglio 1904 – Ekeren , 17 agosto 1996 ) appartenente all’ordine dei Cappuccini,  filosofo e teologo . E ‘stato uno dei più grandi filosofi fiamminghi del 20°secolo. Egli è ben noto per il suo complesso WTK, in cui egli rende chiara correlazione tra scienza, la tecnologia ed il capitalismo. Ha scritto un testo su Teilhard de Chardin Introduzione a Teilhard de Chardin, edito in Italia da Bompiani, che nel 1963 gli è valso il riconoscimento quale vincitore del Premio Letterario Alba.

[2] Pierre Teilhard de Chardin, Science et Christ, Édition du Seuil, Paris 1965 ( trad. italiana  a cura di A. M. Tassone Bernardi: La Scienza di fronte a Cristo, Gabrielli, Verona 2002).

[3] P. Teilhard de Chardin, La Scienza di fronte a Cristo, Op. Cit., p. 37.

[4] Auguste Valensin (1879-1953), gesuita francese, ordinato nel 1910. Fu professore di filosofia presso le facoltà cattoliche di Lione dal 1920 al 1934. Molto legato al filosofo Maurice Blondel, sotto la cui guida aveva preparato la sua tesi di laurea in Filosofia.

[5] Pierre Teilhard de Chardin, Genesi di un pensiero – Lettere dal fronte (1914-1919), trad. Stefano Majnoni, Feltrinelli, Milano 1966, p.263.

[6] Radicato nel cosmo (N.d.E.).

[7] P. Teilhard de Chardin, La Scienza di fronte a Cristo, Op. Cit., pp.253-255.

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