Spesso mi capita di leggere feroci critiche sulla figura di Teilhard de Chardin, e non di rado una delle contestazioni più frequenti è relativa alla figura di questo autore nella sua veste di scienziato. Come più volte ho cercato di spiegare ad interlocutori che hanno abbracciato questa posizione critica nei confronti di Teilhard, uno degli errori più grossolani che si possono commettere in tale interpretazione è legato proprio alla confusione che si fa fra la produzione ‘scientifica’ di Teilhard ed il resto delle sue opere, che abbracciano campi quali la filosofia, la sociologia, la teologia e la poesia.

Ritengo utile a tal riguardo riproporre qui uno scritto di Theodosius Dobzhansky, uno scienziato, biologo genetista, che ha ricoperto un ruolo importante nello sviluppo della comprensione dei meccanismi di evoluzione a cavallo tra la prima e la seconda metà dello scorso secolo. ( I suoi scritti più noti vanno dal 1937 al 1973).

 

THEILHARD SCIENZIATO[1]

Tra coloro che leggono le opere di Teilhard de Chardin, solo una minoranza rimane indifferente, neutrale o giudiziosamente imparziale. Le reazioni più consuete sono o l’ardente ammirazione, spesso con una tendenza al culto dell’eroe, o il rigetto iroso e talvolta l’ingiuria.

Un mio collega scienziato, che stimo molto sia come scienziato sia come persona, mi rimproverò di aver citato Teilhard nel mio libro sull’evoluzione dell’Uomo e con questo «di aver ceduto a quel farinoso misticismo di Teilhard ». Un altro mio conoscente, invece, considerò presuntuoso insinuare che la filosofia biologica di Teilhard necessiterebbe di una revisione.

Uno scrittore che suscita reazioni così appassionate e antitetiche in lettori così intelligenti deve sicuramente aver detto delle cose interessanti e importanti. Avrà detto probabilmente anche delle cose piuttosto nuove, poiché gli intelletti maturi sono di rado eccitati dal «déjà vu». [già visto]. Ciò che fece delle vedute di Teilhard una materia nuova e soggetta a controversie fu che egli rifiutò di esprimere il proprio pensiero in una delle consuete categorie accademiche o intellettuali. Era troppo scienziato per presentare le sue conclusioni in un modo pienamente soddisfacente per i teologi, e troppo teologo per essere scienziato senza restrizioni. Era troppo mistico per convincere coloro che richiedono, per ogni idea, la prova di un’evidenza verificabile, e troppo abituato ai canoni del processo scientifico per dare libero corso alle sue visioni profetiche. Era un poeta che spesso scrisse con simboli e metafore, al punto che un suo discepolo trovò necessario compilare un vocabolario di questo suo linguaggio particolare. Era, al tempo stesso, ardentemente desideroso di comunicare le sue vedute interiori e impegnato in uno sforzo per renderle assimilabili e prive di ambiguità. Queste contraddizioni, almeno apparenti, hanno fatto delle sue vedute una materia di controversie e dei suoi scritti un ricco terreno di caccia per i suoi critici. Eppure è stata proprio la sua polivalenza senza precedenti a fare di lui uno dei pensatori di punta del nostro tempo. Sfidò coloro che consideravano scienza e visione mistica non più associabili tra loro di quanto non siano l’olio e l’acqua. In un’epoca di analisi, osò tentare una sintesi.

I non conformisti, i ribelli e gli eretici esercitano un potente richiamo romantico su molta gente. Tra gli artisti, e anche tra gli scienziati, non poche persone apprezzano «l’originalità» al punto di preferire caso mai il cattivo all’«ortodosso». Tuttavia, almeno in campo scientifico, le ribellioni sono significative solo se conducono a una qualche sorta di nuova ortodossia che provoca a sua volta una nuova generazione di ribelli. In campo scientifico, un ribelle, o un non conformista, differisce da un insensato in quanto supera la stessa ortodossia contro cui si è ribellato. Per temperamento, Teilhard era tutt’altro che un ribelle, e lo divenne suo malgrado. Vi fu costretto dal clima intellettuale del suo (e nostro) tempo. Come scrive in una lettera pubblicata in questo volume: «diventa ogni giorno sempre più chiaro che, d’ora innanzi, nessuna religione soddisferà l’Uomo se non armonizzerà tra loro la fede nel Cielo e la fede nella Terra». E anche, in un’altra lettera: «non posso combattere il Cristianesimo. Posso soltanto operarvi dall’interno per tentare di trasformarlo e di “convertirlo”».

La sua grandiosa visione dell’Universo fu il frutto della sua ricerca e riflessione scientifica, fecondata dalle intuizioni mistiche. L’origine della sua chiaroveggenza, e anche delle sue limitazioni, va ricercata nelle circostanze della sua carriera scientifica e della sua esistenza. Nato nel 1881, diventò «bachelier» nel 1897 e cominciò il noviziato nel 1899. I suoi studi abbracciarono un ampio programma: teologia, studi classici, storia naturale, e specialmente la geologia. Tra il 1905 e il 1908, insegnò fisica e chimica al Cairo (Egitto) nel collegio dei gesuiti. Dal 1912, divenne discepolo dell’eminente paleontologo Marcellin Boule. La guerra 1914-1918, egli la trascorse vicino al fronte o in prima linea, e fu per lui un periodo di tensione e di maturazione spirituale. Nel 1922, conseguì il dottorato alla Sorbona, sotto la direzione di Boule, e divenne professore di geologia all’Istituto cattolico di Parigi. Nel 1923, s’imbarcò per la sua prima spedizione in Cina, compiendo studi geologici e paleontologi nel deserto degli Ordos e nella regione del Dalai Nor in Manciuria, in collaborazione con un altro geologo, il Padre Licent. Tornato in Francia, dal 1924 al 1926, lavorò sulle proprie raccolte e pubblicò numerosi studi scientifici, assieme a diversi scritti, di portata più generale, sui problemi dell’evoluzione. Questi ultimi gli causarono le prime difficoltà con i superiori religiosi, e tali difficoltà non fecero altro che intensificarsi e continuare sino alla fine della sua vita. Nel 1926, tornò in Cina (Tientsin e Pechino) dove rimase sino al 1946, salvo alcuni viaggi in Francia e diverse spedizioni scientifiche in varie parti della Cina, in Birmania, in Indonesia, in India e in Etiopia. Dopo il 1946, visse parte in Francia e parte negli Stati Uniti, ove morì il 10 aprile 1955. In tal modo, durante la maggior parte della sua vita scientifica, Teilhard fu lontano dai centri dell’attività scientifica mondiale, il che gli procurò ampie possibilità di riflessione e di contemplazione, ma limitò i contatti con i colleghi della sua specialità e anche maggiormente con quelli delle discipline affini.Teilhard_in_China

Tra il 1908 e il 1949, Teilhard ha pubblicato sessantasette importanti scritti di geologia; tra il 1907 e il 1952, un totale di cinquantatré scritti di paleontologia, e tra il 1913 e il 1955, trentanove scritti di paleoantropologia. La sua bibliografia completa ammonta a qualcosa come cinquecento titoli. Il suo lavoro geologico ricopre un vastissimo terreno. I suoi studi sulla geologia della Cina rappresentano un contributo fondamentale per la comprensione della storia geologica del cuore del l’Asia. In quanto paleontologo, Teilhard concentrò la propria attenzione sullo studio dei mammiferi fossili, principalmente quelli della Cina. È stato il maestro e il capo di un’intera generazione di geologi e di paleontologi cinesi. Con Davidson Black, Pei Wen-Chun e Franz Weidenreich, Teilhard lavorò sui famosi resti fossili scoperti nella località di Chukut’ien vicino a Pechino, e chiamati Uomo di Pechino (Homo erectus Pekinensis). Egli non fu lo scopritore del cranio di questo più antico Prometeo (l’Uomo di Pechino è il piu vecchio utente del fuoco che noi conosciamo), ma ebbe tuttavia un ruolo chiave poiché studiò la geologia della località e i fossili animali associati, il che rese possibile datare approssimativamente l’età geologica dell’Uomo di Pechino.

La sua opera di ricerca scientifica valse a Teilhard onorificenze e riconoscimenti da parte dei suoi colleghi scienziati. Tra le altre pubblicazioni, dobbiamo in particolare ricordare le seguenti, in quanto contribuirono a decretare la sua fama di grande scienziato: Early Man in Cina (1941), Chinese fossil Mammals (1942), New Rodents of north China (1942), Le Néolithique de la Chine (1944), Les Félidés de Chine (1945), e Les Mustélidés de Chine (1945). Dopo il ritorno dalla Cina in Francia, fu invitato a presentare la propria candidatura a una cattedra del Collège de France, una delle più prestigiose posizioni cui uno scienziato possa aspirare in quella nazione. I superiori ecclesiastici lo dissuasero dall’accettare; alcune lettere di questo volume riferiscono questo triste evento, come pure il colpo ancora più grave che calò su di lui quando, nel 1949-50, le autorità romane gli negarono il permesso di pubblicare le sue opere principali (Il Fenomeno umano e Il Posto dell’Uomo nella Natura). Il maggior onore, l’elezione cioè a membro del l’Accademia delle Scienze (Institut de France) gli venne tuttavia proprio alla stessa epoca. Nel 1951, accettò, da parte della Wenner Gren (Viking) Foundation per le ricerche antropologiche, l’invito a fissare il suo quartiere generale a New York, ove trascorse gli ultimi anni della sua vita.

La preminenza di Teilhard come scienziato è indiscutibile. Tuttavia, la sua fama postuma e le polemiche che si accesero attorno al suo nome hanno poco da vedere con il suo contributo tecnico nei campi della geologia, della paleontologia e della paleoantropologia. Teilhard occupa un posto prestigioso nella storia delle correnti intellettuali del nostro tempo non già come uno specialista scientifico, bensì come uomo di sintesi e come scrittore. È l’autore di quella che potrebbe, secondo me, essere chiamata la sintesi teilhardiana. I rapporti tra questi due lati della sua attività furono chiaramente definiti da lui stesso, in una vecchia lettera (12 ottobre 1926), una delle più significative di questo volume: «sento che, dal fondo di me stesso, qualche cosa chiede di venir alla luce: è una certa visione entusiasta dell’immensità e delle speranze del Mondo, un certo gusto, una certa ebbrezza dell’ “essere” reale, concreto, quale esso si rivela a noi nell’Universo. In fondo, se sono venuto in Cina, se mi sprofondo in tonnellate di fossili, se faccio la parte del “Cavaliere errante”, è con la speranza di attizzare meglio in me questa fiamma a tutti i grandi soffi della Terra, e di acquisire, grazie a una certa notorietà o a una certa stranezza, la possibilità di farmi ascoltare, fosse pure per una sola volta, e per un solo minuto, prima di scomparire».

Quel «solo minuto» non arrivò mai durante i ventotto anni e mezzo che intercorsero tra la data di questa lettera e quella della sua morte. I suoi scritti principali vennero pubblicati dopo di essa. È stato «ascoltato» nel Mondo intero. Persino in Russia, mi hanno detto, le sue opere circolano più o meno clandestinamente. Questo non può far certo piacere a quelle autorità ecclesiastiche che per tanto tempo ostacolarono la pubblicazione dei suoi libri.

La sintesi teilhardiana non è l’opera di uno scienziato specialista.La si deve pertanto considerare come «non scientifica»? Potrebbe essere stata creata da uno che non era, tra le altre cose, uno scienziato? La risposta, a parer mio, è un energico No! Tale sintesi è il lavoro di un autore che conobbe intimamente la scienza dall’interno, e non solo dal di fuori. È tuttavia, altrettanto evidentemente, l’opera di uno che era teologo, anzi di uno che aveva le doti della visione profetica e dell’ispirazione poetica. La sintesi teilhardiana non è soltanto scienza, ma include la scienza. Senza la scienza, diventerebbe davvero un insieme di «sogni vagamente ispirativi », com’è stata bollata da uno dei suoi detrattori. Altrettanto sicuramente, senza i «sogni», perderebbe il suo interesse e diverrebbe un pezzo divulgativo antiquato, in mezzo a tanti altri dello stesso genere che gremiscono gli scaffali delle librerie scientifiche.

È molto facile criticare opere che non sono quelle che gli autori volevano che fossero. Nello stesso modo, è molto sciocco, da parte degli ammiratori incondizionati, proclamare le bravure dei loro autori favoriti, mentre questi non si sognavano di compierle. Una vivace polemica scoppiò in Francia, nell’autunno del 1965 (principalmente nelle pagine del Figaro Littéraire) a proposito della validità delle teorie di Teilhard sull’evoluzione biologica. Il Rostandprincipale protagonista era Jean Rostand, un riconosciuto biologo, brillante scrittore di argomenti scientifici e, come lo stesso Teilhard, membro dell’Accademia delle Scienze. Rostand aveva urtato alcuni ammiratori di Teilhard dicendo semplicemente che la teoria dell’evoluzione biologica di Teilhard non vale granché. Ora, Rostand ha ragione di dire che «Teilhard ignora deliberatamente l’embriologia e la genetica; non s’interessa di cromosomi, di geni, di acidi nucleici e lascia da parte tutte le questioni specifiche affrontate da tutti i biologi che tentano, usando metodi moderni, di chiarire i meccanismi del fenomeno evolutivo».

Tuttavia, la semplice verità è che Teilhard lasciò da parte tutti questi problemi per la buona ragione che non aveva da arrecare alcun contributo alla loro soluzione. Visse in un quasi completo isolamento e per così dire in esilio, per circa un quarto di secolo che fu l’epoca di maggiore attività per le scienze biologiche. Era il tempo della gestazione e della nascita della teoria biologica (sintetica) dell’evoluzione, e quello delle ricerche che aprirono la via a scoperte prodigiose come quella del codice genetico. Così, Il Fenomeno umano venne steso nel 1939-40, nel ritiro scientifico di Pechino. È il capolavoro per eccellenza di Teilhard, scritto tuttavia in una lingua difficile e talvolta oscura. L’evoluzione biologica, in quanto fatto storico, è descritta brevemente ma accuratamente. Rostand sbaglia quando afferma che Teilhard «salta direttamente dal ciottolo all’Uomo». Come avviene questa evoluzione? Quali cause la spingono avanti? Come operano queste cause? Tutto ciò è ovviamente lasciato in sospeso. Quel poco che è detto in merito porta una data: è ciò che alcuni accettarono, nell’attesa di spiegazioni migliori, quando Teilhard era studente. E i problemi ivi toccati non sono questioni tecniche interessanti solo per gli specialisti: sono ricchi di significato per la sintesi teilhardiana. Per fortuna, come ho tentato di mostrare nel mio volume della collana Perspectives in Humanism (The Biology of Ultimate Concern), le vedute odierne in queste materie sono alla fine più favorevoli alla sintesi teilhardiana che non quelle che lui stesso accettava.

Rostand non è un detrattore della fama di Teilhard poiché riconosce che «l’opera di Teilhard, in cui sono stranamente mescolati scientismo e misticismo, rispetto per le cose della Terra e aspirazioni verso il Cielo, ha dato splendore, nella letteratura francese, a un curioso composto spirituale sino allora sconosciuto». La scienza è evidentemente un ingrediente essenziale di questo «composto spirituale». L’evoluzionismo ne è la pietra angolare. La scienza è tuttavia una conoscenza cumulativa: cresce e cambia con il tempo. Il «composto spirituale» può, a sua volta, crescere e cambiare. Teilhard non ebbe l’intenzione di stabilire alcunché di somigliante a una nuova ortodossia. I suoi ammiratori, scienziati e non scienziati, sono chiamati a sviluppare l’opera al cui inizio egli dedicò la propria vita.

Theodosius Dobzhansky


[1] Teilhard de Chardin, Realizzare l’uomo, il Saggiatore, Milano 1974, pp.33-42

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