Quello che qui presento, è un breve lavoro, fatto in occasione di un esame universitario. Dedicato alla mia città, lo scritto non ha alcuna pretesa di esaustività, è solo un lavoro …

 

Premessa

 

Tra le consuetudini scritte dell’Italia meridionale primeggiano notoriamente per intrinseco valore e per importanza storica quelle di Bari, …” con questo incipit l’autore Enrico Besta[1] introduce la prima parte relativa alle così dette consuetudini baresi, ritenendole fra gli scritti che maggiormente hanno influenzato la cultura giuridica meridionale per molti secoli.

Abbiamo citato il precedente autore perché il suo testo, insieme a ‘Le consuetudini della città di Bari’ di Teodoro Massa,[2] ci serviranno come guida per una breve analisi sulla situazione giuridica e sulla situazione politica e sociale della città di Bari attorno al periodo che và dalla fine del IX a tutto il XII secolo.

Ambedue i testi da noi presi in considerazione, quello del Besta e quello del Massa, fanno le loro considerazioni a partire dalla medesima fonte ovvero un commento al ‘Corpus consuetudinum Civitatis Barii’ ad opera di Vincenzo Massilla, il quale, “nato ad Atella in Lucania nel 1499, studiò a Napoli e a Salerno. A Napoli si addottorò in diritto.”[3]   Dette consuetudini ci sono giunte solo grazie a questo commento, essendo andate perdute in altra forma.

 Inquadramento Storico

Il Massa ritiene di estrema importanza, al fine di comprendere la formazione delle consuetudini, il periodo che segna la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, in quanto in detto periodo “comincia la filtrazione di quei principi e di quegli istituti giuridici che, fondendosi colle norme del diritto romano, doveano dare come risultato ultimo il corpus delle consuetudini cittadine.”[4] .

Bisogna tener presente, sempre seguendo in ciò il Massa, che la città di Bari divenne per l’Impero Romano d’Oriente di enorme importanza strategica, in quanto aveva saputo resistere, e questo almeno sino al 690, alle invasione dei barbari.

Questa sua importanza strategica potrebbe aver fatto sì che a Bari, come è documentato essere accaduto in altre città strategiche per l’Impero, vi fu un governo mantenuto da un dux che si avvalse di autorità civili e militari. Così si può dedurre che vi fu in Bari un certo proseguo dell’ ordinamento romano con il perdurare della Curia e delle corporazioni di arti e mestieri, cosa che rende possibile l’osservanza del diritto romano.

Ma la situazione che permise a Bari di resistere sarà solo temporanea e vi fu una prima occupazione della città ad opera dei Longobardi beneventani forse attorno al 670 (anche se è possibile che la città, o quel che ne rimaneva per il progressivo spopolamento che colse, anzi la prima metà del VII secolo, le città pugliesi, avesse già visto periodi di occupazione longobarda).[5]

In questo periodo si può ritenere che la città di Bari facesse parte di un gastaldato, e più precisamente quello di Canosa, come testimonia un documento attribuibile come data di redazione all’anno 803.

E’ con l’inizio del IX secolo che si ebbe il distacco di Bari dal gastaldato di Canosa, divenendo così gastaldato autonomo, anche grazie al ripopolamento che portò ad un’espansione urbana. Questa nuova urbanizzazione, seguita da elevazione di nuove mura di cinta, permise alla città di riprendere una nuova importanza strategica e politica per il controllo del basso Adriatico.  

Nel quadro delle lotte interne longobarde, vera e propria guerra civile, che vide coinvolti i Saraceni siciliani, e della temporanea debolezza di Bisanzio e Venezia, dovuta alle sconfitte navali subite da questi ultimi ad opera dei Saraceni, tra l’840 e l’841 la città di Bari venne assaltata dai Saraceni, cui però riuscì a resistere. Ma nell’ 847 Radelchi, principe di Benevento, chiese al suo gastaldo di Bari, Pandone, di chiamare in aiuto i mercenari saraceni che erano sotto il comando di tale Khalfūn, il quale si accampò presso le mura di Bari, e nottetempo si impadronì della città. Nacque così a Bari un emirato, che nonostante le aggressioni dei Franchi prima, con Ludovico, e dei Longobardi poi, con il conte Pietro di Salerno ed il suo alleato Radelchi di Benevento, resistette. Ma sarà nell’871 che sempre Ludovico riuscirà questa volta a riconquistare Bari, che tornerà longobarda,  governata da un gastaldo. Ma nuovamente minacciata dalle incursioni saracene, la città nel dicembre 876 decise di passare sotto la protezione bizantina, così “diviene il capoluogo del thema di Longobardia, cioè di tutti i domini italiani di Bisanzio[6] . Con vicende successive, che poco interessano al fine del nostro lavoro, “Bari rimarrà sotto il dominio bizantino per quasi due secoli, sino alla definitiva conquista normanna nel 1071, per mano di Roberto il Guiscardo.[7]

 

Il diritto nel periodo storico di riferimento

 

Dopo aver inquadrato il periodo storico di riferimento a cui la nostra analisi si riferisce, e da cui il Massa ritiene provenire la maggior parte delle consuetudini commentate dal Massilla,  è utile vedere anche quale diritto viene utilizzato in questo periodo storico, perlomeno nel periodo che va dalla fine del VII secolo alla fine del XII secolo.

Abbiamo visto che dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, Bari resistette alle invasioni almeno fino al 690, ma da quegli anni sino al 847 fu un importante centro longobardo. Questo ci lascia supporre, che in questi quasi due secoli, venne a consolidarsi a Bari il diritto longobardo, e che la parentesi, seppur abbastanza lunga, che vide Bari occupata dai Saraceni per quasi un quarto di secolo, non mutò sostanzialmente tale situazione. Tanto che lo stesso Massa ci informa che con la sottomissione a Bisanzio dell’ 876 in Bari “Non rifioriscono certo col dominio bizantino le decrepite istituzioni che ancora stentatamente si reggevano preparando il Comune. La città è governata da funzionarii militari insigniti di vari titoli, ma la città non è più bizantina: è un possesso, non una parte dell’Impero : e questo deve sopportare ciò che era frutto del dominio longobardo.[8]

Una precisazione ci viene però fatta dal Massa, in quanto egli ci informa che i magistrati imperiali giudicavano secondo il diritto longobardo solo i Longobardi residenti in città, mentre coloro che vivevano secundum legem romanam, ovvero i Romani dovevano giudicarli secondo il diritto romano, in modo specifico per quanto riguardava in special modo la proprietà terriera, soggetta al diritto protomiseo. Questa amministrazione, abbastanza complessa, per i distinguo che venivano fatti, porta alla necessità di avere in Bari oltre ad un tribunale vescovile, un tribunale istituito attorno al catapano, i cui giudici dovevano, per necessità pratiche, essere edotti sia il diritto edittale che quello imperiale. In tale situazione, ci dice ancora il Massa, “Non è quindi a meravigliarsi se più tardi troviamo in Bari dei giudici abbastanza colti, per scrivere, in modo che dimostra la conoscenza del diritto imperiale e una certa cultura letteraria, norme e romane e longobarde che formano il «corpo delle consuetudini».[9]   

Formazione e compilazione delle consuetudini

 

E’ interessante notare a questo punto come il Massa rifacendosi al Carabellese, del quale ne accetta le conclusioni, vede nelle consuetudini, un momento di formazione dell’autonomia della città di Bari, tale da ritenere che si possa dire che esse siano all’origine del movimento comunale della città e che proprio per questo alimentino, se negate, la ribellione del popolo barese. Tale è l’interpretazione che se ne può dare proprio analizzando le stesse consuetudini. Così si possono giustificare le concessioni fatte nel 1105 nel trattato giurato da Roberto il Guiscardo prima, e nel 1132 da Ruggiero poi, con le quali si menzionavano le “consuetudine vos”.[10]  Ma è con i dati forniti da un documento (C.D.B.,V, num. 59)[11] risalente al 1113, che abbiamo di Bari una visione veramente autonoma, tale da ritenere Bari un Comune già prima dell’anno di redazione dello stesso documento. Sappiamo così che a capo della città si trova un Vescovo, con un consiglio di ‘totius civitatis’ , quindi nobili e non, che lo affianca quasi fosse un vera e propria giunta comunale.

Se uniamo quindi tale ultimo documento, alle considerazioni che, sempre il Massa fa, sui patti giurati del 1132, in cui vi è una promessa di non imporre vescovo o abate non cittadino o non desiderato a maggioranza, oltre ad una promessa di non imporre giudici non cittadini, abbiamo il collegamento fra lo spirito comunale di Bari, e la necessità di servirsi di consuetudini proprie per non perdere la propria autonomia.   

Tutto questo ci porta ad affermare che, il periodo di resistenza barese, perdurato dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, seguito dal periodo di dominazione longobardo, è da collegarsi allo spirito di ribellione che caratterizzò in quei periodi il popolo barese, facendoci quindi ritenere  in ciò, la probabile motivazione di una, così sentita, formazione delle consuetudini.

Prova che le consuetudini fossero fortemente sentite è dato dal fatto che le stesse non furono in forma scritta prima dell’ultimo decennio del XII secolo e che, forse tale stesura, servì proprio per riportare la loro memoria, ed il loro uso, dopo la terribile prova che bari dovette affrontare con la distruzione della città da parte di Guglielmo il Malo nel 1156 . La redazione scritta infatti, come ben fa notare il Besta, fu ‘un arma di lotta o di difesa o di tutte le popolazioni locali contro elementi estranei invisi a pro delle istituzioni proprie e della propria libertà, …[12]

Questa forma scritta che assunsero le consuetudini, fu ad opera di  due compilatori di cui il Massilla dice di non sapere quasi nulla oltre ai loro nomi, tanto meno gli anni in cui vissero, ovvero i due giudici di Bari Andrea e Sparano . Il Besta ritiene che non vi siano motivi per dubitarne, citando in tal senso anche il De Rossi, ed identifica i due compilatori, con il giudice Andrea identificato attraverso il Codice Diplomatico Barese (I, 72, 76,  78) e gia citato dal Garruba[13], e con tale Sparro e non Sparano giudice identificato attraverso  Codice Diplomatico Barese (I, 66) e dal Petroni[14].

E’ importante sottolineare che i due compilatori, come dimostra chiaramente il Besta, non si influenzarono l’un l’altro, prova ne è lo stile che ebbero nel redigerle e lo stesso contenuto più conosciuto dall’uno o dall’altro a secondo che si trattasse di leggi di origine longobarde o di origine romana. Ed ancora, risulta importante che, i due compilatori, non utilizzarono una fonte comune, per lo stesso motivo che abbiamo testè addotto, ovvero quello del mancato parallelismo dello stile e dei contenuti.[15]

Detto questo possiamo concludere col Massa che i due compilatori, utilizzarono materiale che il tempo e la tradizione avevano tramandato e che prese corpo giuridico scritto solo con le loro opere.  E questa forma scritta che assunsero, fu esclusivamente ad uso privato e non pubblico, ovvero “…Non ebbero mai valore propriamente legale.[16]

Le notizie che le consuetudini ci forniscono

 

  • Soggetto di diritto

Esaminando il testo del Massilla, il Massa ci fornisce notevoli informazioni circa usi e costumi della città di Bari all’epoca in cui i due compilatori, Andrea e Sparro, redassero le consuetudini.

Ed è proprio a partire dalla ricerca che vien fatta sul soggetto di diritto possiamo evincere che erano considerati cittadini con diritti tutti coloro che innanzitutto professavano la fede cristiana tanto che il Massa, fa notare come ancora nella sua epoca, il linguaggio comune dei baresi, utilizzava la parola “un cristiano” per significare genericamente “un uomo[17].

Una delle figure che emerge subito dall’analisi dei testi è l’ affidato ovvero uomini che venivano considerati comunque servitori, sicuramente con diritti superiori a quelli dei liberti, e forse vivevano anche in condizioni migliori rispetto ai coloni che comunque erano uomini liberi. Questi affidati potevano dipendere sia da chiese o monasteri, che da re o per concessione regia anche da privati. Le loro condizioni potevano essere assimilate a quelle di un normale suddito , anche se la forma di sudditanza, quando non dipendeva dal re, era derivata dalla chiesa o dal monastero.

E’ con il testo del Besta, che abbiamo un chiarimento relativo alla figura degli affidati. Egli infatti ritiene che il Massilla non comprese bene l’istituto barese dell’affidatura, confondendolo con altri istituti ad esso posteriori. E’ infatti da assimilare questa figura ai defisi o commenditi, figure tipiche dei ducati di Napoli, Salerno e Gaeta. In questo senso gli affidati erano uomini liberi che volontariamente si ponevano sotto la potestà di persone o enti (chiese, monasteri) che avevano il possesso di terre da affidare loro, e per le quali dovevano un censo annuo, che per il Massa è la decima annua . E sempre il Besta è a ricostruire la storia dell’ affidatura, che nata come prerogativa del potere, ovvero di un principe, venne in seguito accordata anche come licentia affidandi e relativamente a luoghi a loro soggetti, a chiese, monasteri e baroni.

Il Massa non ha trovato comunque traccia di coloni nelle documentazioni, evincendo così che, a parte gli affidati, le terre del barese erano coltivate da uomini liberi.

Ovviamente è testimoniata dai documenti la presenza di schiavi, ma relativamente a quanto detto in precedenza sull’uso della parola cristiani, è chiaro che nessun cristiano potesse esser ridotto alla condizione di schiavo, diversamente da saraceni e dai pagani provenienti da paesi non ancora cristianizzati.

Quindi abbiamo la compresenza in Bari di uomini liberi, affidati, ed al più basso gradino gli schiavi, non considerati alla stregua degli uomini ma come oggetti di proprietà.

Ulteriore distinzione era quella fra cittadini baresi e non. Qui è notevole il fatto che venisse considerato cittadino barese chiunque risiedesse stabilmente nella città, e non per il solo fatto di essere nato nella città di Bari, ovviamente sempre e solo appartenenti alla macro categoria di cristiani. Anche se vi sono comunque alcune eccezioni per gruppi, come i ravellesi, che seppur residenti nella città, venivano riconosciuti come entità giuridiche a sé, ma eccezioni poco interessanti per il presente studio.

  • La famiglia

 

E’ opportuno sottolineare che anche l’età era un fattore determinante, in quanto la maggior età rendeva titolari di diritto. Questa era considerata a quattordici anni per gli uomini e tredici per le donne, così esplicitamente in Sparano, e la cui origine sembra dover ascriversi ad uso longobardo. Avendo individuato così in cosa consistesse l’esser considerato cittadino barese, ovvero residenza e maggior età, veniamo dunque a valutare come si componeva il nucleo di base della cittadinanza, ovvero la famiglia.

Contrariamente all’origine longobarda della maggior età, l’impronta che la famiglia possedeva era di chiara origine non longobarda, reggendosi, la famiglia, sulla figura del padre che esercitava la cosiddetta paternitas che corrisponde all’istituto di origine romana della patria potestas .

Ma alla maggior età interveniva un nuovo elemento che distingueva nettamente i figli sulla base del sesso, infatti, mentre i figli di sesso maschile potevano godere di una certa autonomia e della possibilità di totale emancipazione rispetto alla paternitas, le figlie erano soggette, come in gran parte delle aree occupate da popolazioni germaniche, all’istituto del mundium ovvero essendo ritenuti incapaci della gestione del proprio patrimonio, tale istituto era il naturale proseguimento, solo per le figlie, della paternitas esercitata sino alla maggior età , infatti tale istituto era di carattere prevalentemente patrimoniale e giuridico. C’è da sottolineare che comunque l’istituto del mundium così come era applicato a Bari, risultava molto meno restrittivo per le donne, rispetto a quello applicato in altri paesi di influenza germanica. Infatti le donne baresi continuavano ad avere una certa serie di autonomie sino ad arrivare a scegliere il proprio mundualdo dinnanzi al giudice, o nominare propri esecutori testamentari, ecc.[18] Inoltre il mundio non era mai ceduto dal padre al marito, in caso di matrimonio della donna.

Curiosa l’analisi che il Massa fa in relazione alle consuetudini sul diritto penale, infatti nell’editto di Rotari si faceva menzione di derogare all’impunibilità della donna, essendo considerata alla stregua del minore, mentre nelle consuetudini baresi sembra vi sia eccezione a tale norma, e siccome il testo del Massilla non è estremamente chiaro a tal riguardo, il Massa ne ricava l’impressione che ‘le Baresi allora fossero bonnes langagières  e attaccassero spesso lite’[19]

  • Il Matrimonio

E’ nell’ambito del matrimonio che si evince come, nella vita quotidiana, esso fosse vissuto innanzitutto come un contratto, con precise regole patrimoniali ( meffio, faderfio, morgengab), che venivano sottoscritte dalle famiglie alla presenza di giudici, testimoni, e che ci lascia intravedere la decisa influenza di usi longobardi.

Importante a questo riguardo è sottolineare che nell’usanza barese di considerare il morgengab quasi come un assecuratio dotis di origine Giustinianea, si ha l’evidenza di quella fusione che le consuetudini baresi hanno fatto fra diritto romano e diritto longobardo (cosa che il Besta ritiene un errore di valutazione fatta dal Massa). E’ ancora interessante notare che la tradizione derivante da tali fusioni di diritti, ha portato le consuetudini baresi ad estendersi, forse per la facilità dell’adattamento che creava l’ibridazione delle norme,  nel tempo sino ad essere ancora presenti, anche se sotto forme più attenuate, ai tempi in cui il Massa scrive, ed aggiungiamo noi sino ad oggi, soprattutto nell’usanza di ‘donare l’oro’, come patto conclusivo di fidanzamento, e sembra proprio essere un lontano ricordo del meffio.[20]

Ma, non essendo oggetto di questo studio la parte strettamente giuridica, non ci soffermeremo oltre nella descrizione di tali istituti. E’ invece una parte che sull’argomento cita il Besta, ad attirare la nostra attenzione, ovvero quando ci dice che era già in uso in quei tempi, nella società barese, il festeggiare i matrimoni con sfarzo, e con durata che potevano ricoprire diverse giornate. Ed inoltre viene segnalata come ‘solenne’ la traduzione della sposa nella casa dello sposo, a mezzo di un corteo di amici.

Relativamente a questi usi tradizionali sul matrimonio, abbiamo una citazione che ci porta al Beatillo[21] , il quale fa menzione di un avvenimento accaduto nel 946, siamo quindi in piena sudditanza a Bisanzio, che ci informa di un eccidio avvenuto a causa di una usanza che mal sopportavano i baresi , ovvero l’obbligo di dover far accompagnare le loro spose all’altare dagli Strateghi o comunque da alti funzionari e nobili della città, spesso appartenenti a famiglie di origine bizantina, e che erano subentrati da poco tempo in tale ufficio, in sostituzione di altri gentiluomini locali. Sembra quindi che vi fossero stati dei problemi (dice il beatillo ‘…per causa d’inconvenienti più volte occorsi,…’) e quindi la gente del popolo aveva preferito derogare a tale usanza, ma a tale richiesta i nobili ed i funzionari suddetti si opposero, ritenendo tale usanza un obbligo a cui il popolo doveva sottostare, ne nacque così una rivolta armata in occasione di un matrimonio che si svolse nella chiesa che il Beatillo ci indica essere chiamata in quei tempi ‘Madonna del Popolo’ e che a seguito degli eccidi avvenuti, che portarono i nobili a desistere dal loro comportamento, venne rinominata come chiesa di ‘Santa Maria del buon Consiglio’. In questo avvenimento troviamo traccia di quella separazione che in Bari è sempre stata fra nobili e popolo, che ha portato sino a tempi recentissimi, la compresenza di due rappresentanti pubblici, une per il popolo e l’altro per i nobili.

Sempre riguardo la costituenda famiglia, nella fase del matrimonio è interessante notare come altri usi sono rimasti a lungo nella tradizione barese, fra essi il Massa sottolinea quello che ai giorni suoi era chiamato stizzo, ovvero la dotazione di corredo ed utensili domestici detto anche  prichio , che nel testo del Massilla sono riuniti sotto la voce mobilia, e che sono assimilabili al germanico faderfio. Ancora ci viene sottolineato come si distinguesse, almeno nelle descrizioni notarili, fra more nobilium e more popularium relativamente agli oggetti del corredo della sposa.

  • Il commercio

Il commercio rappresenta un importante voce della storia di Bari, ed è per questo che troviamo una trattazione abbastanza ampia, soprattutto nel testo del Massa.

Ovviamente la posizione della città, nei pressi dell’imbocco dell’Adriatico, aveva stimolato tale attività, sia per la vicinanza alle coste orientali dell’Adriatico, che per la posizione intermedia fra Venezia e la maggior parte dei porti trafficati dell’Oriente. Ovviamente il dominio bizantino avvantaggiò tale situazione nei confronti dell’Oriente. E questa sudditanza da Costantinopoli oltre che creare vantaggi di natura commerciale, fece sì che in città si fossero stabilite piccole colonie greche e gli stessi baresi erano presenti nelle città dall’altro lato dell’Adriatico e nella stessa Costantinopoli. Sappiamo altresì che vi era la presenza in Bari di notabili e grandi ufficiali dell’ Impero, con cortigiani vari, le cui funzioni erano amministrative e giudiziarie per conto di Costantinopoli. Forse gli stessi che furono coinvolti nell’eccidio citato dal Beatillo di cui Sopra. 

Il commercio quindi avveniva con trasporti prevalentemente marini, viste le cattive condizioni delle strade nel medioevo, ed ovviamente una città come Bari in cui vi era un porto così importante e frequentato era anche sede di mercato. E’ il Massa ad informarci infatti che nella città si teneva mercato tre volte l’anno, ovvero nell’epoca della traslazione di San Nicola in Maggio, nel cosiddetto transitus sempre di San Nicola in Dicembre e nella festa dell’Addolorata in Settembre. Ma le consuetudini ci danno notizie solo delle prime due fiere. Seppur non estese, le notizie sulle fiere, in quanto esse non necessitavano di eccessiva normativa, la parte relativa ai commerci è invece ricca di quella che sembra essere fra le prime raccolte di leggi sulla navigazione, ovvero esse fanno riferimento ad un usus, consuetudo maris,e privilegia navigantium . E’ notevole il fatto che la legislazione marittima viene ritenuta originaria in Bari, e antica quanto  quella più nota Tranese, e questo perché il Massa sottolinea la distinzione fatta nelle leggi baresi fra navi mercialis e navi peregrinorum , essendo queste seconde navi introdotte solo con le crociate.

  • Il denaro

In uso sia per il commercio di merci che per il commercio monetario, il denaro era presente in abbondanza nella città, proprio perché era estremamente trafficata. Vengono nominate diverse monete sia da Andrea che da Sparano e fra esse troviamo l’oncia, il solidus , ed i ducales. Ovviamente la derivazione di tali monete, soprattutto il solidus, era di derivazione bizantina.

Il commercio del denaro era fatto anche in Bari da piccole comunità ebraiche, che furono abbastanza autonome rispetto alle restrittive leggi che i cristiani in generale, ed i cittadini baresi in particolare, dovevano seguire relative a tale commercio, causa compresenza di normative sia di diritto civile che di diritto canonico sull’usura.

  • Figure professionali legate alle consuetudini

Essendo le consuetudini delle norme ad uso soprattutto civile, una delle figure che spicca nei documenti in cui le consuetudini sono esplicitate, è certamente il Notaio. Ma vi compare anche il Catapano ed il Giudice, anche se in alcuni periodi le due figure potevano essere identificate nella stessa persona, come nel periodo bizantino, in cui il Catapano aveva anche funzioni giudiziarie. Bisogna però ricordare che la stessa figura del Catapano perse nel tempo la sua importanza pur perdurando il nome, senza reali funzioni ad esso attribuite, quindi già all’epoca della compilazione delle consuetudine era una figura ormai con titolo solo onorifico. Sappiamo comunque che nel periodo bizantino al Catapano spettava anche l’attività giudiziaria, che veniva svolta nella curia con l’assistenza, che in realtà operava per delega, di assesores o judices .

Importante quindi per noi poter definire meglio le figure di notaio e giudice, che perdurarono nelle varie dominazioni.

Il notaio risulta, nel periodo di formazione ed attuazione delle consuetudini, quasi sempre laico e nella maggior parte dei casi il suo ufficio si affiancava a quello di qualche ufficio pubblico. Il Massa ci informa altresì che, seppur nelle consuetudini non viene distinta alcuna classe fra i notai, nei documenti invece vengono distinte alcune classi di appartenenza notarile fra cui troviamo: prothonotarii, notarii imperialis, ecc. Ovviamente è necessario per qualsiasi atto redatto in Bari che il notaio sia barese ed edotto sulla scienza della scrittura, che rappresenta la sua principale funzione, ovvero redigere l’atto. Ovviamente era uso che vi fossero un certo numero di testimoni, in quanto qualsiasi atto non era reso valido dalla presenza del notaio, ma dei testimoni .

Riguardo la figura dello judex bisogna distinguere dalla figura con lo stesso appellativo che si riscontra negli atti notarili come judex ad contractus da quello che le consuetudini citano come judex . Il primo si ritrova in atti di una certa importanza come quelli relativi ad ingenti somme, o matrimoniali, o di emancipazione. Sembra che tale presenza in firma, fosse utile e rendere l’atto inoppugnabile, forse per una qualche forma di ricordo di usanze bizantine più antiche. Troviamo invece che la figura delle consuetudini, indicata come judex si riferisca a dignitari con giurisdizione sulla città. Troviamo comunque interessante che seppur tali figure fossero di derivazione imperiale, la città ebbe la forza di richiedere, e l’ottenne, che i vari judex fossero scelti fra loro concittadini. Poche altre sono le notizie che le consuetudini, o gli stessi atti ci forniscono su tale figura.

  • Conclusioni

L’analisi, seppur breve che è stata sin qui fatta, ci porta al convincimento che, la città di Bari risulta essere, almeno nel periodo compreso fra l’ IX e l’ XII secolo, un luogo di incontro e scontro fra i tre attori principali del medioevo, ovvero Bizantini, Longobardi e Saraceni.

Seppur terra in cui si sono svolti scontri notevoli per il suo predominio, Bari ci è sembrata anche essere una città nella quale, grazie anche alla duttilità delle sue consuetudini, si è potuto sperimentare quello che oggi chiamiamo il carattere levantino della città, ed in cui sono presenti quegli aspetti che alternativamente vedono la città mostrare caratteri presenti sul territorio italiano (cosidetti occidentali) e caratteri presenti nel bacino del mediterraneo (cosidetti orientali) .

Sembra che siano state le diverse dominazioni succedute in città e la sua posizione a metà strada fra il mediterraneo e l’adriatico, a determinare quello spirito di adattamento, che sicuramente diede anche impulso alla vocazione mercantile e marinara dei baresi.

Questa duttilità è stata ben espressa dalle sue consuetudini che rappresentano il crogiolo nel quale le diverse tradizioni si sono fuse ed hanno dato vita, anche se per un periodo relativamente limitato, a quella forma di comune di cui abbiamo accennato, e che sembrava avere tutte le caratteristiche di un moderno comune.

I successivi secoli sembra abbiano confermato questa posizione di crocevia fra culture del vicino oriente e cultura occidentale, esprimendosi nel culto del patrono venerato, San Nicola, che rappresenta un anello di congiunzione fra la religiosità ortodossa di origine bizantina e quella cattolica si stampo romano. Ma altra espressione è stato, il mercato stesso che si è sviluppato in città, che ha reso sino ai giorni nostri Bari una città a forte vocazione commerciale con l’oriente e che è ritornata agli inizi del XX° secolo a proporre una fiera internazionale, la ‘Fiera del Levante’, che per la sua caratteristica di essere mercato e festa insieme, oltre che per il suo svolgimento che è pressappoco a metà Settembre, sembra ricordare l’antico mercato medievale che si teneva in occasione della festa dell’ Addolorata . 

MDg


[1] Scritti di storia giuridica meridionale – Enrico Besta – Bari 1962 (pag.123)

[2] Le consuetudini della Città di Bari – Teodoro Massa – Bari 1903

[3] Storia di Bari dalla conquista normanna al ducato sforzesco – a cura di Francesco Tateo – Bari 1990 (pag. 214)

[4] Op. citata – Teodoro Massa (pag. 8)

[5] prezioso per le notizie storiche che qui riportiamo è risultato essere “Storia di Bari dalla preistoria al mille” a cura di  

  Francesco Tateo – Bari 1989 

[6] idem (pag.304)

[7] idem (pag.305)

[8] Op. citata –  Teodoro Massa (pag. 10)

[9] idem (pag. 11)

[10] Op. citata – Enrico Besta (pag.135)

[11] Op. citata – Teodoro Massa (pag. 15)

[12] Op. citata – Enrico Besta (pag.137)

[13] Serie critica de’ sacri pastori baresi – Michele Garruba – Bari 1844 Riportato dal Besta op. cit.

[14] Storia di Bari – Giulio Petroni – Bari 1894 Riportato dal Besta op. cit.

[15] Op. citata – Enrico Besta (pag.131-134)

[16] Storia di Bari dalla conquista normanna al ducato sforzesco – a cura di Francesco Tateo – Bari 1990 (pag. 216)

[17] Op. citata – Teodoro Massa (pag. 44)

[18] Op. citata – Enrico Besta (pag.187)

[19] Op. citata – Teodoro Massa (pag. 226)

[20] Op. citata – Teodoro Massa (pag. 88)

[21] Historia di Bari – Antonio Beatillo S.J. – Napoli 1637