121_Teilhard02Ritorniamo sulle vicende del Monitum che fu emesso il 30 Giugno del 1962 ai danni dell’opera di Teilhard de Chardin, e di cui abbiamo già scritto in precedenza (qui e qui), per approfondire alcuni particolari che possono chiarire l’atmosfera controversa che avvolgeva la figura di Teilhard de Chardin negli stessi ambienti ecclesiastici.

Per il nostro fine ci avvarremo delle memorie, molto dettagliate, che padre Henri de Lubac SJ [1] ha pubblicato in due opere distinte, la prima edita per la prima volta in Francia nel 1989 dal titolo Mémoire sur l’occasion de mes écrits[2]  e la seconda sempre edita in Francia per la prima volta nel 2007 dal titolo Carnets du Concile[3] .

Ecco l’incipit della parte relativa a Teilhard delle Mémorie

 

«Dopo padre de Montcheuil nel 1944, Maurice Blondel nel 1949, padre Valesin nel 1953, padre Pierre Teilhard de Chardin moriva il 10 Aprile 1955, giorno di Pasqua, a New York. Sono note la sua fulminante celebrità postuma e le battaglie combattute intorno al suo nome e alla sua opera ancora poco e mal conosciuta, il più delle volte da antagonisti incapaci da una parte e dall’altra di giudicare obiettivamente.»[4]

 

Nel capitolo quarto delle Mémorie intitolato ‘Il fulmine di Fourvière’ de Lubac descrive le fasi che lo hanno portato al divieto di pubblicazione su alcuni argomenti ed all’insegnamento, con provvedimento della Compagnia di Gesù, ma indotto dal polverone alzato dall’ala neo-tomista capeggiata da Reginald Garrigou-Lagrange, teologo domenicano francese, che riuscirono a far inserire nella Enciclica Humani Generis, che attaccava direttamente il Modernismo e l’Evoluzionismo, un testo che accusava il gruppo dei teologi di Lione-Fourvière, di cui de Lubac faceva parte, di seguire una Nouvelle Théologie che, opponendosi alla scolastica, proponeva un ritorno alle fonti, ovvero Sacre Scritture e scritti dei primi Padri della Chiesa. Una prima avvisaglia c’era stata già nel 1946, quando in occasione della Congregazione Generale della Compagnia di Gesù, per l’elezione del nuovo preposto generale, Pio XII, ricevendo a Castel Gandolfo i padri gesuiti, nel suo discorso dichiarò:

 

«Da un po’ di tempo si è parlato troppo di teologia nuova»[5]

 

questa fu un’anticipazione di quella parte del testo dell’enciclica, di quattro anni dopo, diretto a questo argomento e che diceva appunto:

 

«Purtroppo questi amatori delle novità facilmente passano dal disprezzo della teologia scolastica allo spregio verso lo stesso Magistero della Chiesa che ha dato, con la sua autorità, una cosi notevole approvazione a quella teologia.»[6]

 

Il de Lubac ci dice che già vi era nell’aria una volontà di condanna nei DeLubac1confronti di Teilhard de Chardin, infatti prima della pubblicazione dell’enciclica in questione pubblicata il 22 Agosto del 1950,

 

«Padre Pierre Charles, venuto a Lione per la «Settimana Sociale», diceva al mio provinciale padre Décisier, il 31 luglio 1948: «Da ogni parte, a Roma, si ha fretta di condannare. Padre Teilhard sembra fuori causa, perché non si vuole un nuovo caso Galileo. I fuochi si concentrano su padre de Lubac».[7]

 

Ovviamente accusato di tale posizione non era il solo de Lubac, ma insieme a lui venivano menzionati altri padri, soprattutto gesuiti, come Jean Danielou[8], Henri Bouillard[9] Teilhard de Chardin ed altri ancora, e fu proprio in questi periodi che lo stesso Teilhard commentò tali vicende in diverse lettere, in cui già era evidente prima della pubblicazione dell’enciclica, che ci si aspettava un provvedimento da parte della Santa Sede, infatti il 25 Giugno del 1950 scrive al suo confratello Pierre Leroy SJ da Parigi

 

«…Aspettiamo per luglio le decisioni del Sant’Ufficio riguardanti la ‘teologia nuova’.»[10]

 

e con il solito zelo che è tipico di Teilhard afferma il 29 agosto dello stesso anno in un’altra lettera sempre al Leroy

 

Pierre-Teilhard-de-Chardin «…Non sono né amareggiato né scoraggiato; sono però deciso a continuare con tutta semplicità la mia strada in una direzione che mi sembra orientata esattamente verso il realismo dogmatico che Roma desidera e richiede.»[11].

 

Quindi possiamo vedere che Teilhard era già entrato una seconda volta, dopo il caso del testo sul peccato originale che lo aveva portato all’esilio cinese, nelle mire del Sant’Ufficio che valutava la sua posizione come esponente della Nouvelle Théologie pericolosa per la fede.

Questa situazione che si era venuta a creare, e che vedeva la maggior parte dei padri coinvolti subire il divieto di pubblicazione su tali argomenti, fu il lievito che lasciò crescere l’incomprensione sui punti dottrinali ritenuti dogmaticamente intoccabili per le autorità ecclesiastiche, e fu lo stesso motivo che vide nascere la maggior parte delle incomprensioni sulle idee teilhardiane, che circolavano, anche grazie a copie ciclostilate di suoi scritti fatte girare clandestinamente in diverse nazioni. E’ infatti lo stesso de Lubac che ci informa che riguardo a Teilhard :

 

«Per parecchi anni ci fu anche proibito di scrivere su di lui. Si dava così libero corso, malgrado qualche buon lavoro isolato, alle leggende, agli attacchi di ogni genere come pure agli sfruttamenti tendenziosi, alle interpretazioni aberranti.»[12]

 

Ma come ci informa lo stesso de Lubac avviene una variazione alla consegna del silenzio su Teilhard, infatti:

 

«Bruscamente, all’inzio del 1961, tutto cambiò. Ancora il 23 aprile padre Arminjon mi ricordava il divieto formale di scrivere su Teilhard. Adesso mi convocava e mi faceva in sostanza questo discorso: «Si scrive dappertutto, in tutti i sensi, pro e contro Teilhard; si dicono su di lui sciocchezze di ogni genere. La compagnia non può disinteressarsi di uno dei suoi figli; i quattro provinciali di Francia, con l’approvazione del padre generale, desiderano che uno di quelli che l’hanno conosciuto bene e hanno seguito il suo pensiero porti la sua testimonianza su di lui; non ne esistono quasi più in questo mondo; noi abbiamo designato lei. Si metta dunque subito al lavoro;si liberi il più possibile da ogni altra occupazione e faccia in fretta».»[13]

 

«La duplice consegna del silenzio che pesava fino al quel momento su di me era dunque improvvisamente annullata.»[14]

 

Ma seppur le intenzioni della Compagnia di Gesù erano quelle di mettere un freno alle strane e fantasiose interpretazioni del pensiero teilhardiano che circolavano ormai in ogni dove in Europa, onde evitare che ci potessero essere nuovi provvedimenti del Sant’Ufficio, il risultato non fu quello atteso. É infatti sulle sorti dello scritto che ne venne fuori, dal titolo Il pensiero religioso di Padre Teilhard de Chardin[15] è  lo stesso de Lubac a descrivercene nelle sue memorie:

 

«Pubblicato presso Aubier nella primavera del 1962, il libro si diffuse molto rapidamente e mi procurò un numero considerevole di lettere. Altrettanto in fretta provocò un cero subbuglio al Sant’Ufficio. Secondo una informazione trasmessami, attraverso un viaggiatore, da padre Lamelle, archivista della nostra curia generalizia, mons. Parente avrebbe chiesto che fosse messo all’Indice. Poiché alcuni consultori del Sant’ufficio erano di parere contrario, il caso sarebbe stato presentato a Giovanni XXIII, che avrebbe rifiutato. Da qui i provvedimenti più benevoli che furono adottati. Pubblicamente ci fu un Monitum, dalle formule abbastanza vaghe, la cui importanza fu talvolta esagerata; fu subito commentato da padre Philippe de la Trinité (Joseph Rambaud, mio ex-allievo di Mongré), carmelitano scalzo, sull’«Osservatore Romano» in un articolo senza firma e senza autorità che criticava direttamente il mio libro. D’altra parte, il 28 giugno, il mio provinciale mi notificava che ogni riedizione del libro e ogni traduzione erano proibite.»[16]

 

Ma il seguito di questa memoria riveste per noi una estrema importanza, infatti de Lubac ricorda l’accoglienza alquanto fredda che il Monitum ebbe sul preposto generale della Compagnia di Gesù, l’allora Jean-Baptiste Janssens SJ[17] ma soprattutto ci informa su indiscrezioni che riguardarono i movimenti integristi che osteggiavano Teilhard, infatti ci dice che:

 

«A Roma corse voce che era stato preparato un numero speciale della rivista «Divinitas» contro Teilhard e che il papa, avvertito, l’aveva fermato.»[18]

 

Quindi sembra che nella questione Teilhard ci sia stato un diretto intervento dell’allora Papa Roncalli, Giovanni XXIII, che sembra avere posizioni più favorevoli su Teilhard rispetto al Sant’Ufficio. La cosa è ulteriormente confermata da altre considerazioni che sempre de Lubac fa qualche pagina dopo, commentando la lettera di risposta avuta dal preposto generale della Compagnia di Gesù Janssens sugli avvenimenti legati al libro in questione:

 

«Questa lettera non era affatto confidenziale ed il p. generale non l’avrebbe certamente scritta in questo modo se non avesse saputo che il Monitum in questione non corrispondeva al pensiero del papa.»[19]

 

Ancora sulla questione Teilhard-Giovanni XXIII, de Lubac ritorna nell’altro suo scritto, che qui prendiamo in considerazione, ovvero i Carnets , dove la questione di Teilhard e quella di de Lubac si intrecciano ancora una volta, e divengono quasi un’unica storia, infatti siamo sempre nel 1962, e da pochi mesi è stato emesso il Monitum[20] ripreso da L’osservatore Romano, ovvero il giornale ufficiale del Vaticano, che pubblicava, corredato da un articolo critico a firma anonima[21], il ‘Monitum’ del Sant’Uffizio, nel quale Sebastiano Masala, Notaio della Congregazione, esortava

« Ordinarios omnes necnon Superiores Institutorum religiosorum, Rectores Seminariorum atque Universitatum Praesides exhortantur ut animos, praesertim iuvenum, contra operum Patris Teilhard de Chardin eiusque asseclarum pericula efficaciter tutentur » in quanto « in materia philosophica ac theologica satis patet praefata opera talibus scatere ambiguitatibus, immo etiam gravibus erroribus, ut catholicam doctrinam offendant »[22]

 

e de Lubac ci segnala che:

 

«…il 28 settembre, La Croix pubblicana lista di «esperti» nominati dal papa per il concilio; il mio nome era nella lista. L’indomani, 29, si diceva sui giornali  che senza dubbio Giovanni XXIII stava per nominarni esperto al concilio, per dimostrare la sua contrarietà per Monitum del Sant’Uffizio su Teilhard e per l’articolo de L’osservatore Romano che commentava il Monitum, criticando il mio libro su La pensée religeuse du Pére Pierre Teilhard de Chardin, che alcuni avevano voluto mettere all’Indice.»[23]

 

Ed ancora il 7 ottobre annota, sempre a riguardo del caso Teilhard:

 

«A proposito di Teilhard, in generale si conviene, a Roma, che la vicenda del Monitum segna il punto finale, che il partito della condanna è decisamente fallito. Il principale autore su L’osservatore Romano sarebbe p. Philippe de la Trinité. L’altro ieri, 5 ottobre, il Santo Padre ha ricevuto in udienza privata L. Senghor, presidente del Senegal. P. Lucas mi dice che il colloquio è stato lungo, molto più di quanto era stato previsto. Il fatto è che hanno parlato di Teilhard. Secondo quello che mi era già stato riportato in Francia qualche giorno fa, Senghor avrebbe detto recentemente a un amico: «Vado a trovare il papa, e gliela canto io l’antifona su Teilhard. Mi lamenterò del Monitum del Sant’Uffizio; e gli spiegherò come T. mi ha fatto ritrovare la fede cattolica».»[24]

 

Ma un riferimento per noi significativo, è quello che però de Lubac non commenta e di cui lascia la descrizione in una nota al testo abbastanza stringata, che suggerisce una possibile correlazione fra il Monitum e gli interessi dottrinari del Sant’Uffizio nell’imminenza dell’apertura del Concilio Vaticano II; la nota in questione dice:

 

«Jan van Kilsdonk, nato nel 1917, gesuita olandese, ordinato nel 1945. La vicenda scoppiò nel settembre 1962, quando p. van Kilsdonk accusò la curia romana di «terrorismo spirituale», e portò come esempio il Monitum pubblicato dopo il libro di p. de Lubac su Teilhard…»[25]

 

Infatti, questa nostra interpretazione ci viene suggerita da un inciso fra parentesi che de Lubac mette nell’altra sua opera e che si riferisce ad una lettera che pochi mesi prima, esattamente il 26 Luglio, sempre del 1962 de Lubac aveva inviato al padre Gaston Fessard[26] e che diceva:

 

«…Per me c’è sempre il caso Teilhard e sono in mezzo al ciclone. Il Sant’Ufficio ha preteso impormi il suo segreto, ma ero obbligato o a rifiutare di obbedire o a svelare il segreto. In che modo, per esempio, annullare sei contratti già stipulati con sei editori stranieri e far credere che era pura fantasia personale ? Ho ricevuto mucchi di lettere; molte persone hanno creduto che io fossi molto più turbato di quanto non lo sono. (Il fatto è che non sospettano minimamente ciò che mi hanno fatto passare per sette o otto anni di seguito; a confronto questo di oggi è un’inezia.) Ho scritto delle osservazioni sull’articolo anonimo dell’osservatore (che è il biglietto da visita indirizzatomi da parte di miei ex colleghi della commissione teologica) e, su consiglio del provinciale, ho mandato delle osservazioni al padre generale (ed al p. Arnou)…»[27]

 

Ci sembra di vedere quindi che una possibile motivazione del Monitum del 1962 sia più che altro un avvertimento che il Sant’Ufficio lanciava verso quelle frangie di teologi della chiesa che si spingevano troppo oltre la tradizione, che era rappresentata dall’interpretazione neo-tomistica ritenuta posizione ufficiale della chiesa, e che avevano già avuto un primo richiamo all’ordine con la citata enciclica Humani Generis esplicitamente diretta proprio ad alcuni dei teologi allora già considerati pericolosi per la loro Nouvelle Théologie e che ora si ritrovavano ad essere delegati e consulenti del Concilio Vaticano II.

Ma se nel 1950 il Sant’Ufficio aveva trovato in Pio XII un alleato in questa lotta contro i nuovi teologi, nel 1962 Giovanni XXIII non si schierò a favore dell’ala conservatrice, e forse proprio la nomina di de Lubac e di altri teologi riconducibili alla Nouvelle Théologie mise in condizione il Sant’Ufficio di ricorrere all’espediente di un Monitum indiretto, che potesse servire quale elemento dissuasore del portare quelle idee nuove nel concilio che era in procinto di aprirsi.

[1] Henri-Marie de Lubac (Cambrai, 20 febbraio 1896 – Parigi, 4 settembre 1991) Può essere considerato uno dei più influenti teologi del secolo XX. I suoi scritti hanno giocato un ruolo chiave nello sviluppo della dottrina del Concilio Vaticano II. Entrò nella Compagnia di Gesù a Lione il 9 ottobre 1913, e fu ordinato presbitero nel 1927. Fu professore di teologia fondamentale nella facoltà teologica di Lione dal 1929 al 1961. Nel 1938 pubblicò il suo primo libro, Catholicisme, les aspects sociaux du dogme (trad. it.: Cattolicesimo, gli aspetti sociali del dogma). Durante la Seconda guerra mondiale fu costretto a vivere nascosto per la sua participazione alla resistenza francese. Nello stesso periodo partecipa alla creazione dei Cahiers du Témoignage chrétien. Nel 1942 fonda con Jean Daniélou la collana di testi cristiani Sources Chrétiennes’. Del 1946 è Surnaturel. Études historiques (Soprannaturale. Studi storici), che fa scandalo. È accusato di modernismo. L’enciclica Humani generis del 1950 sembra accusarlo direttamente, il generale dei gesuiti gli toglie l’insegnamento, e i suoi libri sono ritirati dalle scuole e dagli istituti di formazione. Lascia Lione, va a Parigi, e continua a scrivere. Nel 1958 è ripristinato nell’insegnamento. Nel 1960 è nominato da Giovanni XXIII consultore della Commissione Teologica preparatoria al Concilio Vaticano II. Ma la vera riabilitazione fu quando fu nominato “esperto” del Concilio. Da quel momento in poi è un teologo ascoltato e rispettato, finché nel 1983 Giovanni Paolo II lo crea cardinale. Timoroso delle derive post-conciliari, spiega la sua visione del Concilio in Paradoxe et Mystère de l’Église (Paradosso e Mistero della Chiesa, 1967) e in Entretien autour de Vatican II. Souvenirs et réflexions (1985). Negli ultimi anni della sua vita continuò a scrivere, nonostante l’età, la malattia, la paralisi e la perdita della voce. Morì all’età di 95 anni. Nel 1969 Paolo VI, che ammirava gli scritti di de Lubac, gli offrì il cardinalato, ma questi rifiutò, considerando che il requisito posto da Giovanni XXIII nel 1962 che tutti i cardinali fossero vescovi fosse “un abuso dell’ufficio apostolico”. Di fatto quando Giovanni Paolo II rifece la proposta a de Lubac nel 1983, lo esentò dall’ordinazione episcopale, e de Lubac accettò. Alla sua morte era il cardinale più anziano; la sua salma è stata inumata nel cimitero parigino di Vaugirard. (Fonte: WIKIPEDIA).

[2] Henri de Lubac, Mémoire sur l’occasion de mes écrits, Culture et Vérité, Namur 1989 (trad. It. di Ezio Brambilla : Memorie intorno alle mie opere, Jaca Book, Milano 1992).

[3] Henri de Lubac, Carnets du Concile, Les Éditions du Cerf, Paris 2007 (trad. It. di Mario Gabbi : Quaderni del Concilio, Jaca Book, Milano 2007).

[4] Henri de Lubac, Mémoire sur l’occasion de mes écrits, Op. Cit. p.284.

[5] Idem, p.145.

[6] PIO PP. XII, LETTERA ENCICLICA HUMANI GENERIS, VATICANO, 1950

[7] Henri de Lubac, Mémoire sur l’occasion de mes écrits, Op. Cit. p.205.

[8] Jean Guenolé Marie Daniélou (Neuilly-sur-Seine, 14 maggio 1905 – Parigi, 20 maggio 1974) teologo gesuita  francese, divenuto cardinale nel 1969.

[9] Henri Bouillard (Charlieu 13 Marzo 1908 – Parigi 22 Giugno 1981) teologo gesuita francese.

[10] Henri de Lubac, Mémoire sur l’occasion de mes écrits, Op. Cit. p. 222.

[11] Idem, p. 223

[12] Idem, p. 285

[13] Idem, p. 286

[14] Idem, p. 288

[15] Henri de Lubac, La pensée religeuse du PérePierre  Teilhard de Chardin, Aubier, Paris 1962 (Il pensiero religioso di Padre Teilhard de Chardin, trad. it. E. Forzani, Morcelliana, Brescis 1965)

[16] Idem, p. 289

[17] Jean-Baptiste Janssens (Mechelen, 22 dicembre 1889 – Roma, 5 ottobre 1964) gesuita belga, Preposito Generale dell’ordine dal 1946 alla morte.

[18] Henri de Lubac, Mémoire sur l’occasion de mes écrits, Op. Cit. p. 290

[19] Idem, p. 302

[20] Il 30 Giugno 1962

[21] Anonimo, Pierre Teilhard de Chardin e il suo pensiero sul piano filosofico e religioso, in L’Osservatore Romano, Città del Vaticano, 30 giugno 1962 .

[22] ACTA APOSTOLICAE SEDIS. Commentarium ufficialis. Annus LIV Series III Vol. IV, Typis Polyglottis,  Città del Vaticano, M –DCCCC-LXII, p. 526 « tutti gli Ordinari e i superiori di Istituti Religiosi, i Rettori di Seminari ed i Presidi delle Università, a difendere gli spiriti, particolarmente dei giovani, dai pericoli delle opere di P. Theilard de Chardin e dei suoi discepoli »; « in materia di Filosofia e Teologia si vede chiaramente che le opere menzionate racchiudono tali ambiguità ed anche errori tanto gravi, che offendono la dottrina cattolica » (ns. trad. it.) .

[23] Henri de Lubac, Carnets du Concile, Op. cit., p. 78

[24] Idem, p. 82

[25] Idem, p. 444, Nota al testo n.10

[26] Gaston Fessard (Elbeuf, 29 gennaio 1897 – Porto Vecchio, 18 giugno 1978)  gesuita teologo francese

[27] Henri de Lubac, Mémoire sur l’occasion de mes écrits, Op. Cit. p. 301 la parte in grassetto è nostra

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