“FISICA E BIOLOGIA: IL PROBLEMA

 

 

L’Uomo è una parte della Vita e ne è addirittura (proprio questa è la tesi sostenuta nelle pagine che seguono) la parte più significativa, più polare, più vivente. Impossibile pertanto apprezzarne adeguatamente la posizione nel Mondo senza definire anzitutto il posto della Vita nell’Universo, e cioè senza riconoscere e affermare in primo luogo ciò che la Vita rappresenta nella struttura generale del cosmo. Anche se per farlo dovremo, più o meno consapevolmente, utilizzare gli indizi forniti dall’osservazione dell’Uomo stesso.

Prendendo posizione sul senso e sul valore del fenomeno Vita nell’evoluzione universale, stabilire possibilmente un ponte (o per lo meno l’abbozzo di un ponte) tra biologia e fisica, ecco qual è (e quale deve essere necessariamente) l’argomento di questo primo capitolo.

Modello (non in scala) di origine e espansione dello spazio-tempo e della materia in esso contenuta. In questo diagramma il tempo aumenta da sinistra a destra, vengono rappresentate due dimensioni spaziali (una dimensione di spazio è stata soppressa); in tal modo, l’Universo ad un certo istante è rappresentato da una sezione circolare del diagramma.

Detto questo, per entrare immediatamente e concretamente nel vivo del problema, mi pare che la cosa migliore sia di ritornare con il pensiero al tempo (una sessantina di anni fa) in cui i Curie annunziarono la scoperta del radium. I fisici di allora (forse lo abbiamo già dimenticato) si trovano di fronte a un singolare dilemma. In quale modo, infatti si doveva tentare di comprendere la natura del nuovo elemento? … Con quella sostanza bizzarra, la scienza si trovava forse di fronte a una forma particolarmente aberrante della Materia? Oppure a un nuovo stato della medesima? Si trattava di un’anomalia o di un parossismo? Era soltanto un fenomeno raro, interessante unicamente i collezionisti? Oppure era in gioco tutta una nuova fisica da creare?

Nel caso del radium, il dubbio non doveva durare a lungo. Ma in un caso analogo e ancora più importante, quello della Vita, non è forse singolare che una esitazione dello stesso genere possa perdurare? Poiché se, in definitiva, si tenta di «psicoanalizzare» la scienza moderna, si giunge alla seguente constatazione: nonostante le proprietà straordinarie che ne fanno una cosa assolutamente unica nell’ambito della nostra esperienza, la Vita, per il fatto di essere in apparenza così rara e così piccola (così ridicolmente localizzata, per un attimo, in una particella siderale!), la Vita,  ripeto, continua praticamente a essere considerata e trattata dalla fisica (come il radium ai suoi inizi) quale un’eccezione oppure un’irregolarità rispetto alle leggi essenziali della Natura. Un’irregolarità certamente interessante commisurata alla scala della Terra, ma senza reale importanza per una piena comprensione della struttura fondamentale dell’Universo. La Vita: un epifenomeno della Materia, come del resto il Pensiero sarebbe un epifenomeno della Vita. Non è vero che, almeno implicitamente, troppi sono ancora coloro che pensano in questo modo?

portraitEbbene, mi pare essenziale prendere posizione al più presto contro un simile atteggiamento minimizzante. Ricordiamo con insistenza che, (sempre come nel caso del radium) esiste una seconda soluzione al dilemma che i fatti propongono alla perspicacia dei ricercatori. La Vita: non già un’anomalia bizzarra che fiorisce sporadicamente sulla Materia, ma l’esagerazione privilegiata di una proprietà cosmica universale. La Vita: non un epifenomeno, ma l’essenza stessa del fenomeno.

Evidentemente, la fisica moderna non sarebbe nata se (per un caso assurdo) gli scienziati si fossero ostinati a considerare la radioattività come un’anomalia. E io sostengo che, del pari, la biologia non potrà svilupparsi e riuscire a occupare un posto coerente nell’universo della scienza se non ci decideremo a riconoscere nella Vita l’espressione di uno dei movimenti più significativi e più fondamentali del Mondo attorno a noi, non certo (ed eccoci questa volta nel cuore del problema) in virtù di una qualche opzione sentimentale o gratuita, ma per un complesso di solidi motivi che si scoprono immediatamente, per poco che si riesca a vedere il legame intimo, strutturale, che collega «l’accidente vitale» all’enorme e universale fenomeno (così evidente e tuttavia così poco compreso sinora!) di complessificazione della Materia.

Ecco proprio ciò che si tratta di esaminare se si vuol accedere allo studio dell’Uomo e dell’ominizzazione per la porta principale. Ma prima ancora, e per illuminare la mostra strada, definiamo bene il significato delle parole da noi impiegate. In tutte queste pagine, ripeterò che la Vita si presenta sperimentalmente alla scienza come un effetto materiale di complessità. Ma in questo caso particolare, cosa dobbiamo intendere esattamente, tecnicamente, con la parola «complessità»?”[1]

 

 

“LEMMA.

DIVERSE FORMA DI ORGANIZZAZIONE DELLA MATERIA.

«VERA» E «FALSA» COMPLESSITA’

 

Anzitutto, nelle pagine che seguono, con il termine «complessità» non intenderò ovviamente la semplice aggregazione, e cioè un raggruppamento qualsiasi di elementi non organizzati, quale un mucchio di sabbia, ovvero le stelle e i pianeti (messa da parte una certa divisione in zone dovuta alla gravità, indipendentemente dalla molteplicità delle sostanze che li compongono).

Neppure questa parola significherà per me la semplice ripetizione geometrica indefinita di unità (per quanto varie siano, e nonostante le numerose possibilità della loro organizzazione), come accade nel sorprendente e universale fenomeno della cristallizzazione.

Ma, con questa espressione, io intenderò molto precisamente la combinazione, e cioè la particolare e superiore forma di raggruppamento la cui caratteristica distintiva è quella di correlare fra loro un certo numero fisso di elementi (pochi o molti, non importa), con o senza l’ausilio di fenomeni di aggregazione e di ripetizione, in un insieme chiuso, di raggio determinato. Tali sono l’atomo, la molecola, la cellula, il pluricellulare ecc.

Schema semplificato dell’evoluzione atto a mostrare i principali rapporti filogenetici tra i gruppi più rappresentativi. Gli organismi mostrano in generale un ordine di complessità crescente da sinistra a destra.

Numero fisso degli elementi, insieme chiuso. Insistiamo su questa duplice caratteristica dalla quale dipende in realtà l’intero seguito della mia trattazione.

Nei fenomeni di aggregazione e di cristallizzazione, la organizzazione è e rimane, per natura, sempre incompiuta verso l’esterno. Un nuovo apporto di materia è sempre possibile dal di fuori. In altre parola, nell’astro o nel cristallo non vi è traccia di un’unità limitata rispetto a se stessa, ma semplice apparizione di un sistema accidentalmente limitato da un «contorno».

Invece, con la combinazione, nasce un tipo di gruppo strutturalmente completo in ogni istante (sebbene a partire da una certa classe, come vedremo,[2] esso sia indefinitamente estensibile dall’interno): è il corpuscolo (microcorpuscolo o macrocorpuscolo), unità veramente e doppiamente «naturale» nel senso che, organicamente limitata nei contorni rispetto a se stessa, lascia apparire, inoltre, precisi fenomeni di autonomia, a determinati livelli superiori di complicazione interiore. Una complessità che libera progressivamente una certa «centreità», non già simmetria, ma di azione. «Centro-complessità», potremmo dire, per abbreviare e precisare. (…)”[3]

 

 

 

 

[1] Pierre Teilhard de Chardin, IL POSTO DELL’UOMO NELLA NATURA – Il gruppo zoologico umano, Trad. Ferdinando Ormea, Il Saggiatore, Milano 1970, I-1 pp.27-30

[2] N.d.A. 1) La classe dei «corpuscoli viventi»

[3] Pierre Teilhard de Chardin, IL POSTO DELL’UOMO NELLA NATURA – Il gruppo zoologico umano, op. cit, I-2 pp.31-32

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