già pubblicato:    Introduzione

                                  LE ORIGINI DEGLI DEI

                                  LA GENESI SUMERA

                                  SUMER E TERAH

                                  ABRAMO ED IL SUO DIO

                                 ABRAMO E L’ EGITTO

EGITTO COSTANTE

 da Abramo a Giuseppe

RIASSUNTO DELLA STORIA DI GIUSEPPE :

Giuseppe, figlio di Giacobbe era un giovinetto di diciassette anni, quando ebbe delle visioni notturne, che furono causa, insieme al fatto di essere il frutto della vecchiaia di Giacobbe, di odio nei suoi confronti da parte dei suoi   fratelli, invidiosi delle attenzioni a lui rivolte dal loro padre. Fu quindi venduto dai suoi fratelli ad una carovana che si dirigeva in Egitto, e di lui fu detto al vetusto genitore che era morto sbranato da una bestia. In Egitto dopo favorevoli ed avverse avventure, grazie alla sua dote di interprete di sogni fu riabilitato dal faraone fino a divenire vice re d’Egitto, quindi durante un soggiorno dei suoi fratelli in Egitto, dopo un’astuto stratagemma si fece riconoscere da essi e dopo aver  invitato anche Giacobbe in Egitto, vi dimorò insieme alla sua famiglia fino al momento della sua morte all’età di centodieci anni .[1]   Giuseppe venduto dai fratelli - Konstantin Flavitsky

Abbiamo appena visto come nella vita di Abramo si inserisce un fattore che in seguito vedremo sarà molto importante per lo sviluppo delle nostre ricerche, l’Egitto! Sembra infatti molto importante per l’autore o redattore, come è stato definito, della Bibbia la presenza del popolo d’Israele in Egitto. Questo ci viene confermato proprio dalla parte della Genesi riguardante Giuseppe e i suoi fratelli, parte che occupa quattordici capitoli, vale a dire il 28 % della Genesi, visto che la ripartizione in base agli argomenti è la seguente:

                                                      8 % – Creazione, Caino e Abele

                                                     12 % – Noè, Diluvio e Torre di Babele

                                                     30 % – Abramo

                                                       4 % – Isacco

                                                     18 % – Giacobbe

                                                     28 % – Giuseppe

Pertanto,visto il seguente schema possiamo affermare che, l’ordine di importanza per il redattore biblico è il seguente: Abramo, Giuseppe, Giacobbe, Noè, Creazione, Isacco, visto che quest’ultimo compare prevalentemente sotto la figura e le gesta di Abramo. Risulta quindi, al di fuori dell’insegnamento teologico-morale che la storia di Giuseppe rappresenta, che vi è da considerare anche quello esoterico che detta storia ci insegna. Infatti alla luce delle nostre asserzioni precedenti sembra che la storia di Giuseppe voglia dirci che Israele seppure nel momento del bisogno aveva rinnegato i suoi dei, vendendone i tesori al faraone egizio, si ricongiungerà ad essi con l’entrata degli Hyxsos in Egitto e, come vedremo in seguito, se ne impossesserà nuovamente con la figura di Mosè.

Incominciando ad analizzare in dettaglio la storia di Giuseppe, partiamo dalla sua datazione. Seguendo le età forniteci dalla Bibbia dobbiamo far risalire la sua nascita attorno al 1825 a.C. che è quella seguita dalla nostra cronologia. E, sempre con lo stesso metodo, sappiamo che il suo arrivo in Egitto dovrebbe essere attorno al 1808 a.C. cioè sotto Ammenemes III. Non sappiamo per quanti anni fu al servizio di Potifar, il consigliere del faraone e comandante delle guardie, e neppure sappiamo quanti anni rimase in prigione dopo che fu accusato ingiustamente di aver tentato di abusare della moglie di Potifar. Conosciamo solo la sua età al momento di essere presentato al faraone, essa è di trent’anni[2], che ci porta all’anno 1795 a.C., e cioè ai primi anni della reggenza del faraone Ammenemes IV, pertanto essendo vicini anche alla fine della sua reggenza che terminerà nel 1790 a.C. e che coincide con la fine della XII dinastia possiamo accettare l’investitura di un semita, quale era Giuseppe, come viceré d’Egitto. Ci risulta facile alla luce di quanto abbiamo detto accettare la discesa del popolo di Israele in Egitto, seguito da quelle massicce migrazioni che vedranno la zona del delta del Nilo, e fin più su fino alla zona del medio Egitto, invasa da popolazioni provenienti dalla vicina Palestina che porteranno al secondo periodo intermedio egiziano noto come periodo degli Hyxsos. Abbiamo anche altre informazioni che ci potrebbero delucidare a riguardo e la principale ci sembra essere quella di Gn. XLI, 45 che ci dice che Giuseppe prese moglie in Egitto, il suo nome era Asenat ed era figlia del sacerdote di On (Eliopoli), il cui nome era Potifera. Molto importante, peraltro mi sembra il cambiamento del nome a Giuseppe, secondo un rituale d’investitura a noi noto, che viene ora chiamato dal faraone Safnat – Pà neah. Non starò qui a citare le varie traduzioni proposte dai molti studiosi di esegetica ed egittologia, ma accettiamo quella che lo stesso E. Testa accetta nel suo commento dei seguenti passi, e che vede questa frase nel significato di ‘L’uomo che sa le cose‘ , proposto da J. Vergote[3], e che ben si adatta secondo le nostre teorie anche alla figura di Giuseppe quale interprete delle conoscenze mesopotamiche introdotte da Abramo in Egitto un secolo e mezzo prima di Giuseppe. Quindi può essere esatto affermare che la storia, molto popolare e popolaresca, dei sogni del faraone, in modo da arrivare alla sua investitura, non è che artificio letterario successivo sì da giungere alla spiegazione del suo nome, conosciuto dalle fonti più antiche, che sono amalgamate dal redattore di Genesi. Tutto questo è confermato anche dalle varie prove che vanno contro la datazione di tale passo, prove negative addotte da W. Keller, e che vedono l’impossibilità di datare tale passo in primo luogo per la stessa cerimonia di investitura, inoltre per la conoscenza del carro da guerra e per la relazione fra la parola anno e la parola vacca, come sua rappresentazione, che sono riscontrati in Egitto non oltre l’XI secolo o al massimo il XII a.C.[4]

Concludendo possiamo affermare che la discesa di Israele in Egitto, viene anticipata da Giuseppe, che grazie agli sconvolgimenti in corso riesce a giungere ad un’alta carica presso la corte egizia, iniziando così un periodo di sconvolgimenti all’interno della stessa società teologica egiziana. Infatti abbiamo potuto vedere che attraverso il matrimonio con Asenat, Giuseppe viene messo in stretta relazione con il clero del tempio egiziano di On (Eliopoli), il che associa la figura di Giuseppe ad un fatto sconcertante per la storia egiziana, e cioè l’eresia Amarniana, il periodo in cui tutti gli dei egiziani furono scacciati dai templi per far posto a quello che doveva essere l’unico e vero dio: il dio sole Ra .

AkhenatonEresia quasi certamente appartenente alla cultura sacerdotale del tempio di On, ove questo dio era venerato . Tutto questo non può non riportare alla mente che l’unico popolo nella storia del Vicino Oriente del II millennio a.C. ad essere monoteista o perlomeno enoteista sia proprio quello capeggiato da Abramo prima e successivamente, con sicuri tratti monoteisti, da Mosè iniziatore della nazione ebraica. Quindi veramente eccezionale risulta essere il fatto che nell’arco di settecento anni, cioè da Abramo a Mosè, l’unico caso di monoteismo in Oriente sia in Egitto, e con questo paese siano legati ambedue i patriarchi! La connessione fra Ebrei ed Egiziani, che è sottolineata, forse anche metaforicamente, dalla storia di Giuseppe, si fa ancora più importante alla luce delle sconcertanti identità teologiche, ovvero enoteistiche,  o monoteistiche, di questi due popoli. Infatti, sappiamo da fonti certe, che la totalità della storia plurimillenaria egiziana ha presentato sempre una cultura religiosa politeista, a partire dalle più antiche dinastie, ovvero quelle attorno alla fine del III millennio a.C., fino alle ultime e più recenti fasi della sua storia antica, ovvero nei primi secoli d.C. Tutto questo è vero, a parte quel piccolissimo periodo che ebbe il suo culmine attorno alla metà del XIV sec. a.C., ricordiamo che siamo a poco meno di un secolo prima della comparsa sulla scena storico- religiosa di Mosè. Questo neo della storia teologica egiziana, rappresenta un evento inspiegabile per gli egittologi, almeno se raffrontato alla sola storia del popolo egiziano. Seppur spiegato come un enoteismo atipico della storia teologica di questo popolo, nato da forti contrasti sacerdotali, verificatisi fra le fazioni tebane, dedite al culto del dio Amon, e quelle eliopolitane dedite al culto solare del dio Ra, resta comunque inspiegabile l’evoluzione quasi monoteistica che esso assunse. Infatti non era certamente nuova la storia dell’Egitto a variazioni di potere religioso, che il potere religioso e quello reale erano sempre inscindibili in Egitto, e la sconfitta della fazione più debole non aveva mai rappresentato l’annichilimento del culto del resto degli dei insieme a quello il cui clero era uscito perdente, ma il tutto si riduceva ad un semplice predominio teologico- temporale del clero egemone.

E tutto questo ci viene confermato dalle varie fasi in cui Amon ascende a dio supremo, pur ammettendo la validità degli altri dei, come nel Medio Regno avverrà nella XI dinastia, nella XII per Osiride, nella stessa XII nuovamente per Amon sotto il famoso faraone Tutankh-amon, nel cui stesso nome ritroviamo l’elemento ammoniano.

Quindi pienamente giustificabile il titolo di eresia al sovvertimento che si verificò in quell’occasione, e come tale fu repentinamente cancellato dalla stessa storia egiziana a favore del plurimillenario politeismo egizio. Riteniamo, senza forzare il significato di questi eventi, di poter affermare, che l’eresia amarniana è giustificabile solo alla luce di una speculazione teologica inquinata da infiltrazioni esterne. Ma alla luce della situazione del Vicino Oriente compresa fra il XVI ed il XIV sec. a.C. vediamo che nessun popolo aveva raggiunto idee tali da sfociare nel monoteismo o almeno nell’enoteismo se non quello ebraico. E per l’appunto dalle fonti ebraiche veterotestamentarie sappiamo che, fin dalla fine del XVIII sec. a.C., questo popolo è presente o almeno ha relazioni con l’Egitto, e nella storia di Giuseppe queste relazioni vengono perfino legate alla figura del sacerdote del tempio di On ( Eliopoli ) e lo stesso Giuseppe viene associato alla corte egizia! Ma per quale motivo proprio l’Egitto rientra così insistentemente negli spostamenti dei Patriarchi? E’ facile affermare che per tutti i popoli del vicino oriente che si sono trovati al passaggio dall’età del bronzo all’età del ferro, era facile dirigersi verso quel paese che, per qualche tempo, reggerà ancora a quelle crisi che hanno sconvolto l’assetto politico della zona mesopotamica, crisi derivate dalle infiltrazioni di elementi semitico–orientali che a lungo andare hanno creato uno scompiglio delle popolazioni locali fino a giungere a veri e propri sovvertimenti delle gerarchie indigene. Come infatti è accaduto per la stessa terra di Sumer, che credo sia stata la prima vittima delle popolazioni semitiche, così accadrà nel secondo periodo intermedio in Egitto a causa degli Hyxsos. Ma la disomogeneità di queste popolazioni semitiche ci viene mirabilmente espressa dalla stessa Bibbia, che mostra chiaramente come lo stesso gruppo capeggiato da Terah prima e da Abramo poi, entrerà più spesso in conflitto con elementi semiti, che con altri tipi di popolazioni indigene delle terre attraversate. E’ quindi opinabile che lo stesso Abramo, abbia visto nell’impero egiziano, l’unica via di sopravvivenza per la propria civiltà, soprattutto se teniamo presente che a cavallo fra il III e il II millennio a.C., l’unica realtà politica che per la sua creatività e per il suo stato di emancipazione sociale e religiosa, poteva accomunarsi agli splendori della terra di Sumer, altri non era se non lo stesso Egitto. E’ quindi deducibile che, lo stesso Abramo, abbia avuto una brillante intuizione storica, nel considerare unico modo di sottrarsi al disastro, che fu per la mesopotamia la caduta della terza ed ultima dinastia di Ur, fuggire verso quello stato che come un gigante offriva quella che sembrava essere maggiore stabilità storica. Forse tutto questo era anche accompagnato dalla visione negativa che Abramo ebbe delle evoluzioni in corso in mesopotamia, che seppur videro fiorire un grande impero, quale quello di Babilonia, per i fuggiaschi di Sumer, questa nuova realtà altro non era che uno squallido surrogato di quello che fu il più grande impero d’oriente: Sumer. Felice dunque è da considerarsi la scelta della nuova destinazione, per questi reduci, che erano troppo speranzosi della magnanimità del faraone egiziano, meno felice invece lo svolgimento storico dei fatti successivi, che forse videro Abramo, non certo desideroso, ma costretto al vassallaggio egiziano, e forse costretto a cedere al re d’Egitto molte delle ricchezze che aveva messo in salvo nella terra di Sumer, fra le quali abbiamo visto potevano esservi i famosi ‘Me‘, ma più sicuramente comprendevano diversi oggetti in oro ed argento oltre a testi di interesse, quasi certamente teologico e mitologico, e che possiamo arguire anche grazie alla frase citata in precedenza dai Giubilei, e per i quali il gruppo esule deve cedere al desiderio del faraone al quale non può opporre un offensivo rifiuto .

Anche se il racconto in sé, per quanto metaforizzato ci indica che una parte del patrimonio ceduto, sia stato restituito a causa di una non ben precisa malattia, legata al possesso degli oggetti in questione. Infatti abbiamo potuto vedere, che la storia della moglie di Abramo, presa come concubina del faraone, sicuramente nasconde qualche altra cessione .

Ma felice sarà la scelta dei successori di Abramo che vedranno forse quale unico scopo della discesa in Egitto, la possibilità di sottrarsi alle invasioni delle varie popolazioni che si spinsero verso la zona adiacente all’Egitto, e che a volte erano troppo potenti per essere affrontate, quindi era preferibile tentare di restare uniti sotto un monarca meno pericoloso e che era abituato a trattare con popolazioni nomadi, senza influenzare le loro culture in quanto ritenute inferiori dagli stessi egiziani. La discesa in Egitto risulta quindi essere un sicuro modo di preservare la propria identità culturale, a prezzo di un vassallaggio, che limitava però anche la loro libertà, ma la stessa sarà comunque riscattata, come vedremo quando riusciranno a tornare padroni con Mosè, dopo una lunga permanenza in Egitto, permanenza che ha fatto dimenticare loro gran parte di quella che era stata la loro realtà storica e religiosa nella, ormai troppo lontana, terra di Sumer, terra che era entrata, come leggenda di un remoto passato, nella nuova realtà semitica: l’Egitto .  


[1]  Sacra Bibbia, Gn. capp. XXXVII – L

[2] Sacra Bibbia, Gn. XLI, 46

[3] Emanuele Testa, Genesi. Storia dei Patriarchi, Marietti, Roma 1974, p. 556

[4] Werner Keller, La Bibbia aveva ragione, Garzanti, Milano 1986, pp. 102-104

Appendice alla Cronologia

TAVOLA CRONOLOGICA MESOPOTAMICA

TAVOLA CRONOLOGICA BIBLICA D. G. M.

TAVOLA CRONOLOGICA EGIZIANA

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