In occasione dell’imminente Natale, ho deciso di dedicare un post a questo avvenimento, che si presenta come la rappresentazione del punto di svolta della storia, il momento in cui il divino si rende esso stesso storia per cambiare per sempre il corso dei giorni a venire dell’intera umanità. Momento cruciale, che ha fatto da spartiacque per le coscienze. Mi basti a tal proposito ricordare il ‘problema di Lessing’ (casuali verità storiche non possono mai essere la prova di necessarie verità razionali[1]). Ed il modo in cui intendo affrontarlo è attraverso un testo di Sartre. Qualcuno a questo punto si starà chiedendo se sto riferendomi proprio a Jean Paul Sarte, l’autore de L’essere e il nulla, e se siete fra questi, vi posso rispondere affermativamente, sì proprio lui! Non bisogna meravigliarsi troppo, non sono uscito di senno a voler parlare del Natale attraverso un autore che è molto lontano dall’idea di cristianesimo e finanche dalla stessa idea di ‘credente’ in generale. E’ ben noto che in Sartre si raggiungono le vette più elevate di quello che viene definito ‘esistenzialismo ateo’, è considerato l’autore per eccellenza di tale visione filosofica del mondo.Natività - Correggio

Utilizzerò per questo mio proposito il testo Bariona o il figlio del tuono – Racconto di Natale per cristiani e non credenti[2], un testo scritto da Sartre mentre era prigioniero dei tedeschi nel campo di prigionia di Treviri nel 1940. Si tratta di un testo teatrale scritto per l’occasione dell’imminente arrivo del Natale del ‘40, e da rappresentare nel campo di prigionia composto di 25.000 uomini detenuti in baracche a tre piani. La richiesta venne fatta a Sartre da due sacerdoti, anch’essi prigionieri,  coi quali intratteneva rapporti amichevoli, l’abate Page ed il gesuita Perrin.

Perché proprio questo testo? Il motivo risiede innanzitutto per l’originalità dell’idea complessiva della storia che viene raccontata, che ritengo molto interessante, con ambientazioni anche abbastanza attualizzabili, ma soprattutto perché la ritengo una bella storia con punte di lirismo che difficilmente possono essere superate. Ma veniamo al racconto, come ce lo presenta Antonio Delogu nella Introduzione :

«Un raccontastorie presenta, al pubblico che lo ascolta dei quadri attraverso le cui immagini propone una storia di avventure “straordinarie e inaudite”, di cui è protagonista Bariona o il figlio del tuono. Siamo nel tempo della dominazione romana sulla Giudea. Nasce Gesù. Attorno a questo evento, carico di mistero, si svolgono le vicende che hanno nel Prologo dell’opera il loro annuncio o presagio. Sartre comincia la sua opera con una pagina di intensa poesia. Vi presenta il “quadro dell’Annunciazione” in cui l’angelo viene a annunciare a Maria che avrà un figlio» (…) «La storia di Bariona comincia nove mesi dopo , quando Gesù-Dio viene al mondo. Il sipario si alza: un funzionario romano si dirige per un impervio sentiero verso Béthaur, un villaggio della Giudea distante venticinque miglia da Betlemme. Reca agli abitanti del villaggio l’ordine del procuratore romano di sottostare a un aumento delle imposte. Bariona, il capo del villaggio, invano oppone alle ragioni del funzionario romano le sue: gli abitanti del villaggio vivono in dura povertà. Molti giovani sono andati via. Sono rimasti soprattutto anziani e donne, che non potrebbero sopportare i disagi di un aumento del peso delle imposte. Ma deve cedere alle pressanti richieste del funzionario romano. Convincerà i suoi compaesani a pagare. A una condizione, però. Agli anziani riuniti in Consiglio straordinario fa una proposta sconvolgente: pagheranno le tasse, ma gli abitanti del villaggio non faranno più figli. Roma non potrà in futuro esercitare la sua vessatoria tirannia. Ed ecco compare sulla scena Sara, sua moglie, che aspetta un bambino e che implora Bariona, in nome del loro amore, di farlo nascere. Ma Bariona resta irremovibile: non consentirà che nasca un bambino destinato, come tutti a soffrire. Il cantastorie racconta, nella scena successiva, di una notte magica: i pastori, nelle campagne circostanti, sentono uno strano profumo, vedono le stelle più vicine, si accorgono che i cani e le pecore sono inquieti, vegliano con la sensazione che qualcosa di eccezionale stia per accadere. E, infatti, appare loro un angelo che porta la buona novella della nascita di un bambino, il Messia.» (…) «Bariona, informato dai pastori dello straordinario evento, li apostrofa incredulo: Poveri pazzi! Poveri ciechi! Il Messia non verrà mai. Giungono i re d’Oriente, tutti fregiati d’oro. Chiedono ai pastori quale sia la strada che può condurli più speditamente a Betlemme, dove si recano per adorare il Messia appena nato. Tutti si decidono a seguire i Re Magi, anche Sara. Bariona, invece, considera la notizia come un inganno per poveri imbecilli. Inutilmente il re Baldassarre cerca di liberarlo dalla sua disperata incredulità. E così tutti si mettono in cammino mentre Bariona resta solo a pensare sul da farsi: andrà anche lui a Betlemme, ma per uccidere il bambino presunto Messia. I pastori e i Re Magi giungono alla stalladi Betlemme dove Gesù è nato. Il raccontastorie presenta la scena del presepe.» (…) Bariona ritorna sulle sue decisioni: andrà a Betlemme, raggiungerà i suoi compaesani, sua moglie Sara, i re d’Oriente. Il re Baldassarre, interpretato dallo stesso Sartre, lo induce a cambiare opinione» (…) «Bariona, quindi, convince i suoi a seguirlo per fermare le armate di Erode che cercano il bambino Gesù per ucciderlo, consentendo così a Maria e a Giuseppe di portarlo lontano, in salvo: Bariona sa di andare incontro alla morte, ma volentieri si mette in cammino poiché è convinto di agire per una causa che riguarda la salvezza di tutti gli uomini.»[3]

Ed ora passiamo ad elencare quei passi, rilevati dallo stesso Delogu, il cui lirismo raggiunge altezze spirituali che difficilmente di primo acchito si attribuirebbero, per il loro carattere religioso, a Sartre. Non oserò commentarli, a voi che leggete, ogni considerazione ulteriore.

Iniziamo dalla scena dell’annunciazione così come la presenta il raccontastorie, che da qui sappiamo essere cieco :

«L’angelo viene ad annunciarle che avrà un figlio e che questo figlio sarà Gesù, Nostro Signore. L’angelo è immenso con delle ali come due arcobaleni.» (…) « E’ disceso come una inondazione nell’umile casa di Maria e la riempie ora del suo corpo fluido e sacro, del suo grande abito svolazzante.» (…) «Sta davanti a Maria e Maria lo guarda appena. Ella riflette. Egli non ha avuto bisogno di scatenare la sua voce come l’uragano. Egli non ha parlato; ella lo presentiva già nella sua carne. Ora l’angelo sta davanti a Maria e Maria è impenetrabile e cupa come una foresta di notte e la buona novella si è perduta in lei come un viaggiatore si perde nei boschi. E Maria è piena di uccelli e del lungo stormire delle fronde. E mille pensieri senza parola si destano in lei, pensieri pesanti di madri che accettano il dolore.»[4]

Ed ecco ora come il raccontastorie cieco presenta la scena del presepe:

«Approfitterò di questa tregua per mostrarvi il Cristo nella stalla, poiché non lo vedete in altro modo: non appare in questa stanza, Giuseppe né la Vergine Maria. Ma siccome oggi è Natale, avete il diritto di esigere che vi si mostri il presepe. Eccolo. Ecco la Vergine ed ecco Giuseppe ed ecco il bambino Gesù. L’artista ha messo tutto il suo amore in questo disegno ma voi lo troverete forse un pò naif. Guardate, i personaggi hanno ornamenti belli, ma sono rigidi: si direbbe delle marionette. Non erano certamente così. Se foste come me, che ho gli occhi chiusi…Ma ascoltate: non avete che da chiudere gli occhi per sentirmi e vi dirò come li vedo dentro di me. La Vergine è pallida e guarda il bambino. Ciò che bisognerebbe dipingere sul suo viso è uno stupore ansioso che non è apparso che una volta su un viso umano. Perché il Cristo è il suo bambino, la carne della sua carne, e il frutto del suo ventre. L’ha portato nove mesi e gli darà il seno e il suo latte diventerà il sangue di Dio. E in certi momenti, la tentazione è così forte che dimentica che è Dio. Lo stringe tra le sue braccia e dice: piccolo mio! Ma in altri momenti, rimane interdetta e pensa: Dio è là e si sente presa da un orrore religioso per questo Dio muto, per questo bambino terrificante. Poiché tutte le madri sono così attratte a momenti davanti a questo frammento ribelle della loro carne che è il loro bambino e si sentono in esilio davanti a questa nuova vita che è stata fatta con la loro vita e che popolano di pensieri estranei. Ma nessun bambino è stato più crudelmente e più rapidamente strappato a sua madre poiché egli è Dio ed è oltre tutto ciò che lei può immaginare. Ed è una dura prova per una madre aver vergogna di sé e della sua condizione umana davanti a suo figlio: Ma penso che ci sono anche altri momenti, rapidi e difficili, in cui sente nello stesso tempo che il Cristo è suo figlio, il suo piccolo, e che è Dio. Lo guarda e pensa: «Questo Dio è mio figlio. Questa carne divina è la mia carne. E’ fatta di me, ha i miei occhi e questa forma della sua bocca è la forma della mia. Mi rassomiglia. E’ Dio e mi assomiglia. E nessuna donna ha avuto dalla sorte il suo Dio per lei sola. Un Dio piccolo che si può prendere nelle braccia e coprire di baci, un Dio caldo che sorride e respira, un Dio che si può toccare e che vive.» Ed è in quei momenti che dipingerei Maria, se fossi pittore, e cercherei di rendere l’espressione di tenera audacia e di timidezza con cui protende il dito per toccare la dolce piccola pelle di questo bambino-Dio di cui sentesulle ginocchia il peso tiepido e che le sorride.»

Ed ecco Bariona, che giunge a Betlemme con l’intento di uccidere il bambino Gesù:

« Non ho nulla a che fare con gli angeli! E’ ora, poiché gli altri saranno là presto. Questa sarà l’ultima prodezza di Bariona: strangolare un bambino. (Apre un poco la porta). La lampada fuma, le ombre salgono fino al soffitto, come grandi pile mobili. La donna mi gira la schiena e non vedo il bambino: è sulle sue ginocchia, immagino. Ma vedo l’uomo. E’ vero: come la guarda! Con quali occhi! Che cos può avere dietro quei due occhi chiari, chiari come due limpide profondità in questo viso dolce e segnato? Quale speranza? Per noi non c’è speranza. E quali nuvole di orrore salirebbero dal fondo di se stesso e verrebbero ad oscurare quelle due macchie di cielo se mi vedesse strangolare il suo bambino. Bene, questo bambino, non l’ho visto, ma so già che non lo toccherò. Per trovare il coraggio di spegnere questa giovane vita tra le mie dita, non avrei dovuto scorgerlo dapprima in fondo agli occhi di suo padre.»[5] 

 Ed infine, un ultimo passo da annoverare fra quelli di maggior lirismo:

«Ecco: cantano e io sto solo sulla soglia della loro gioia, come un gufo strizzo l’occhio, abbagliato dalla luce. Mi hanno abbandonato e la mia donna è tra loro e si rallegrano, avendo dimenticato persino la mia esistenza. Sono sulla strada dal lato del mondo che finisce ed essi sono dalla parte del mondo che inizia. E mi dispiace di essere sceso tra gli uomini, poiché non trovo più in me abbastanza odio. Ahimè, perché l’orgoglio dell’uomo è simile alla cera e perché, bastano per rammollirlo, i primi raggi dell’aurora? Vorrei dire loro: è verso l’infame Rassegnazione che voi andate, verso la morte del vostro coraggio, sarete simili alle donne o alle schiave e se vi si colpisce su una guancia tenderete l’altra. E taccio, resto immobile, non ho il coraggio di togliere loro questa fiducia benedetta in virtù del mattino.»[6]   


[1] Gotthold Ephraim Lessing, Sulla prova dello spirito e della forza , in Opere filosofiche UTET, Torino 2008, p.544

[2] Jean-Paul Sartre, Bariona o il figlio del tuono – Racconto di Natale per cristiani e non credenti, Mariotti, Milano 2004

[3] Idem, pp. VII-XIIISarte - Bariona

[4] Idem, pp. 3-4

[5] Idem, p. 97

[6] Idem, pp. 102-103

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