Original

Conosco le cose dai segni che mi giungono da esse (fenomeni) ma non come ‘cose in sé’ (condizione materiale) bensì per come la mia mente può recepirle in virtù delle sue condizioni di conoscibilità (condizione formale). Ecco la sede dell’ovvio, la banalità del quotidiano che ancora ci attanaglia.

 

 

 

E’ strano come a volte ci sorprendiamo ad avere pensieri e riflessioni che, nel medesimo momento in cui sorgono, ci paiono condivise contemporaneamente da più persone. Eppure tutto ciò è meno strano di quel che può apparire. Non è questione di telepatia, né di influssi astrali, come a volte ci si vuol far credere. Ed i motivi di queste strane coincidenze erano già conosciuti da qualcuno nella seconda metà del ‘700, qualcuno che operò una svolta nel mondo filosofico, e non solo, che ha cambiato il nostro modo di vedere le cose sino ad oggi: Immanuel Kant.

 

Perché proprio di lui ci occupiamo in questo breve scritto? È presto detto: Kant ci ha rivelato che le cose non le conosciamo per quello che sono (‘cose in sé’) infatti ci dice:

 

«Finora si riteneva che ogni nostra conoscenza dovesse regolarsi sugli oggetti:ma tutti i tentativi di stabilire qualcosa di a priori su questi ultimi mediante dei concetti – qualcosa con cui venisse estesa la nostra conoscenza -, a causa di quel presupposto sono finiti in niente. Per una volta, allora, si tenti di vedere se non possiamo forse adempiere meglio ai compiti della metafisica, ammettendo che siano gli oggetti a doversi regolare sulla nostra conoscenza: ciò che di per sé meglio si accorderebbe con l’auspicata possibilità di una conoscenza a priori degli oggetti, che stabilisca qualcosa su questi ultimi prima che essi ci vengano dati. Si tratta di una cosa simile a quella che per la prima volta pensò Copernico: poiché la spiegazione dei movimenti celesti non riusciva a procedere bene ammettendo che tutto quanto l’ordine delle stelle girasse attorno allo spettatore, egli tentò di vedere se non potesse andar meglio facendo ruotare lo spettatore e star ferme invece le stelle.»[1]

 

E quindi sulla base di questa rivoluzione Copernicana, che ha cambiato il nostro modo di vedere la realtà, possiamo fare delle considerazioni pratiche, dopo 233 anni dalla pubblicazione del suo Critica della Ragion Pura (1781), per valutare quanto abbiamo applicato alla nostra quotidianità questa nuova visione del nostro rapporto con la realtà, e quanto invece è rimasto legato alla precedente concezione di vedere il mondo.

 

Dicevamo qualche riga sopra, delle strane coincidenze di pensieri, ma ora sappiamo con Kant che sono gli oggetti che si adattano al nostro modo di vedere, e nello studio che porterà avanti nel suo librone dal titolo Critica della ragion pura, Kant ci informa anche che ci sono degli schemi mentali comuni a tutti quanti noi, schemi che ci servono ad interpretare i fenomeni intorno a noi; ma questo è anche quello che rende il nostro modo di interpretare il mondo, in un certo qual modo universale, ovvero comune a tutti gli esseri umani…o quasi.

 

Allora risaliamo il fiume della nostra conoscenza quotidiana, credo che nessuno avrà da ridire se affermiamo che la gran parte di ciò che conosciamo e pensiamo, del mondo che ci circonda, proviene da un patire il mondo sensibile intorno a noi, e trovare la definizione che possa identificare le singole parti della realtà patita. Esempio classico: attraverso lo sguardo patisco l’immagine di un oggetto ed attraverso un atto della mia ragione cerco di definirlo (cos’è). Ed ecco che dal subire (patire) dei sensi, agisco definendo qualcosa.

 

A questo punto è importante che comprendiamo cos’è questa nostra attività, che Kant ci dice essere comune a tutti gli esseri umani nello stesso modo, cosa significa definire? Se prendiamo un vocabolario, utilizzeremo per lo scopo uno dei più blasonati in Italia il Treccani, troviamo questo lemma in cui fra i vari significati espressi vi è :

 

«Definire

definire (ant. diffinire) v. tr. [dal lat. definire «limitare», der. di finis «confine»] (io definisco, tu definisci, ecc.). –

 Determinare il contenuto di un concetto, dichiarare con brevi e precise parole le qualità essenziali di una cosa, in modo da distinguerla nettamente da un’altra: d. la virtù, la giustizia; definisci che cos’è un triangolo; non saprei d. il suo carattere; sono sentimenti così vaghi che non si possono d.; d. una persona, descriverla, indicarne le qualità.»[2]

 

E ci balza subito agli occhi, nella parte legata all’etimologia del termine, che nelle sue origini latine era legato al significato di «limitare» e di «confine», ed anche nella sua accezione attuale il significato è mantenuto ed il redattore utilizza i termini «distinguerla nettamente da un’altra», così confermando che il nostro definire altro non è se non una operazione che ritaglia una parte della realtà che ci circonda dandole significato.

 

Ma se l’operazione che facciamo con la nostra ragione, il definire, è basato non sull’oggetto, come ci dice Kant, ma sul nostro modo di conoscere, ovvero sugli schemi che la nostra ragione utilizza per interpretare la realtà dei fenomeni, ci ritroviamo fra le mani un grosso problema! Tutti ci ritroviamo a dare un senso ed un significato alle cose che ci circondano che è pressoché uguale in ciascuno di noi. Sarà per tutti noi evidente la definizione degli oggetti che ci circondano, ovvero sarà presente alla nostra ragione in maniera facile. Ma con questi termini: evidente, facile ecc. cosa stiamo affermando? Stiamo dicendo che sarà ovvio il significato che diamo alle cose che patiamo, proprio perché si presentano facilmente a tutti noi che utilizziamo lo stesso schema interpretativo.

 

Quindi l’ovvio che rende così banale l’esistenza quotidiana viene ad essere svelato proprio dal modo in cui conosciamo ogni cosa, in quanto la nostra azione conoscitiva trascende gli oggetti per risiedere nel nostro modo di conoscere. Questo è il confine che rende poco originali la maggior parte di noi nella quotidianità, e se leghiamo questo meccanismo descritto alla molto diffusa ripetizione delle nostre azioni, ovvero l’abitudine, ci rendiamo conto che per essere diversi, o come preferisce qualcuno originali, nel nostro agire e comprendere, dobbiamo uscire dal meccanismo kantiano appena descritto, oltrepassando i confini dell’ovvio per avventurarci nel mare delle possibilità che il mondo attorno a noi ci offre, ma che non riusciamo a recepire. E questa è un’altra storia…

 

[1] Immanuel Kant, Critica della ragion pura, trad. Costantino Esposito, Ed. Bompiani, Milano 2007, p. 35

[2] Riferimento alla versione ondine del Vocabolario della lingua italiana Treccani, voce ‘Definire’ (http://www.treccani.it/vocabolario)

 

Link all’articolo originale : Con Kant oltre l’ovvio

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