già pubblicato: Introduzione

                                LE ORIGINI DEGLI DEI

                               LA GENESI SUMERA 

                               SUMER E TERAH 

 

ABRAMO ED IL SUO DIO

Nannar , Enki o Jahvè  ?

 

«Il Signore disse ad Abram : “ Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò . Farò di te un gran popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione . Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra “. 

Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore, e con lui partì Lot . Abram aveva settantacinque anni quando lasciò Carran . Abramo prese la moglie Sarai, e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i beni che avevano acquistato in Carran e tutte le persone che lì si erano procurate e si incamminarono verso il paese di Canaan.»[1]

rotolo bibbiaProseguendo la nostra analisi del testo biblico della Genesi, dopo aver accertato che fu effettivamente solo Terah la figura predominante del viaggio fra Ur ed Harran (Gn. XI,31-32) e potendo quindi datare,  per quanto ci è possibile esattamente, il periodo di questo viaggio fra il 2010 ed il 1990 a.C. , possiamo arguire che il viaggio da Harran a Canaan, che effettivamente vede predominare la sola figura di Abramo, visto che Terah risulta essere morto in Harran, deve avvenire in un arco di tempo compreso fra il 1980 ed il 1950 a.C,. cioè una ventina di anni dopo quello di Terah, e che anche Abramo come suo padre era a capo di un folto gruppo che poteva essere quello superstite della corte di Ibbi-Sin. Certo sembra d’obbligo a questo punto soffermarci sulla figura del patriarca Abramo, che risulta essere il fulcro dell’azione che passa dalla mesopotamia all’Egitto come vedremo in seguito. Accertata la sua appartenenza alla terra mesopotamica già con la Genesi biblica, è utile tracciare un profilo così come viene citato nelle varie versioni giunteci sulla sua persona. Di lui dice il libro dei Giubilei che imparò la scrittura dal padre e a quattordici anni si separò dal padre per non adorare gli idoli.[2] Che per la sua idea si alzò nel cuore della notte e furtivamente appiccò il fuoco al tempio degli idoli, presso cui morì suo fratello Aran nel tentativo di domare le fiamme[3]. Notevole di attenzione anche il fatto che il testo dei Giubilei mostra chiaramente che alla partenza di Abramo da Harran, Terah era ancora vivo, infatti dopo aver copiato gli scritti dei suoi antenati avvertì suo padre del viaggio che intraprendeva[4] . Nella Genesi Rabbinica invece si dice che un angelo gli abbia insegnato l’ebraico, con cui Abramo riesce a decifrare gli scritti di occulta sapienza, che fu anche innalzato da dio nel cielo per essere messo a conoscenza dei misteri. Sappiamo anche da qui che Terah era ancora vivo quando Abramo partì per Canaan e che le scritture mentono per non macchiare il patriarca della colpa di aver abbandonato il proprio vetusto genitore. Dal Talmud babilonese sappiamo che egli è uomo di scienza e di conoscenza che ha raggiunto occulti misteri ; egli inoltre ha inventato l’alfabeto ebraico, ha fondato la magia e le scienze segrete. Tutte queste fonti potrebbero essere veritiere almeno per le opere in esse compiute, ma è loro costante troppo spesso insistere su Javhè e sul monoteismo di Abramo. E’ infatti questo un elemento non conforme alle fonti che ci giungono dai ritrovamenti archeologici del Vicino Oriente, i quali seppur confermando l’esistenza di dei con nomi che molto si avvicinano al Javhè biblico, li pongono sempre in un ambiente,ed in una teologia del tutto politeista, o perlomeno negano una forma consolidata di monoteismo quale quello ebraico.

Semmai potremmo sospettare che esse possano aver portato influenze alla determinazione del nome del dio ebraico attraverso passaggi logici che di seguito vedremo .

Sembra, infatti che i ritrovamenti di alcune iscrizioni rinvenute a Mari, Ugarit ed infine ad Ebla ed ancora in fase di analisi, abbiano effettivamente mostrato nell’onomastica di Mari, in varie attestazioni, nomi composti con jahwi/jawi e ja, risalenti al XVIII secolo a.C.; inoltre a Ugarit un testo frammentario appartenente al ciclo di Baal ci ha fatto sapere che il dio El/Il aveva un figlio di nome Jaw. Infine ad Ebla alcuni testi risalenti alla metà del III millennio a.C. ci hanno mostrato nomi teofori composti da ja preceduto dal determinativo divino dingir, il che ci ha dimostrato senza ombra di dubbio che il dio che fu in seguito di Israele era già conosciuto in Siria prima che Abramo vi entrasse col suo seguito. Alla luce di questi elementi c’è da rivalutare l’intero culto di Abramo e di quelli che lo seguirono nella terra di Canaan. Risulta utile comunque, agganciare a questo discorso le analisi fatte dal prof. G. Pettinato a riguardo dell’uso di questo composto  ja nei vari nomi teofori. Infatti egli sostiene che la intercambiabilità del composto ja e del composto el (Mi– Ka-il = Mi–Ka-ja ecc.) possa far pensare che nella onomastica, almeno in quella eblaita, i due composti non stiano ad indicare un dio particolare, ma semplicemente il dio in assoluto, o la categoria del divino.[5] Quindi se accettiamo il fatto che tale uso possa essere scaturito dalla usanza di parte della popolazione di non menzionare in nessun caso onomastico il nome del dio al quale ci si dedicava, abbiamo un formidabile parallelismo con la regola/obbligo degli ebrei di non pronunciare mai il nome di Dio. Anche se non possiamo vedere in questo una certezza di monoteismo, resta comunque un vasto margine di probabilità che ci troviamo in un ambiente quasi certamente enoteista. Pertanto l’opinione più logica ci sembra quella di accettare che Abramo conservasse almeno parte di quel culto che lo aveva accompagnato per anni nella città di Ur, in una forma che è andata via via personalizzandosi e che ha visto infine prevalere uno solo di quegli dei sugli altri. Ricordiamo che alle origini di Abramo abbiamo posto la terra di Sumer, ma sappiamo anche che uno spostamento è avvenuto verso nord e precisamente da Ur ad Harran, in base alle deduzioni geografiche e storiche che abbiamo fatto nel precedente capitolo, sappiamo con una quasi totale certezza che la comunanza agli usi della terra di Mari non ci è possibile, ma diventa quasi d’obbligo accettare quale zona di influenza sul nucleo esule di Terah, ora di Abramo, la fascia che va da Harran ad Ebla, e quindi possiamo accomunare la zona di Ugarit. E’ proprio G. Pettinato nel suo testo Ebla, nuovi orizzonti della storia  a porsi un interrogativo che ci viene molto in aiuto e che citiamo:

«Ma un problema, forse il più affascinante, viene a risolversi da sé con tutte le implicazioni per la storia delle religioni : Dagan, pur essendo il dio principale o forse proprio perché il dio principale del pantheon, non viene chiamato per nome, bensì indicato come “Signore”.Ci troviamo forse davanti ad una concezione religiosa, certo diversa da quella mesopotamica, in base alla quale il nome del dio non poteva essere pronunciato, così come è il caso in altre importanti religioni dell’antichità?»[6]

Quindi proprio partendo dalla domanda testè posta da Pettinato possiamo dedurre un certo enoteismo di Abramo, e l’ineffabilità del nome che ne scaturisce ci porta a concludere che effettivamente sotto l’attributo ebraico Javhè si nasconda una qualche divinità, in origine appartenente al Pantheon sumerico, e che dovrebbe essere a noi nota.tetragramma

Non dimentichiamo infatti, che la possibilità che il monoteismo ebraico possa essere una forma di evoluzione di una religione assai più antica è resa più probabile dal fatto che dall’analisi dello stesso Javhè vengono fuori numerosi elementi che lo accomunano a diversi dei a lui precedenti, e che in lui convergono quasi come se la sa figura rappresentasse una sintesi di un politeismo ormai sorpassato. Questo nostro concetto è assai ben evidenziato anche se generalizzato dallo stesso Mircea Eliade, che nel suo Trattato di storia delle Religioni,quando conclude il discorso relativo agli dei del cielo rileva che quasi tutte le antiche divinità tradiscono in sé un origine legata al culto del cielo[7], e quasi sempre evoluta in forme successive in cui possono anche conservare la loro supremazia «o a vantaggio dei quali avvennero le rivoluzioni monoteiste (Javhè Ahura-Mazda).»[8]

L’analisi quindi delle varie somiglianze che ci sono fra alcuni passi biblici e il culto religioso sumerico ci potrà fornire le prove per quello che cerchiamo. Seguendo l’ordine biblico troviamo già una prima somiglianza fra due brani e cioè: Gn. 2,7 dice che Javhè plasmò l’uomo con la polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne essere vivente ; allo stesso modo troviamo nel mito di Uta–Napishtim che Enki dice alla dea Nin-Tu come deve creare l’uomo e cioè mescolando l’argilla assieme alla carne ed al sangue di un dio messo a morte per l’occasione. Ed è a causa della rivolta degli Igigi, creature dedite al duro lavoro per rendere omaggio agli dei, che il consesso divino su consiglio di Enki decide la creazione dell’uomo così da sostituirli:  

«Tu sei “il seno materno”, la creatrice dell’umanità : crea il primo uomo (=Lullû) perché porti il cesto, porti il cesto assegnato da Enlil ; l’uomo (=awīlum) porti il cesto di dio ! (vv.194-197)»[9]

Ed è adesso che Enki fornisce le informazioni ‘ tecniche ‘ necessarie alla dea Nintu (qui chiamata Bēlet–ilī, in quanto la versione giuntaci non è sumera, ma babilonese, anche se molto arcaica) esordendo al  consesso degli dei in tal modo :

«E aprì la bocca, e rivolse la parola ai grandi dei : – Nel primo, nel settimo e nel quindicesimo giorno del mese, voglio far allestire un bagno purificatore . Uno degli dei sia messo a morte, quindi tutti gli dei si purifichino con l’immersione . Assieme alla sua carne ed al suo sangue la dea Nintu mescoli l’argilla: il dio (ilum) e l’uomo (awīlum) siano mescolati assieme nell’argilla. Per i giorni futuri possiamo noi udire (il rullo) del tamburo. Mediante la carne del dio ci sia un etemmu: al (l’uomo) vivente (balţu) esso renda noto il suo segno (ittu), per non dimenticar(lo) ci sia l’etemmu (vv.204-217 »[10]

Quindi in ambedue i passi ritroviamo che nell’uomo vi è l’unione della polvere della terra o argilla ed un elemento divino, il soffio vitale o la stessa carne col sangue di un dio. Secondo elemento accomunante due brani è quello nominato nella bibbia in Gn. 2,8-9 in cui Javhè colloca l’Eden ad Oriente e vi pone un albero, fra gli altri, denominato della conoscenza o della vita. Possiamo ben si identifica l’Eden con l’isola dei beati dei sumeri, e l’albero con quello che era posto nel tempio di Enki ad Eridu ed era chiamato albero di vita. Ed è proprio dal mito di Dilmum che abbiamo l’ennesimo parallelo fra i due mondi, sembra infatti che la dea Ninti, che si può tradurre con signora del costato o della vita, bene si adatti alla figura di Eva che viene chiamata in Gn. 2,23 ; 3,20 madre dei viventi e donna, a quest’ultimo vengono addotti legami al costato da cui Javhè la trasse (come espresso nei precedenti capitoli). La nostra serie continua ancora con la storia di Caino ed Abele, anche se ha avuto forti critiche la tesi che esso rappresenti il diverbio raccontato nel mito del fattore Enkimdu col pastore Dumuzi già nel mondo sumero, nulla può togliere che in questo passo biblico ci siano elementi tipici del genere letterario della ‘Me‘ sumerica, come afferma lo stesso Testa nel suo commento introduttivo alla Genesi.[11] Il racconto del quale accenniamo è appunto quello noto al mondo sumero come il diverbio fra Enkimdu e Dumuzi, l’uno fattore e l’altro pastore, che si contendono la bella Ishtar, offrendogli i frutti del proprio lavoro, e dopo lunghe controversie su quale delle due vite sia la più comoda e la più fruttuosa per la futura sposa, Dumuzi la spunterà sul povero Enkimdu . A prescindere dal racconto in sé e dalla finalità che esso rappresenta, comune anche al racconto di Caino ed Abele, e che mostra un primo tentativo di analizzare il problema della vita nomade, quella del pastore, che ci lascia identificare Dumuzi con Abele, con la vita sedentaria, quella del fattore, che ci identifica Enkimdu con Caino, sorge anche un importantissimo elemento, e cioè quello che vede nei passi biblici l’affermarsi di un genere letterario noto come ‘ Me ‘ sumerica, che si lega ai principi primi delle arti e dei mestieri, e che ci riporta alla figura di Enki, custode dei ‘Me‘, nel suo tempio di Eridu. Arriviamo dunque al diluvio del quale mi sembra inutile parlarne nuovamente, visto che il rapporto fra i due passi è stato ampiamente trattato nei precedenti capitoli.

Papiro di NashCome abbiamo potuto vedere da questa breve rassegna sui passi comuni fra Bibbia e letteratura sumera, sembra notevole che tutti i passi abbiano come costante un solo dio, Javhè per la Bibbia ed il dio Enki per la letteratura sumera ! Sembra quindi che tutto ciò contraddice le tesi del culto lunare di cui abbiamo discusso nei capitoli precedenti, infatti le prove filologiche e la ricostruzione in base agli spostamenti dei patriarchi ci portano a credere che il culto di Terah prima e di Abramo dopo fosse quello lunare del dio Nannar (Sin); se invece teniamo presente le somiglianze di alcuni passi della Genesi in particolar modo, con epopee e miti sumeri dobbiamo, come abbiamo visto constatare la vicinanza di questi passi con la figura del dio Enki. Infine abbiamo la Genesi stessa che contraddice ambedue i passi e ci propone Javhè come unico dio. Ricostruendo la situazione storica che ha determinato l’esodo di Terah e di Abramo, possiamo aggiungere qualche elemento che risulti risolutivo per il nostro problema. Abbiamo già visto che per il viaggio di Terah da Ur ad Harran dobbiamo attestarci attorno al 2006 a.C., nello stesso periodo della caduta della III dinastia di Ur.

Quindi abbiamo legato i motivi del viaggio alla salvezza di un gruppo di superstiti appartenenti a quell’impero sumero, i cui leader erano di stirpe nobile e legati alla corte dell’allora reggente Ibbi-Sin. Come abbiamo detto la III dinastia di Ur aveva sede appunto in quella città di Ur, citata dalla Bibbia e dai testi cuneiformi più antichi, ed era dedita dai tempi più remoti al culto dell’antico dio sumero della luna Nannar, conosciuto successivamente come Sin, che ricorreva anche nei nomi teofori, come appunto l’allora reggente Ibbi–Sin.

Ed è certo che la presenza nella città del santuario dedicato al dio Nannar, non escludesse la possibilità di adorazione di altri dei da parte della popolazione, e forse degli stessi sacerdoti, i quali in quanto facenti funzioni di sacerdoti ad esempio esorcizzatori, o altro, dovevano ben conoscere se non praticare il culto del dio esorcizzatore per eccellenza, ovvero Enki, e così per ogni altra funzione associata alla funzione di un dio particolare. E’ quindi possibile che all’esterno del ‘sancta sanctorum‘  del tempio dedicato alla divinità protettrice della città esistessero cellette con effigi dei vari dei principali del pantheon sumerico. A questo punto ci sorge un dubbio cioè se queste celle, come abbiamo visto, effettivamente esistevano all’esterno di ogni tempio, e con esse il culto dei relativi dei, è possibile che le particolarità attribuite alle varie divinità, o meglio particolari oggetti cultuali delle varie divinità fossero trasferite di volta in volta nelle sedi dei santuari delle città la cui supremazia politica avesse reso i santuari importanti ?    

Dalla analisi di alcuni poemetti mitologici possiamo accogliere positivamente questa nostra ipotesi. Infatti fra i miti presenti nella mitologia sumera vi sono quello di Nunurta e quello di Inanna (Ishtar), ambedue si recano ad Eridu, città sede del dio Enki per tentare di sottrarre a quest’ultimo i ‘Me’. E’ esattamente l’aspetto che questi atti assumono, al di fuori del mito, che è per noi di grande importanza, infatti questi ‘Me’ erano ritenuti un indispensabile elemento per la capitale del paese di Sumer, che con essi poteva garantire il mantenimento dei decreti divini anche sugli uomini. Pertanto, ritenendo noi di estrema importanza la presenza di questi ‘Me’, anche anche all’interno della città di Ur, proprio in funzione del suo stato di capitale, dobbiamo accettare l’idea che essi facevano parte del corredo sacro che la famiglia di Terah mise in salvo alla caduta di Ur. Facile dunque che lo stesso Abramo sia stato l’erede naturale di questo patrimonio culturale-religioso di Sumer e che la stessa presenza dei ‘Me’ quali decreti divini abbia indotto lo stesso Abramo in disaccordo col padre ad assumere Enki quale figura predominante della propria cultura religiosa. Pertanto possiamo ora accettare sotto diversa luce le varie versioni sull’infanzia e il viaggio di Abramo, che risulta quindi il continuatore del nome di Enki fuori del paese di Sumer! Calza quindi senza problemi il commento alla Genesi sopra citato che vede quindi Abramo abbandonare Terah a causa di un dissidio religioso e porta con sé le Scritture appartenute al padre, cioè i ‘Me’. Ancora meglio quello che ci dice il Talmud a riguardo della sua persona, considerandolo come uomo di scienza e fondatore della magia e delle scienze occulte, elementi caratterizzanti della stessa figura del dio Enki e che con esso lo mettono in stretto rapporto! Pertanto dobbiamo concludere che la figura del dio, esposta nei primi capitoli della Genesi risulta essere quasi certamente quella di Enki. Pur tuttavia tutto questo non ci deve scandalizzare, abbiamo infatti visto nel capitolo precedente che lo stesso racconto veterotestamentario affronta il racconto dei patriarchi con una frase che potrebbe lasciar pensare che nella storia della salvezza il dio che fu poi di Israele abbia avuto diversi modi in cui si è presentato nei diversi tempi, luoghi ed ai diversi patriarchi. Sembra piuttosto ovvio accettare che sarebbe stato alquanto più facile rivelarsi ad un uomo di cultura sumerica attraverso una simbologia vicina a quella che era la teologia a lui più consona ovvero quella sumerica, e nella quale aveva fede da diverse generazioni. In questo credo sia già delineata la protostoria della salvezza !


[1] Sacra Bibbia, Gn. XII,1-5

[2] Libro dei Giubilei, XI, 16

[3] Idem, XII, 12-13

[4] Ibidem, 27-28

[5] G. Pettinato, Ebla nuovi orizzonti della storia, op. cit. , pp. 334-335

[6] Idem, p. 333

[7] Mircea Eliade, Trattato di storia delle Religioni, Boringhieri, Torino 1988, p. 122

[8] Idem, p. 124

[9] L. Cagni, Il mito babilonese di Atrahsīs, IN Rivista Biblica Italiana, 1975 Lug./Sett.

[10] Idem

[11] Emanuele Testa, Genesi . Introduzione e Storia Primitiva, op. cit., pp. 112-116

Appendice alla Cronologia

TAVOLA CRONOLOGICA MESOPOTAMICA

TAVOLA CRONOLOGICA BIBLICA D. G. M.