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DOPO 430 ANNI MOSE’

L’ Esodo dall’Egitto

Il secondo libro biblico, l’Esodo, comincia con l’elenco dei figli di Israele entrati in Egitto, e descrive il loro proliferare. Ed è il secondo capitolo a parlarci della nascita di un bambino ad una coppia della famiglia di Levi. Ma esisteva un editto del faraone che istigava all’uccisione di ogni figlio maschio nato da una coppia di Israelita. Pertanto, non potendolo tenere con sé, la mamma lo pose in un cesto e lo abbandonò alla corrente del Nilo, e fu da qui ripescato dalla figlia del faraone che stava bagnandosi in quelle acque. La sorella del bimbo che aveva seguito il percorso della cesta intervenne consigliando la principessa di chiamare una nutrice ebrea per allattare il neonato. Il piccolo fu adottato quale figlio della principessa e fu da essa chiamato Mosè. Esso sarà il fautore dell’Esodo e della conquista della terra promessa.

La storia che apre il libro dell’Esodo effettivamente offre già qualche problema per l’accettazione dei fatti così come sono narrati. Innanzitutto, la storiaTiepolo mose salvato dalle acque dell’abbandono sulle acque del fiume di una cesta contenente un bimbo che poi diverrà un capo, è già da noi conosciuta in una fonte più antica quella che descrive la leggenda della nascita del re Sargon, fondatore della dinastia semitica di Accad attorno al 2340 a.C.      

Infatti tale leggenda racconta di Sargon quale figlio di una sacerdotessa di Enitu, la quale non potendo partorire figli legittimamente, nascose la sua gravidanza ed alla nascita pose il bimbo in una cesta abbandonandola sulle rive dell’Eufrate dal quale fu tratto da Akki, che lo allevò. A parte la non originalità del racconto, che può essere spiegata con una tardiva attribuzione a Mosè a causa delle leggende che i semiti si tramandavano ancora, nonostante fossero passati più di sei secoli dalla loro uscita dalla Mesopotamia, risulta errata l’interpretazione che la Bibbia dà del nome di Mosè. Infatti lo accomuna alla radice semitica che ha significato di ‘trarre fuori‘, ma non dovrebbe essere così, perché il nome di Mosè va accomunato alla lingua egiziana in cui ha il semplice significato di ‘ragazzo‘ o ‘figlio‘ in nomi composti quali A-mosis, Thut-mosis ed altri del genere, per cui risulta essere un tipico nome egiziano. E questo non deve certo crearci eccessivi problemi, anche, se come abbiamo visto la sua figura ha subito notevoli aggiunte tardive, esso risulta essere una figura egiziana, e non si deve certo escludere che possa aver avuto ampi legami col popolo ebraico, visto che è stato addirittura legato alla sua stessa etnia, e ne capiamo certamente i seri motivi politico–religiosi che hanno operato questa conversione etnica. La sua figura è stata forse fra le più discusse dell’Antico Testamento, soprattutto perché è con la figura di Mosè che il popolo di Israele  o ebrei trovano la loro prima unità politica, sociale e religiosa, e forse per questo che la stessa figura di Mosè ha subìto più di ogni altra le alterazioni che hanno consentito al popolo ebraico di creare un modello che fosse il più possibile vicino alle proprie comodità politiche e religiose allo stesso tempo. Inoltre c’è da considerare che a lui si è attribuita la rivelazione del nome di Javhè come ben dimostra l’inizio dell’Esodo. Rivelazione che presenta numerose conferme nel libro rinvenuto al tempo di Giosia, e che si credeva scritto di proprio pugno da Mosè. Attribuito a lui oltre che l’appena citato Deuteronomio anche lo stesso Pentateuco, ma di queste attribuzioni possiamo anche noi dubitare come la stessa critica ebraica del seicento dopo Cristo ha fatto, se non altro per il fatto stesso che in quei libri è troppo spesso pronunciata dall’autore la frase ‘come ancora ai giorni nostri è in uso‘ che indica chiaramente che quando si parla di gesta o di leggi mosaiche, ne parla un autore forse anche di molto posteriore a Mosè. Ma quegli stessi libri seppur menzogneri sul loro autore, ci possono fornire notevoli spunti per datare le vicende in essi narrate. La datazione più probabile per le vicende che vedono la figura di Mosè la si dovrebbe attestare attorno al 1300 a.C., periodo che vede in Egitto l’inizio della XIX dinastia. Accettando le età dateci dalla stessa bibbia ed in conformità alle date finora accertate dalle nostre ricerche, si dovrebbe datare l’esodo di Mosè attorno al 1305 a.C., in quanto aggiungendo alla data dell’ingresso di Israele in Egitto, che è 1735 a.C., il numero degli anni del soggiorno di quest’ultimi prima dell’esodo, che è di 430 anni, abbiamo appunto la suddetta data. Pertanto raffrontando la nostra cronologia a quella delle dinastie egizie, vediamo che l’esodo dovrebbe essere avvenuto sotto il faraone Seti I, mentre la nascita di Mosè è indeterminabile a causa delle mancanti citazioni della sua età nel momento dell’esodo. O meglio si può affermare che sembra poco veritiera la notizia della sua età di ottanta anni al momento del suo ritorno dal faraone, per il semplice motivo che viene chiaramente seguito lo schema di quaranta in quaranta per tutti gli avvenimenti salienti dalla sua nascita alla sua morte. Però una stima approssimativa della sua età al momento dell’esodo ci potrebbe far risalire ad essa. Partendo dalla età al momento della uccisione dello egiziano che per la sua descrizione di impulso d’ira e per le doti fisiche che avrebbe dovuto avere un uomo di fronte ad un sorvegliante armato sì da poterlo uccidere dimostra chiaramente un periodo di gioventù di Mosè, in quanto avrebbe dovuto avere il pieno vigore fisico. Oltretutto è affermato nel testo che al momento dell’esodo Mosè avesse già due figli e fosse rimasto esule per parecchi anni, per cui dovremmo accettare l’idea che egli non abbia meno di trent’anni il giorno in cui partì con Israele dall’Egitto. Perciò possiamo datare la sua nascita ad un periodo non inferiore al 1335 a.C. sotto cioè il faraone Horemheb ultimo della XVIII dinastia. Altresì possiamo affermare che il faraone del quale la Bibbia racconta che morì durante il periodo d’esilio di Mosè dovrebbe essere proprio quest’ultimo e non citerà il faraone Ramesse I a causa del suo regno troppo breve che durerà infatti solo due anni. Alla nostra cronologia possiamo portare ulteriore conferma grazie alle informazioni che abbiamo di questi faraoni sotto il cui regno si mosse Mosè. La figura principale fra questi tre faraoni mi sembra proprio essere quella di Seti I, che vede sotto il suo regno le gesta che porteranno all’esodo d’Israele dall’Egitto. Per quanto riguarda le conferme possiamo cominciare con l’asserire che da un documento a noi giunto sappiamo che durante la prima delle tre campagne belliche che questo faraone intraprese, dovette domare una rivolta interna di ‘apiru’, nome sotto il quale erano conosciuti gli ebrei in Egitto, infatti, la connessione fra ‘ apiru e ‘ ibrim (‘ebrei‘ nel linguaggio biblico) ci risulta essere confermata non solo dalla loro assonanza linguistica, ma anche dal fatto che ‘apiru’ suonava in egiziano come dispregiativo di una bassa classe sociale, e che quindi è ben inserito nella situazione sociale degli ebrei ( ibrim) descrittaci nei primi capitoli dell’Esodo. Quindi pienamente ricollegabile la rivolta degli ‘apiru’, sotto Seti I, a quella descritta nell’Esodo, ed con cui in un modo che vedremo in seguito avrà a che fare anche il nostro Mosè.[1] 

Altra conferma ci viene dal percorso seguito per l’esodo, che vide infatti percorsa la strada che risaliva il Nilo fino alla zona montuosa del Sinai, scartando la via più breve che era rappresentata dalla costiera che collegava a mezzo di un percorso carovaniero la Mesopotamia all’Egitto attraverso la Mappa Esodoterra di Canaan. La scelta fu dettata quasi sicuramente dalla sconvenienza di entrare immediatamente in Canaan per quest’ultima via a causa della presenza in quelle zone degli eserciti egiziani intenti alla prima delle tre campagne intraprese da Seti I contro gli Ittiti e dei loro confederati che che erano gli Amorriti e gli Aramei. Pertanto questa situazione di dispersione dell’esercito egiziano sul fronte canaaneo permise al popolo ebraico la fuga quasi incontrastata in direzione sud prima e verso est dopo. Vi è, poi, anche il problema, che ritengo molto importante e che riguarda la figura stessa di Mosè, innanzitutto il modo con cui viene collegato alla corte faraonica, come ampiamente discusso in precedenza, ed in secondo luogo la successiva immagine che ci viene data di Mosè omicida ed esule che si ricollega ideologicamente all’inizio di una nota storia egizia antecedente, la storia di Sinhue  l’egiziano. Infatti esattamente come Mosè, Sinhue, un nobile egiziano, viene coinvolti in un intrigo politico, unica via di salvezza la trova nella fuga verso est, ovvero la zona palestinese, e sembra proprio di vedere in questo il prototipo della fuga di Mosè a causa dell’omicidio dell’egiziano. Tenendo sempre presente che la storia di Sinhue era un classico presso le corti egizie fin dal XIX sec. a.C. e quindi la sua anteriorità al racconto dell’Esodo. La personalità di Mosè risulta, dall’analisi dei passi biblici, estremamente complessa, innanzitutto la sua figura di uomo di corte egizia che risulta appena accennata, ci testimonia un certo legame all’alta borghesia egizia, in secondo luogo la sua figura di interprete del volere di Javhè, ci pone qualche parallelismo col mondo sacerdotale egizio, ultimo mi sembra proprio l’aspetto di Mosè legislatore con strette attinenze al mondo mesopotamico, ma con molto distacco col mondo egizio in cui non esiste una figura eguale, oltre all’inesistenza di qualunque cosa possa essere definita codice o legge.

Incominciamo la nostra analisi dal primo punto rilevato, cioè Mosè nobile egizio. La questione viene posta in dubbio innanzitutto dalla storia della sua adozione che risulta essere un arricchimento successivo alla figura di Mosè, ma lo scopo di questa coloritura ci potrebbe comunque indurre a credere che essa non sia totale frutto della fantasia popolare, ma un’esoterica visione di un reale legame alla corte egizia. Questo ci potrebbe essere confermato dal suo nome che accettato come teoforico egiziano ci starebbe ad indicare che esso è dedito ad un dio (Javhè?) esattamente come, con composti di altri dei, succedeva per nomi di altri egizi di sangue nobile. Questo suo legame però alla figura di Javhè ci potrebbe fornire altri indizi, come ad esempio quando Javhè si presenta a lui in Es. III, 14-15 ed in altri passi, mostra chiaramente una formula di presentazione a noi già nota dai testi sacri egiziani. C’è inoltre da notare la persistente menzione di Mosè quale levita, futura tribù sacerdotale israelita, nonché la frase di Es.VII,1 in cui Javhè afferma di aver posto Mosè a far le veci di dio per il faraone. Tutto questo ci indurrebbe a credere che la figura di Mosè la si possa accomunare più alla casta sacerdotale egizia che a quella reale. Quindi ci colleghiamo al secondo punto ovvero la possibilità di un Mosè che possa essere un sacerdote egiziano o comunque di un’alta casta collegata al clero egizio. Infatti dobbiamo tener presente che il nome Mosè non è l’unico ad avere origini egiziane, si è notato che altri nomi sono di origini nilotiche e fra essi vediamo Finees, Ofni, Assir e forse lo stesso Aronne, fratello di Mosè, e tutti fra genti della tribù di Levi.[2] Oltretutto la cosa è confermata dal suo ufficio dopo l’esodo, che si presenta esattamente sotto l’aspetto di un condottiero sì, ma anche capo supremo della religiosità di Israele. Non dimentichiamo che, come ci ha fatto rilevare lo stesso Freud,[3] tutti i fatti, così come sono esposti nella Bibbia, lasciano intravedere che Mosè assieme agli stessi leviti siano un gruppo ben distinto dal resto delle tribù israelitiche, e che verosimilmente essi possano essere un gruppo di egiziani, le cui origini monoteistiche sono rintracciabili nella eresia Amarniana (quella che vide Amenofi IV cambiar nome in Akenathen ed adorare quale unico dio il disco solare), gruppo che, con l’ausilio e la comunanza ideale (monoteistica/enoteistica) del popolo ebraico, riesce a fuggire e a tentare l’instaurazione di una nuova religione fuori dall’Egitto, nazione che con la repressione dell’eresia Amarniana aveva mostrato di non gradire le spinte innovative della teologia monoteistica/enoteistica originatasi negli ambienti del tempio di On (Eliopoli) dedito al culto solare di Ra. A queste nostre ipotesi ci viene in aiuto anche la letteratura leggendaria su Mosè, essa è tipicamente di stampo ebraico e ci racconta innanzitutto che Jetro, futuro suocero di Mosè, era anch’esso un sacerdote, scacciato dalla corte faraonica, a causa delle sue idee a favore degli israeliti, e quindi per essere stato sacerdote di corte in Egitto, se ne deduce che esso fosse dedito ai culti di quel paese. Sempre dalle fonti leggendarie sappiamo che Mosè percosse l’egiziano all’età di quindici anni, ma molto più importante è la tradizione che racconta che il padre di Mosè, Amrun, era il visir del faraone.[4]

La cosa che distacca nettamente Mosè da questa sua personalità, egiziaMichelangelo Buonarroti Mose innanzitutto, ed anche sacerdotale, è il fatto che dopo l’esodo diviene un vero e proprio legiferatore, cosa molto in contrasto con la storia del popolo egizio, che nella sua lunga storia non ha mai presentato un organico assemblaggio di leggi come è invece avvenuto per le altre civiltà del Vicino Oriente. Ma la nostra difficoltà mi sembra superabile dal fatto che pur essendo egiziano ha dovuto subire una comunanza con israeliti, e pertanto esso ha accesso alle tradizioni e culture dei loro antenati, non ancora dimenticati dal popolo d’israele. Questo elemento è determinato in quanto lega la figura di Mosè a tutto quel mondo semitico orientale di cui Israele aveva quasi perso traccia durante la sua dimora in Egitto. Quindi non ci sorprende il fatto che con aiuti culturali esterni al mondo egizio, Mosè abbia potuto anche essere un legiferatore, oltre che capo politico e spirituale del popolo d’israele. Non ci sorprende neanche, vista l’affinità di Mosè alla casta sacerdotale egizia, che nel racconto dei dialoghi con Javhè, siano a quest’ultimo attribuite frasi che ricorrono spesso in documenti egizi, quale può essere ad esempio l’azione di stendere la mano sopra una nazione per distruggerla. Ne risulta quindi una quasi totale certezza che Mosè sia stato, se non un sacerdote egizio, almeno molto vicino al clero egiziano. Ma sempre il saggio di Freud su Mosè, analizza un fattore molto decisivo per la nostra ricerca, e cioè che Mosè portò con sé fuori dall’Egitto il culto che era stato prima di Amenofi IV, ma la sua asprezza verso il popolo israelita, sulla stessa linea del rigore con cui Amenofi IV tentò di cancellare il politeismo egiziano, lo misero in cattiva luce agli occhi degli israeliti che forse finirono per ucciderlo, prove infatti della morte violenta di Mosè sono state viste da Ernst Sellin nel libro di Osea[5], dove viene vista l’uccisione di Mosè nel luogo di Shittim. Ma non ci sorprenda eccessivamente tutto questo, perché anche da una superficiale analisi del testo dell’esodo notiamo diversi punti che potrebbero avvalorare queste tesi, primo fra tutti il modo in cui i due ebrei si rivolgono a Mosè in Es. II, 14 infatti vien detto che alla domanda di Mosè a due litiganti ebraici: «perché percuoti il tuo fratello ?» gli viene prontamente risposto «chi ti ha costituito capo e giudice su di noi ?»; il che lascerebbe pensare che i due ebrei erano indignati di vedere un egiziano giudicare i loro atti . Oltre a questo vi sono numerosi passi (vedi ad es. Es. V,21 ; XIV,10-12; XV, 23,24; XVI 2,3; XVII, 2,3 ed altri ancora) in cui ci sono focolai di ribellione contro Mosè e contro il suo culto, senza dimenticare che a lui era sempre affiancata la figura di Aronne, che come abbiamo visto poteva essere anche lui di etnia egizia, e che quindi subiva insieme a Mosè le rivolte degli Ebrei. A questo si aggiunga il fatto che arrivati a Canaan, le varie tribù presero possesso di specifiche zone, tranne le tribù di Levi, il che insieme ai dati riguardo la sua probabile appartenenza al popolo egizio ed il possibile omicidio di Mosè, lasciano pensare che effettivamente si sia trattato di uno sparuto gruppo di egiziani il cui capo era stato soppresso precedentemente, infatti lo stesso Esodo ci dice che Mosè morì prima dell’entrata in Canaan. Quindi unica supremazia che i leviti possedevano era la conoscenza della teologia monoteistica/enoteistica e quindi dei testi ad essa legate, che come abbiamo visto potevano derivare dalla speculazione teologica del clero Eliopolitano, e che giustificò la loro funzione esclusivamente sacerdotale in Canaan.          


[1] J. B. Pritchard, Ancient Near Eastern Texts – Relating to the Old Testament, Princeton University Press, Princeton 1955

[2] Andrè Caquot, La Religione di Israele dalle origini alla cattività babilonese. IN L’Ebraismo a cura Puech, Laterza, Bari, 1988, p. 23

[3] Sigmund Freud, L’uomo Mosè e la religione monoteistica, Boringhieri, Torino 1979

[4] Salvatore de Benedetti , Vita e morte di Mosè, leggende ebraiche tradotte, illustrate e comparate da Salvatore de Benedetti, tip. T. Nistri, Pisa 1879

[5] Ernst Sellin, Mose und seine Bedeutung fur die israelitish – judische religionsgeschichte, A. Deichert ,Lipsia 1922

Appendice alla Cronologia

TAVOLA CRONOLOGICA MESOPOTAMICA

TAVOLA CRONOLOGICA BIBLICA D. G. M.

TAVOLA CRONOLOGICA EGIZIANA

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