già pubblicato:  Introduzione

LE ORIGINI DEGLI DEI

LA GENESI SUMERA

SUMER E TERAH

ABRAMO ED IL SUO DIO

ABRAMO E L’ EGITTO

EGITTO COSTANTE

DOPO 430 ANNI MOSE’

MOSE’ E L’ALLEANZA 

Javhè dona le tavole

 

Non è necessario alla nostra ricerca attardarci sui dettagli del viaggio degli ebrei verso la terra di Canaan, ci basterà ricordare solo due punti che si riferiscono all’apertura del mar Rosso, citata in Es. XIV, 21-29, il primo, che ci tornerà utile più in là, ed il secondo che si riferisce alla sosta del popolo nei pressi del Sinai e che analizzeremo in questo capitolo.

Per quanto riguarda l’inizio del percorso del popolo fuggiasco, fiumi d’inchiostro sono stati versati, che però non hanno avuto la fortuna di confluire in alcuna idea conclusiva, e come ogni fiume, le idee che lo componevano sono confluite in un mare di ipotesi, ognuna, a suo modo, giusta. Per questo preferisco a riguardo dare delle indicazioni di massima, che certo legano con il discorso fin qui portato avanti, ma non vogliono essere in alcun modo decisive per la disputa generale della diatriba in sé, anche per il fatto che il percorso degli esuli dall’Egitto è per noi di importanza del tutto relativa, e come abbiamo fatto precedentemente per la fuoriuscita di Abramo dalla Mesopotamia. Riteniamo probanti quelle indicazioni che giovano all’economia generale del presente testo, senza però che esse siano necessarie alle idee in esso contenute.

Iniziamo pertanto a stanziare il primo gruppo dei fuoriusciti nella zona del Faiyum, dove sono stanziati come ci dice il seguente passo :

«Perciò vennero imposti loro dei sovrintendenti ai lavori forzati per opprimerli con i loro gravami, e così costruirono per il faraone le città-deposito, cioè Pitom e Ramses»[1]qantir Pi ramesse

A riguardo della menzione delle città Pitom e Ramses, sarei piuttosto cauto nel dare loro priorità per stabilire la data a cui il passo si riferisce, e sarei propenso ad accettare che il passo in sé indichi soprattutto che i ricordi arrivano ad un’epoca non certa della XIX dinastia egiziana. Questa incertezza la ritengo attribuibile al fatto che le tradizioni della fuoriuscita sono essenzialmente due, una prima che racconta di un gruppo di esuli egiziani, e la seconda di un gruppo di ‘ibrim’. I due gruppi incominciarono la fuga separatamente, gli egiziani capeggiati da Mosè, che ricordiamo essere con molta probabilità egiziano di stirpe sacerdotale, e gli ‘ibrim’ guidati da un consesso di anziani come è possibile stabilire dai passi che citiamo :

«Il Signore disse a Mosè : “ Passa davanti al popolo  e prendi con te alcuni anziani di Israele (…) Mosè così fece sotto gli occhi degli anziani di Israele»[2]

«Vennero Aronne e tutti gli anziani di Israele e  fecero un banchetto con il suocero di Mosè davanti a Dio»[3]      ( ES.    XVIII, 12 )

«Mosè andò, convocò gli anziani del popolo e riferì  loro tutte queste parole, come gli aveva ordinato il Signore»[4]

Oltre a questi esempi citati ve ne sono altri che ricorrono per tutto il libro dell’Esodo.

Per quanto riguarda i tempi o meglio i momenti storici di queste due emigrazioni, che ricordiamo essere quasi contemporanee, c’è da dire che la prima migrazione fu quasi certamente quella del gruppo egiziano, ed è implicitamente indicata dalla storia della prima fuga di Mosè, quando cioè dopo l’uccisione del soldato egiziano, scappò ed ebbe anche l’incontro con quello che diverrà successivamente suo suocero.

Questo passo ci sembra molto importante per la nostra ricerca, e non certo per il solo problema che ha visto impegnati moltissimi critici e analisti biblici, ovvero la doppia identità del presunto suocero di Mosè .

In effetti il racconto inizia col localizzare l’incontro, ripetiamo a seguito della fuga di Mosè, nel paese di Madian ed indica sacerdote di quel luogo tale Reuel, padre della donna che diverrà moglie di Mosè, Zippora.

Cirro ferri mosè«Il sacerdote di Madian aveva sette figlie. Esse vennero (…) tornate dal loro padre Reuel (…) Così Mosè accettò di abitare con quell’uomo, che gli diede in moglie la propria figlia Zippora.»[5]

Il capitolo successivo a quello appena citato incomincia subito con quello che è divenuto il nocciolo della questione, infatti esso dice :

«Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian (…)»[6]

Dunque a questo punto viene spontaneo domandarsi, da dove venisse fuori questo Ietro, se poche frasi prima l’autore parla di Reuel, quale suocero di Mosè è sacerdote di Madian?

I passi successivi purtroppo non ci chiariscono molto la situazione anzi ci peggiorano il tutto aumentando i nostri dubbi in quanto ai primi due nomi viene aggiunto un terzo dal passo che citiamo :

«Ora Eber, il kenita, si era separato dai keniti, discendenti di Obab, suocero di Mosè, e aveva piantato le tende (…) »[7]

Nelle ricerche condotte da diversi specialisti di sacre scritture, il problema non si chiarisce in quanto vi sono passi che complicano il tutto, allorquando dicono :

«Mosè disse a Obab, figlio di Reuel, Madianita, suocero di Mosè»[8]

Il che seppur stabilisce un legame di parentela, non chiarisce certo la questione, ma la rende ancor più oscura.

Per tentare di dare una spiegazione, la più sintetica possibile, tenendo presente l’articolo di B. Boschi[9] direi che il problema nasce in seguito a dati difformi, che il redattore ha dovuto amalgamare.

Infatti ritengo assolutamente indispensabile accettare la forzatura che lo stesso Boschi fa della parola ebraica suocero ‘hoten’ e che in alcuni casi dovrebbe essere letta col significato di congiunto, anche per semplice alleanza ‘hatan‘. Questo primo elemento è servito a confondere il povero redattore che ha sconvolto il significato di alcuni passi. Per questo direi che il più antico, per tradizione, Obab, è da considerarsi figlio di Reuel o appartenente ad un clan con questo nome, e che è conosciuto da Mosè in occasione della prima fuga dall’Egitto, e con cui intratterrà rapporti di alleanza anche dopo l’uscita, per avere da lui i servigi di guida nel territorio qenita.

Mentre per quanto riguarda Ietro, possiamo dire che esso effettivamente potrebbe essere il suocero di Mosè, ed anche il sacerdote di Madian, ma questo perde per noi d’interesse, perché con la prima attribuzione (Obab), abbiamo già una prima informazione che ci interessa maggiormente.

Infatti con questa informazione risaliamo alla zona nella quale il primo gruppo di esuli si stanziò per qualche tempo nella zona a sud del Negheb, dalle parti di Kadesh, questi erano tutti egiziani esuli, guidati da Mosè, e strinsero rapporti con i qeniti, che li aiutarono e protessero .

Il secondo gruppo, prese la via dell’esodo qualche anno più tardi, dirigendosi direttamente verso Canaan, per la via adiacente a quella costiera e costeggiando il deserto. Quindi possiamo ora giustificare la citazione di località quali Sukkot, che possiamo ora accettare nel Goshen, ed ancora Bàal Sefon, identificata come un santuario di pescatori nella zona dell’attuale Sabhat el bardawil, e per il momento lascerei perdere l’identificazione delle altre località in quanto non costiere. Molto più numerosi del gruppo egiziano essi erano comandati da un gruppo di anziani, ed erano esattamente un gruppo di ‘ibrim’, molto numeroso, ma che per scarse informazioni alla partenza, si trovarono appena giunti nella terra cananea, a dover affrontare l’esercito egiziano schierato in quelle zone, per frenare l’avanzata degli Ittiti .

Ecco il motivo che vede indicare al testo una via costiera, e subito una retrocessione con una curva di inversione a sud per insinuarsi nel deserto di Sin nel Negheb. Qui dopo un percorso arduo giungono ad una serie di oasi che fanno capo alla, a noi nota, oasi di Kadesh, nel territorio qenita ove diventano ospiti assieme al gruppo che li ha preceduti, guidato da Mosè. Qui avverrà una fusione dei due gruppi che proseguiranno il cammino assieme.

Il capitolo diciannovesimo dell’Esodo, ci introduce il discorso della consegna delle ‘Tavole dell’Alleanza’, mostrandoci la zona presso la quale gli israeliti si accamparono, cioè alle falde del monte Sinai, zona di difficile individuazione in quanto il Sinai è un complesso montuoso abbastanza vasto, e quindi non è precisabile presso quale monte essi si accamparono, fortunatamente l’esatta individuazione del sito è ininfluente ai fini della nostra ricerca e quindi accetteremo il nome Sinai come quello del complesso così chiamato, senza specificare su quale monte si siano svolti tali avvenimenti. Quindi Javhè si mostra nuovamente a Mosè e dopo aver elencato le regole del patto col popolo gli dona due tavole su cui erano incisi la legge e i comandamenti di Dio. Fin qui tutto liscio, se non fosse che il decalogo viene consegnato a Mosè in due fasi successive, la prima descritta dal capitolo XX al XXIII sempre di Esodo, ed è con il passo XXIV,4 che sappiamo che Mosè trascrisse per sé tutte le parole di Javhè. Quindi si recò alla presenza del popolo per leggere le parole che il signore gli aveva dettato. Ma con il versetto 12 che sappiamo che Mosè ricevette da Javhè le tavole, la legge ed i comandamenti .mosè guido reni

Sembra da questo passo che effettivamente il redattore faccia netta distinzione fra tavole, legge e comandamenti, quindi non accenna minimamente al fatto che sulle tavole vi fossero apposti i comandamenti, infatti nel capitolo XXXI ,18 si afferma in relazione alle tavole che esse erano della ‘Testimonianza’, di pietra e scritte dal dito di Javhè. Sempre a riguardo di esse il capitolo XXXII,15-16 ci informa che le tavole erano due e scritte da entrambi i lati e che esse, opera di Javhè, erano scritte con la scrittura di Javhè stesso scolpita.

Ma a causa di un ritorno di fiamma dell’idolatria ebraica Mosè, in un momento d’ira lascia cadere le tavole infrangendole al suolo. E’ col capitolo XXXIV che ricomincia la storia delle tavole o meglio di nuove tavole. Infatti viene qui affermato che Javhè rinnova l’alleanza col suo popolo e fa riscrivere a Mosè le sue parole e Javhè stesso riscrive le tavole, intagliate questa volta dallo stesso Mosè, e che ora sappiamo contenenti le dieci parole, quelle dell’alleanza. Il nostro interesse si focalizza quindi ora sui passi che citano le tavole, per poter ben definire di cosa effettivamente si tratti. Il primo passo in cui esse sono citate cioè XXIV,12 sembra essere, per le sue caratteristiche una forma di unione del testo Javhista con quello Elhoista, ma personalizzati molto dal redattore ultimo, mentre il racconto della rottura delle tavole sembra essere abbastanza immune dalle elaborazioni del redattore, ma non sfugge a quelle sacerdotali, su un originale forse Javheista.

Sempre Javheista, ma questa volta molto più puro sembra essere il verso iniziale del capitolo XXXIV, in cui Mosè intaglia da sé stesso le tavole. Altresì dello stesso genere risulta essere il versetto 27 in cui viene detto a Mosè di scrivere le parole dell’alleanza. Pertanto accettando la tradizione Javheista quale più antica e quindi conforme all’originale racconto dobbiamo concludere che è possibile che Mosè abbia da sé scritto le due tavole, confermato anche dal fatto che il passo in cui si afferma che Mosè ricevette delle tavole scritte da Javhè con la sua scrittura, risulta chiaramente essere una rielaborazione sacerdotale del testo più antico Javheista.

Non ci rimane che cercare in quale modo Mosè si possa essere procurato le informazioni relative alla composizione delle stesse tavole. Cosa che risulta alquanto difficile alla luce delle informazioni bibliche. Per questa lacuna biblica, credo che le informazioni che ci possano delucidare, vadano prese parallelamente dal mondo egizio e da quello israelitico procedendo nella loro storia a ritroso. Questo ci risulta abbastanza semplificato in quanto l’unico passato per la storia egizia lo possiamo ritrovare solo nella XVIII dinastia, in quanto se procedessimo ancora nel passato ci ritroveremmo nella fase che caratterizza il cosiddetto periodo intermedio e che per cinque dinastie, dalla XIII alla XVII, vede l’avvicendarsi di popolazioni non egiziane al dominio delle terre del Nilo e quindi abbiamo anche il dominio di reggenti non egiziani, con il risultato di un grave danno per la cultura letteraria e teologica, che subiranno una pausa di quasi duecento anni. E’ un periodo di cui sappiamo ben poco per la gran confusione politica e sociale che caratterizzò l’epoca della presenza dei dominatori Hyxsos in Egitto. Ed è appunto nella XVIII che ricordiamo esserci stata la sorprendente eresia amarniana, che ci consente di trovare una base teologica e speculativa che può aver influenzato il più importante documento del monoteismo ebraico, infatti sono passati poco più di cento anni fra la comparsa della fase amarniana e gli avvenimenti del Sinai. Insieme a questo possiamo aggiungere a conferma, la possibilità che Mosè fosse egiziano e che quindi funge da anello di congiunzione fra Israele e la cultura eliopolitana. Non dimentichiamo neanche che le nostre precedenti fasi di ricerca ci hanno fatto notare che l’ambiente culturale in cui si sviluppano i principali passi della genesi trova un parallelo molto significativo nel mondo sumerico al quale abbiamo visto esser legati appunto patriarchi come Terah e Abramo, e che dobbiamo vedere come radici etnico culturali del popolo ebraico, compreso quello deportato in Egitto. E se come abbiamo visto vi possono essere stati profondi scambi culturali fra Ebrei ed Egiziani, scambi che si potrebbero definire quasi esclusivamente apporti ebraici alla cultura egizia, possiamo concludere che la teologia espressa da Mosè sul Sinai, altro non sia se non la stessa teologia sumerica che Abramo portò fuori dalla mesopotamia e che per alterne vicende fu collegata alla speculazione teologica del clero eliopolitano, che tentò un primo colpo di mano sotto Amenofi IV, ma che si concluse con la disfatta. E dopo poco più di un secolo venne portato fuori da un esiguo gruppo di egiziani comandati da Mosè, e che riuscirono a fuggire grazie alla mescolanza ad un popolo stanco della servitù al popolo egizio: gli Ebrei. Questa comunanza, che creò il nucleo socio-culturale ebbe nome Israele. Ma in che cosa sarebbero dovute consistere queste ricchezze culturali, fuoriuscite con Terah da Ur verso Harran, con Abramo da Harran in Egitto e qui forse dimenticate sotto gli Hyxsos, ma riabilitate da Mosè ?

Difficile rispondere a questa domanda, ma è possibile perlomeno intuire di cosa si trattasse. Se infatti rivediamo la figura dei famosi ‘Me‘ condotti da Abramo, insieme ad altri arredi sacri mesopotamici, alla luce della figura di Mosè e della sua impresa sul Sinai, vediamo che tutto si comincia a delineare. Infatti nella forma in cui sono citate le tavole denominate dell’alleanza e contenenti sicuramente un qualcosa che ha molto a che fare con la stessa divinità che le ha donate, ci fanno molto ricordare i ‘Me‘, secondo un parallelismo di seguito riportato.

ME sumeri                                                                       TAVOLE di Mosè

1 )                                 rapportate ambedue a leggi divine

2 )                                 tenute in luoghi sacri di templi

3 )                             collegati ambedue al sacerdozio divino

4 )                                    trasportabili da uomini e dei

5 )            del dio Enki                                                                          del dio Javhè

Quindi unico punto di discordie fra questi due elementi sembra essere solo il nome al quale esse erano collegate. Ma abbiamo visto in precedenza come la gran parte dei passi della genesi si possa riportare in ambito sumero e collegarla al dio Enki, pertanto riconosciuta in esso la stessa figura di Javhè della Bibbia, possiamo accettare il parallelismo, stretto, fra i ‘Me‘ sumeri e le ‘Tavole della Legge‘ bibliche. Infatti possiamo ben dire a questo punto che l’attribuzione ad un dio di queste tavole poteva essere alquanto variabile, in quanto i testi riportavano una forma impersonale del dio che le dettava e che potevano ben essere associate al dio il cui clero ne faceva uso. Infatti possono essere state utilizzate per addivenire alla nuova teologia che creò l’eresia amarniana, anche se il nome del dio attribuito è Ra, logico in quanto siamo in teologie egiziane, ben lontani dalla terra mesopotamica, in cui questa amalgama di codice di alleanza era ben noto anche a livelli inferiori, con patti regolamentati fra stati vassalli e stati centrali. Oltretutto, questa tesi ci viene sottilmente confermata dalle già citate leggende ebraiche, in cui viene detto che la Legge di Mosè insegna i mestieri, cosa che la ricollega strettamente al genere della ‘Me‘ sumerica già visto, e la stessa confusione che più volte il Vecchio Testamento ci mostra a proposito dell’identità della Legge con il decalogo e con le stesse tavole che Javhè dona a Mosè, ci indurrebbe a credere che effettivamente non sia la Legge ad insegnare i mestieri, ma le tavole da Javhè donate a Mosè e che identifichiamo quindi con i ‘Me‘. Il tutto riconfermato dai successivi passi di queste leggende che vedono la Legge, ovvero i ‘Me‘ esser stati creati duemila anni prima dello stesso mondo, il che ci riconduce ancora una volta in ambito sumerico a riconfermare che la creazione della legge si assimila a quella primordiale dei ‘Me‘. Non sappiamo però se i contenuti del nuovo corso intrapreso con l’esodo siano strettamente collegati al precedente esodo di Abramo dalla mesopotamia, ma nonostante ciò risulta notevole il parallelismo delle due figure principali di questi avvenimenti: Abramo e Mosè.

Ea EnKi SumerPossiamo essere sufficientemente certi chem il decalogo biblico, insieme all’intero codice dell’Alleanza ebraica sono solo vaghi ricordi di ciò che realmente essi rappresentavano, e che il redattore ha prontamente amalgamato con qualche codice che regolamentava la vita sociale al tempo del nomadismo ebraico prima dell’ingresso in Canaan. La cosa certa è che, se le tavole descritte nelle gesta di Mosè sono le stesse sumere, conosciute come ‘Me’ , esse rappresentavano una singolare alleanza fra gli dei e gli stessi uomini, soprattutto in funzione del loro contenuto, fatto di decreti, non risulta irrilevante che la collocazione della stessa Arca dell’Alleanza sia proprio nel santo dei santi del tempio di Gerusalemme, e che rappresenta la parte più interna del Tempio, in cui l’accesso è vietato alla massa, per essere consentito, almeno nei periodi più arcaici, al solo gran sacerdote. Infatti lo stesso avveniva nei templi sumeri, nei quali, la cella del dio supremo era inaccessibile alla massa, ed era consentita al solo gran sacerdote del dio stesso. Oltretutto i due culti sono accomunati dalla forma di culto in essi eseguita, che per i sumeri prevedeva la consacrazione giornaliera nel tempio del cibo degli dei, che spesso era legato allo stesso cibo che il re o il gran sacerdote successivamente consumavano, ed allo stesso modo il culto Javheistico era rappresentato dall’offerta di animali, parte dei quali rappresentava il cibo dei Leviti, classe sacerdotale alla quale apparteneva il gran sacerdote d’israele. Infatti sembra che seppure oggi si tende a vedere quale principale forma di sacrificio a Javhè l’olocausto (‘olah’ in ebraico), che consiste nella totale combustione della vittima immolata, questa forma veniva eseguita solo in casi di eccezionale gravità e pericolo per Israele, e non era raro che la vittima immolata fosse un fanciullo; ma da recenti studi è risultato che, la principale forma di sacrificio, almeno nei periodi più arcaici fosse lo “zebah” e che consistesse proprio nell’unire a banchetto la divinità con gli uomini, e che nella forma prevedeva la combustione del grasso dell’animale immolato, mentre il suo sangue veniva sparso attorno all’altare, le restanti parti carnose andavano a finire sulla tavola del pranzo dei Leviti.[10]

E’ quindi fondamentale considerare anche le, più volte citate, leggende ebraiche che vedono anche Mosè, subito prima dell’uscita dall’Egitto, darsi all’affannosa ricerca dell’Arca contenente le ossa di Giuseppe, ed una volta trovata, tralasciò di trasportare con sé i tesori presso essa raccolti e si prodigò solo a trarre con sé l’Arca. Questo racconto ci lascia supporre che la stessa storia di Giuseppe celi solo il racconto al quanto metaforizzato della perdita momentanea dei ‘Me‘ in Egitto e il successivo re-impossessamento da parte sempre di Abramo a causa della già citata malattia, che colpì il faraone, e presumibilmente anche altri egiziani, e che ci risulta alquanto misteriosa.

Ma se prendiamo in considerazione un passo, di poco successivo all’Esodo e cioè il furto dell’arca dell’alleanza da parte dei Filistei ( 1Sm IV,11 ) notiamo nella successione dei fatti un elemento che ci può essere di molto aiuto.

Infatti si racconta che dopo aver portato l’arca in un centro filisteo chiamato Asdod vi sono alcuni segni divini e fra questi viene detto :

«Allora incominciò a pesare la mano del Signore sugli abitanti di Asdod, li devastò e li colpì con bubboni, Asdod e il suo territorio. I cittadini di Asdod, vedendo che le cose si mettevano in tal modo, dissero : “Non rimanga con noi l’Arca del Dio d’Israele, perché la sua mano è troppo pesante contro Dagon nostro Dio!”»[11]

Questo ci illumina subito su alcuni punti che vediamo subito. Innanzitutto è la presenza delle Tavole nell’Arca chiamata appunto dell’Alleanza, che quindi ci lascia supporre che la malattia legata al furto e successivamente al possesso delle Tavole dell’Alleanza sia da accomunare alla malattia che abbiamo visto colpire il faraone in occasione di alcune piaghe, e che hanno indotto il faraone Seti I a lasciar andare via il popolo ebraico insieme ad uno sparuto gruppo di egiziani che portavano con sé già le Tavole chiamate dell’Alleanza.

Ma retrocedendo ancora nel tempo, questa malattia che colpisce i Filistei ci dà un’altra conferma del possesso delle citate Tavole già al tempo di Abramo.

Infatti abbiamo potuto vedere che ci risulta alquanto enigmatica la storia della malattia del faraone Sesostris I, che è dovuta non certo alla moglie di Abramo, Sarai, visto che l’abbiamo decisamente dissociata da detto scambio, e che ci mostra chiaramente che se le malattie citate sono da legare alla presenza ed anche al possesso illegale e profano delle Tavole, non possiamo certo dubitare che le stesse siano state già in possesso di Abramo.

Quindi ci risulta più facile ora capire il perché della falsa storia del rapimento della moglie di Abramo, ed anche della continua presenza dell’Egitto nei racconti biblici .

Tutto ciò ci induce ancora una volta a pensare che possiamo identificare le Tavole dell’Alleanza con i famosi ‘Me‘ di origine sumera, portati via da Abramo, persi e riottenuti più volte grazie ad un qualche evento che ci sfugge (la famosa malattia), entrati a far parte delle teologia amarniana, forse durante il periodo di Giuseppe, cosa che produsse l’eresia detta amarniana, e dopo la soppressione egiziana, ricondotti fuori dal paese ad opera di Mosè, un egiziano di cultura teologica eliopolitana, insieme ad un vasto gruppo di schiavi ‘apiru’, che formarono insieme la base di un nuovo popolo che si chiamò Israele, e che occuperà successivamente l’area Cananea promessa da una tradizione che ha radici sumeriche.

Citerei come ultima prova del possesso delle tavole dell’Alleanza prima dell’arrivo al Sinai un passo del capitolo sedicesimo del libro dell’Esodo, in cui si parla del dono della manna agli israeliti, che «mormoravano contro Mosè» perché non avevano cibo dopo che si erano spostati dalla località di Elim e si stanziarono nel «deserto del Sin, che si trovava fra Elim ed il Sinai»[12], ed il passo in questione dice :

«Mosè disse quindi ad Aronne : “Prendi un’urna e mettici dentro un omer completo di manna; deponila davanti al Signore e conservala per i vostri discendenti”. Secondo quanto il Signore aveva ordinato a Mosè, Aronne la depose per conservarla davanti alla Testimonianza.»[13]

Il che perlomeno ci conferma che l’Arca dell’Alleanza era già in possesso di Mosè prima dell’arrivo al monte Sinai, e quindi prima che le tavole fossero a lui donate.

Ora possiamo certamente affermare che, per motivi socio-politici, il nucleo delle descrizioni dei riti arcaici, e delle stesse tavole, abbiano subito una forte distorsione, dalla classe sacerdotale, quando con la prima distruzione del tempio di Gerusalemme, inizia il periodo che vede il culto ebraico  privo della prova dell’Alleanza del suo dio; tutto questo potrebbe essere un valido aiuto a considerare le nostre tesi, fondate su ricostruzioni storiche, quali effettivamente possibili.


[1] Sacra Bibbia, Es. I, 11

[2] Sacra Bibbia, Es. XVII, 5-6

[3] Sacra Bibbia, Es. XVIII, 12

[4] Sacra Bibbia, Es. XIX, 7

[5] Sacra Bibbia, Es. II, 16-21

[6] Sacra Bibbia, Es. III, 1

[7] Sacra Bibbia, Gst. IV, 11

[8] Sacra Bibbia, Nm. X, 29

[9] Bernardo Boschi, Il Suocero di Mosè. (Reuel, Ietro, Hobab: una vexata questio) IN Rivista Biblica Italiana, 1975 Lug./Sett

[10] Andrè Caquot, La Religione di Israele dalle origini alla cattività babilonese. IN L’Ebraismo a cura Puech, Laterza, Bari, 1988, pp. 50-52

[11] Sacra Bibbia, 1Sm. V,6-7

[12] Sacra Bibbia, Es. XVI,1

[13] Sacra Bibbia, Es. XVI, 33-34

 

Appendice alla Cronologia

TAVOLA CRONOLOGICA MESOPOTAMICA

TAVOLA CRONOLOGICA BIBLICA D. G. M.

TAVOLA CRONOLOGICA EGIZIANA