Per quello che mi è dato sapere, non mi risulta che siano stati fatti sinora accostamenti tra la figura di Teilhard de Chardin e Fëdor Michajlovič Dostoevskij sul piano della visione tipicamente teilhardiana del futuro dell’uomo come ‘unione creatrice’, parafrasando Bergson (se invece esiste un’analisi in tal senso, mi scuso per non averne avuto ancora notizie).

Portarait of philosopher Vladimir Solovyov

Unico lavoro, di mia conoscenza, che accosta uno scrittore russo a Teilhard de Chardin, è il bel libro di Karl Vladimir Truhlar,  padre gesuita docente dell’Università Gregoriana, che nel 1966 scrisse Teilhard und Soloviev. Dichtung und religiöse Erfahrung.[1]

Ma come è possibile accostare due personaggi così diversi, uno romanziere, l’altro scienziato; uno nato e vissuto in Russia, l’altro nato in Francia e vissuto, oltre che nel paese natio, gran parte della sua vita in giro per il mondo, ma soprattutto in Cina e negli Stati Uniti; uno laico ortodosso, l’altro sacerdote cattolico nella Compagnia di Gesù.

Sembra, apparentemente, che l’unico punto di contatto fra i due sia il 1881, anche se è molto difficile considerarlo come un vero punto che li unisce, infatti in questo anno, e precisamente il 9 febbraio, Dostoevskij muore a

Dostoevskij nel 1876

Pietroburgo, e qualche mese più tardi, il 1° Maggio, Teilhard nasce a Orcines, un piccolo comune francese della regione dell’ Alvernia.

E’ utile a questo punto ritenere che, se vi è qualcosa che unisce questi due personaggi così diversi, non è da ricercare nella loro biografia, bensì oltre, un ‘oltre’ che è ben espresso da Soloviev nel suo Principi filosofici della conoscenza integrale così come citato nel testo di Truhlar :

« Indubbiamente in ogni essere umano sotto ogni sentimento, sotto ogni rappresentazione determinata e sotto ogni volontà determinata, è insita una percezione immediata della realtà assoluta, in cui sentiamo immediatamente la realtà dell’Assoluto, in cui noi, per così dire, veniamo a contatto con Colui che è da sé » (I, 319-320)[2]

Pierre-Teilhard-de-ChardinQuindi se punto di contatto vi può essere stato fra questi due personaggi, esso è nello stesso tempo esterno alla loro vita vissuta, ma nello stesso tempo dentro la loro esistenza come ‘contatto’ con l’Assoluto.

Ma veniamo alle convergenze che ritengo di aver intravisto, esse mi sono saltate agli occhi, leggendo il bel romanzo di Dostoevskij, il conosciutissimo I fratelli Karamazov, in cui mi sono ritrovato davanti questo passo:

Era uomo di grande intelligenza e imparai molte cose utili da lui. «Che la vita sia un paradiso – mi dice ad un tratto – anch’io da molto tempo lo penso – e subito aggiunse: – son sempre lì col pensiero». Mi guarda e sorride: «Ne sono anzi più persuaso di voi, in seguito saprete come e perché». Ascolto e penso: «Certamente costui vuol rivelarmi qualcosa ». «Il paradiso – dice – è in ognuno di noi, occulto, e anche in me si nasconde, e se volessi, domani e per tutta la mia vita potrebbe essere per me paradiso». Lo guardo: parla con gran sentimento e mi guarda con aria misteriosa e interrogativa. «Quanto al fatto – continua – che ogni uomo sia colpevole di tutto per tutti, e non soltanto dei suoi peccati, concordo pienamente con voi, e davvero commuove la piena convinzione con cui avete abbracciato questa idea. E’ assolutamente vero che quando gli uomini avranno accettato e compreso tale pensiero, incomincerà per essi il regno dei cieli, non già nell’immaginazione, ma nella realtà». – «Ma quando – esclamai con tristezza – ma quando mai ciò potrà avverarsi, e sarà mai possibile che si avveri ?». – «Ed ecco, anche voi – dice – non ci credete. Sappiate dunque che assolutamente questo sogno, come voi dite, dovrà avverarsi, non ora, credetelo, poiché v’è una legge per ogni fatto. Questa cosa non riguarda che l’anima. Per trasformare il mondo bisogna che gli uomini si pongano psicologicamente su un’altra strada. Finché tu non sarai diventato fratello verso il fratello non ci potrà essere fraternità. Ma gli uomini,  secondo qualunque scienza o mossi da qualunque interesse, sapranno senza offesa reciproca ripartire come si deve le loro sostanze e i loro diritti. A ognuno di loro la parte ricevuta sembrerà sempre scarsa, e sempre vi sarà scontento, invidia e stermini. Voi domandate quando questo avverrà. Avverrà, ma prima deve concludersi il periodo dell’umano isolamento». – «Quale isolamento ?» gli domandai. «Dico l’isolamento che dovunque domina, specialmente ora, nel nostro secolo, ma ancora non concluso, ancora lontano dal suo termine. Invero ognuno aspira oggi a separare più che può la sua persona, vuole vivere pienamente per se stesso, pertanto a onta dei suoi sforzi invece di vivere pienamente non fa che uccidere se stesso, e invece della perfezione dell’essere, da tale condotta non deriva che la solitudine più completa. E così nel nostro secolo tutti si isolano in unità, ognuno si chiude nel suo guscio,  ognuno si separa dall’altro, si nasconde e nasconde ciò che possiede, e finisce per essere respinto dagli uomini, mentre anch’egli li respinge. Accumula da solo le ricchezze e pensa “quanto son forte e indipendente”; e non sa, lo stolto che più accumula e più lo insidia la debolezza del suicida. Egli è infatti abituato a credere soltanto in se stesso e dalla comunità degli uomini a separarsi come unico; abituò anche l’anima sua a non credere nell’aiuto dell’uomo, sempre nel timore che il suo denaro, con i privilegi che da esso derivano, vadano irrimediabilmente perduti. Lo spirito dell’uomo, dovunque, oggi si mostra nel modo più ridicolo incapace di capire, che la vera indipendenza dell’essere consiste non negli sforzi particolari dell’individuo, ma nel convergere degli sforzi di tutti verso un solo scopo. Ma deve finire anche questa orribile solitudine, e tutti gli uomini comprenderanno come, separandosi l’uno dall’altro, agivano contro natura. E questo sarà lo spirito che informerà il nuovo tempo, e l’uomo avrà meraviglia d’aver preferito la tenebra alla luce. Allora anche apparirà il segno del Figlio dell’Uomo nei cieli… Ma fino a quel tempo bisogna serbare l’insegna, costi quello che costi; e, sia pure da solo, deve l’uomo mostrar l’esempio e levar l’anima dalla sua solitudine nell’ideale dell’amore fraterno, anche se ciò dovesse costare nomea di follia… ».“[3]

La prima convergenza che ho trovato fra questo passo ed il pensiero teilhardiano, è in uno scritto che è costato un prezzo molto alto a Teilhard, cambiando la sua vita radicalmente, rendendolo un esiliato a vita, seppure apparentemente per motivi di studio, come gli fu chiesto dal suo superiore della Compagnia di Gesù. Lo scritto in questione è Note sur quelques répresentations historiques possibles du Péché originel [4] in cui sembra esserci sintonia con quanto espresso nella parte iniziale del testo di Dostoevskij sopra riportato

«Il peccato originale esprime, traduce, personifica, in un atto istantaneo e localizzato, la legge perenne ed universale di colpa che sta nell’Umanità in virtù della sua situazione di essere «in fieri». Si oserebbe forse dire che, poiché l’atto creatore fa (per definizione) risalire l’Essere a Dio dai confini del nulla (cioè dalle profondità del molteplice, ovvero da una qualche materia), ogni creazione implica, come un rischio e come un’ombra, una certa colpa, vale a dire si accompagna inevitabilmente ad una Redenzione. In questa prospettiva, il dramma dell’Eden sarebbe il dramma stesso dell’intera storia umana raccolta in un simbolo profondamente espressivo della realtà. Adamo ed Eva sono le figure dell’Umanità in cammino verso Dio. La beatitudine del Paradiso terrestre rappresenta la salvezza continuamente offerta a tutti ma rifiutata da molti ed organizzata in modo tale che nessuno ne consegua il possesso all’infuori dell’unificazione del suo essere in Nostro Signore (ciò che conferisce il carattere soprannaturale a questa unificazione per il fatto di compiersi gratuitamente attorno al Verbo e non attorno ad un centro infra-divino…). »[5]

E’ fin troppo evidente che il concetto di scelta volontaria di accettazione della redenzione sono presenti in entrambi i passi come concetto di Paradiso. Ma ancora meglio si somigliano nel concetto che il peccato è

Châlons-en-Champagne, Kathedrale St-Etienne, Detail aus dem Schöpfungsfenster

dell’intera umanità, in ognuno come parte del tutto, come ben esprime il passo in cui  Dostoevskij fa dire al suo personaggio « che ogni uomo sia colpevole di tutto per tutti, e non soltanto dei suoi peccati » e come gli fa eco Teilhard affermando « Il peccato originale esprime, traduce, personifica, in un atto istantaneo e localizzato, la legge perenne ed universale di colpa che sta nell’Umanità in virtù della sua situazione di essere «in fieri». ».

Ma è in un altro scritto che i due autori tendono ad avvicinare ancora più il medesimo pensiero, infatti in un testo scritto a Pechino nel 1936 dal titolo Esquisse d’un Univers Personnel[6] Teilhard afferma:

«No, le linee dell’Universo non si avvolgono in curve chiuse nel nostro essere. Ma, sin nell’unità del nostro ego, il loro fascio non regge che grazie a un collegamento nel futuro. E’ quanto mi sembra stabilito dall’esperienza universale dell’Umanità. Se, nelle nostre anime, il Mondo fosse maturo, dovremmo trovarci nella pienezza del nostro equilibrio e nel riposo. Potremmo fare il giro di noi. Ora, proprio all’opposto, ecco che sfuggiamo costantemente a noi stessi nello stesso sforzo che facciamo per padroneggiare la nostra personalità. Ciò che in definitiva amiamo in essa è sempre un «altro» situato oltre. Siamo incompleti, incompiuti.» (…) «L’uomo evita di comunicare se stesso a un altro perché teme che tale spartizione diminuisca la sua personalità. Tenta di crescere isolandosi. Ebbene, se l’Universo è organicamente possibile (se cioè non ci pone, per nascita, in una situazione meccanicamente impossibile), è proprio vero il contrario. Il dono che facciamo del nostro essere, lungi dal minacciare il nostro «ego», deve portarlo a compimento.» (…) «Ciò che irrigidisce e neutralizza la stoffa umana è l’egoismo. L’unione differenzia. Così, non già nel fondo di noi, ma al di sopra di noi, ricompare la legge di convergenza fondamentale. »[7]

Ed è quindi una sintonia perfetta nell’analisi dell’eccesso individualismo che personifica il male nell’Umanità.

Ma vi è ancor identità fra i due autori in quell’idea di Dostoevskij della nuova visione necessaria ”per trasformare il mondo”, quello che Teilhard ha costruito attraverso gli scritti di una vita e che ha tentato di trasmettere, ma una visione radicalmente diversa, una visione che faccia sì “che gli uomini si pongano psicologicamente su un’altra strada”. Anche per Teilhard il primo passo è ovviamente quello che cambi il modo di pensare attraverso una condizione che ne permetta il passaggio. Essa è chiara nella mente di Teilhard quando ci dice:

“A Venerable Orang-outang”, a caricature of Charles Darwin as an ape published in The Hornet, a satirical magazine

«Una teoria, un sistema, l’evoluzione… ? Assolutamente no. Essa è molto di più: è una condizione generale alla quale devono conformarsi e soddisfare ormai tutte le teorie, tutte le ipotesi, tutti i sistemi, se vogliono essere pensabili e veri. Una luce che illumina tutti i fatti, una curvatura che tutte le linee devono subire: ecco ciò che rappresenta l’evoluzione.»[8]

Quindi la condizione teilhardiana, risulta essere necessaria perché si possa generare quel cambiamento perché gli uomini si pongano ‘psicologicamente su un’altra strada’.

Ma questa condizione risulta essere per Teilhard non sufficiente, in quanto il vero cambiamento non avviene a livello intellettuale, come appunto è la condizione appena vista, ma a livello spirituale, o per utilizzare un termine teilhardiano, è al livello energetico che si genera il cambiamento.

Teilhard distingue l’energia tradizionale, chiamata Energia Tangenziale, oggetto di studio della termodinamica in fisica, dalla Energia Radiale, che è il livello in cui avviene il processo di complessità-coscienza, in cui il movimento definito da Teilhard Noogenesi, tendendo verso il Punto Omega, funziona come un aggregatore per l’intera umanità.

E’ oltremodo singolare, in questa ottica teilhardiana appena descritta, trovarsi davanti alla frase di Dostoevskij “Avverrà, ma prima deve concludersi il periodo dell’umano isolamento”.

Poi la sicurezza di Dostoevskij nello sviluppo del destino umano verso un futuro positivamente inteso, assomiglia molto alla fiducia che anche Teilhard ha per l’ avvenire dell’uomo quando ci dice:

«Non a caso, ma per calcolo ragionato, io scommetto senza esitazione che l’ominizzazione trionferà, alla fin fine, di tutte le cattive occasioni che minacciano i progressi dell’evoluzione.»[9]

E concludiamo con il concetto espresso nel finale del testo di Dostoevskij dalle parole «E questo sarà lo spirito che informerà il nuovo tempo, e l’uomo avrà meraviglia d’aver preferito la tenebra alla luce. Allora anche apparirà il segno del Figlio dell’Uomo nei cieli » evidente citazione neotestamentaria che unisce il Vangelo di Giovanni[10] e quello di Matteo[11] e che ci porta direttamente a concludere con un passo del Vangelo che Teilhard amava molto, e che riteneva essere strettamente connesso al proprio pensiero:

«L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte, perché ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi. Però quando dice che ogni cosa è stata sottoposta, è chiaro che si deve eccettuare Colui che gli ha sottomesso ogni cosa. E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anche lui, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti.» [12]


[1] Karl Vladimir Truhlar, Teilhard und Soloviev. Dichtung und religiöse Erfahrung, Karl Albert Verlag, Friburgo in Br. 1966 (trad. italiana a cura di Valeria Cremona : Teilhard e Soloviev, ed. Paoline, Roma 1967).

[2] Idem, pp. 18-19.

[3] [3] Fëdor Michajlovič Dostoevskij, I fratelli Karamazov , Edipem, Novara 1974, vol. I  – traduzione di Giuseppe Donnini, pp. 288-289.

[4]Note sur quelques répresentations historiques possibles du Péché originel’  saggio presente in: P. Teilhard de Chardin, Comment je crois, Editions du Seuil, Paris 1969 (La mia fede. Scritti teologici, trad. it A.Donzon Daverio, Queriniana, Brescia 1993).

[5] Idem, p. 58.

[6]Esquisse d’un Univers Personnel’ saggio presente in: P. Teilhard de Chardin, L’Energie humaine, Editions du Seuil, Paris 1962 (La mia fede. Scritti teologici, trad. it A.Donzon Daverio, il Saggiatore, Milano 1984).

[7] Idem, pp.68-69.

[8] P. Teilhard de Chardin, Le phénomène humain, Editions du Seuil, Paris 1955 (Il fenomeno umano, trad. it. F. Ormea, Il Saggiatore, Milano 1968 – p. 292).

[9] P. Teilhard de Chardin, L’avenir de l’homme, Editions du Seuil, Paris 1959 (L’avvenire dell’uomo, trad. it. F. Ormea, Il Saggiatore, Milano 1972 – p. 363).

[10] Nuovo testamento, C.E.I., Gv. 3,19.

[11] Nuovo testamento, C.E.I., Mt. 24,30.

[12] Nuovo testamento, C.E.I., 1Co. 15,26-28.

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