L’obbiettivo che qui vogliamo raggiungere, è appunto quello di capire se, dagli scritti di Teilhard, si possa desumere una sua evidente interpretazione della propria opera come filosofica , o perlomeno se ne riconoscesse alcune parti in tal senso. Può apparire paradossale la ricerca così posta in essere, ma vi sono motivi che ci fanno credere che il nostro autore prendesse opportune precauzioni per non far apparire i suoi scritti, in maniera troppo esplicita, filosofici. Questo a motivo del suo status di religioso appartenente alla Compagnia di Gesù, e dalla cui curia generalizia, in almeno due occasioni, era stato esplicitamente richiesto di non scrivere di argomenti filosofici e teologici. La prima occasione fu nel 1926 con la richiesta di dimissioni dall’Institut Catholique di Parigi, ne abbiamo parlato sopra, e la seconda volta come ci segnala il Cuénot fu «nel settembre 1947 Teilhard fu invitato a non scrivere più di filosofia.»[1]   

Se prendiamo in considerazione un importante scritto del 1924, dal titolo ‘Il mio universo’, ci ritroviamo davanti ad una prefazione in cui l’autore ci dice

«Le pagine che seguiranno non pretendono in alcun modo di dare una spiegazione definitiva del Mondo. E non mirano a stabilire direttamente alcuna teoria generale del pensiero, dell’azione e della mistica, come se gli orizzonti che scoprono dovessero imporsi tali e quali, immediatamente, a tutte le menti, a spese di certi altri modi di vedere considerati, a ragione o a torto, più tradizionali o più comuni. Mi propongo semplicemente di esporre il modo personale di comprendere il Mondo a cui mi sono trovato condotto progressivamente dallo sviluppo inevitabile della mia coscienza umana e cristiana.»[2]

E’ evidente qui, che l’autore ci vuole indicare che, quella che segue è una Weltanschauung che è al servizio di un personale percorso di vita, che non implica una teoria generale del pensiero, né dell’azione, né della mistica, anche se c’è da sottolineare l’avverbio direttamente che lascia trasparire la possibilità che indirettamente si formi una  teoria generale del pensiero . Ma queste esclusioni che sembrano parafrasare i termini di filosofia, scienza e teologia, piuttosto che chiarire l’intento dell’autore in questo scritto, ci fanno sorgere il problema di domandarci: allora di che cosa si tratta in questo scritto? La risposta sembra venire dalla parte che segue dopo poche righe in cui l’autore ci dice che

«sarà facile, evidentemente, da un punto di vista intellettuale, criticare il sistema che propongo. Tali critiche non potrebbero in alcun modo togliergli il suo valore specifico che è di portare una testimonianza psicologica  irrefutabile. A prescindere dall’esito più o meno positivo della mia filosofia…»[3].

Questa dichiarazione ci dice che la sua, per quanto personale e criticabile, è comunque una filosofia (mia filosofia), che comprende una sistematicità (evidente nella frase il sistema che propongo). Ma questo è solo uno dei tanti scritti in cui l’autore valuta la sua opera, infatti indagando sulla possibilità che Teilhard si considerasse nelle sue opere un filosofo,  possiamo rilevare positivamente con Paul Grenet che riporta un passo, del giugno 1935, nel quale il padre afferma

«Oltre a pochi contributi di carattere scientifico, la mia migliore realizzazione personale sino ad ora è stata la conquista di una più chiara visione interiore sui nuovi sviluppi possibili nella mia ‘filosofia’».[4]

Ed ancora meglio possiamo capire come si considerasse, se leggiamo un articolo scritto dallo stesso Teilhard, che doveva essergli dedicato, dal titolo ‘Il pensiero del P. Teilhard de Chardin esposto da lui stesso’. Qui il padre nega di esprimersi in maniera metafisica , affermando di contro, che la sua espressione di pensiero è  una sorta di fenomenologia , inoltre afferma ancora che le premesse da cui parte il suo pensiero, e da lui stesso elaborate sono una base Fisica su cui costruisce «Anzitutto, un’ Apologetica» ed «Al tempo stesso, una Mistica» ma la parte più interessante per noi è il seguito in cui afferma

«Nel loro insieme, le tre branche del sistema (fisica, apologetica e mistica) suggeriscono e sbozzano a grandi linee una Metafisica dell’Unione, dominata dall’amore; anche il problema del male vi trova una soluzione logica e plausibile (necessità statistica di disordini all’interno d’una moltitudine in via d’organizzazione).»[5]  

Ancora fra i suoi scritti, scopriamo che la negazione della interpretazione metafisica del suo pensiero, è anche stata da lui stesso ufficialmente sostenuta più volte nella prefazione di alcune opere, anche se con frasi alquanto enigmatiche, che lasciano intravedere l’esistenza di un concetto ben diverso e più profondo di quello che apparentemente sembrano negare. Mi riferisco soprattutto all’ormai famosa affermazione contenuta nell’incipit dell’avvertenza che apre Il fenomeno umano, considerata la sua opera fondamentale, ed in cui afferma

«Il libro che oggi presento, per essere inteso in modo corretto, non deve essere letto come un’opera di metafisica, e ancor meno come una specie di saggio teologico, ma unicamente ed esclusivamente come una memoria scientifica. Ciò è indicato dalla stessa scelta del titolo. Solo il fenomeno. Ma anche tutto il fenomeno.»[6]

Il più delle volte, le citazioni fatte da diversi autori che si occupano di Teilhard, si fermano in questo punto, così da giustificare la pretesa che questa opera non possa essere considerata di natura filosofica. Ma è nel proseguo che riteniamo ci sia la parte più interessante e significativa dell’intera avvertenza che così continua

«Anzitutto, solo il fenomeno. Non si deve quindi cercare in queste pagine una spiegazione, ma solo una introduzione ad una spiegazione del mondo. Stabilire attorno all’uomo, scelto quale centro, un ordine coerente tra conseguenze ed antecedenze; scoprire, tra gli elementi dell’universo, non già un sistema di relazioni ontologiche e causali, ma una legge sperimentale di ricorrenza che esprima la loro comparsa successiva nel corso del tempo: ecco, espresso in modo molto semplice, ciò che ho tentato di fare. E’ pacifico che, al di là di questa prima riflessione scientifica, la porta rimane aperta, essenziale, spalancata, per le meditazioni più spinte del filosofo e del teologo. In qualsiasi momento, io ho evitato, con cura e di proposito, di avventurarmi in questa sfera dell’essere profondo. Tutt’al più, spero di avere, sul piano sperimentale, riconosciuto con una certa esattezza, il movimento d’insieme (verso l’unità), e precisato nei punti giusti il posto delle discontinuità che, in ulteriori ricerche, e per ragioni di ordine superiore, il pensiero filosofico e religioso avrebbe il diritto di esigere.  Ma anche tutto il fenomeno. Ed ecco – senza contraddizione con quanto testé detto (checché possa sembrare) -, ciò che rischia di dare alle vedute che suggerisco l’apparenza di una filosofia».[7]

Il motivo per cui abbiamo ritenuto di dover citare quest’ampio stralcio dell’avvertenza teilhardiana, è presto detto: i detrattori della possibile filosofia di Teilhard, non si sono accorti che in questo testo non è negata la visione filosofica, infatti nella prima parte, quella da tutti citata, l’autore nega solo la possibile lettura metafisica dell’opera, ma ammette che, pur non essendo una spiegazione deve essere considerata una introduzione ad una spiegazione del mondo . Ne consegue che viene in questi passi ben distinta la terminologia usata, ovvero metafisica da una parte e filosofia dall’altra, oltre ovviamente alla fondamentale parola fenomeno.

E’ quindi importante comprendere, quale valore l’autore dà a questi termini, iniziando proprio dalla distinzione che fa fra metafisica e filosofia. Per ben comprendere il significato che Teilhard intende per metafisica in questo scritto, possiamo prendere in considerazione un passo di L’avvenire dell’uomo visto da un paleontologo[8], scritto dall’autore in occasione della conferenza tenuta all’ Ambasciata di Francia in Pechino il 3 marzo 1941. In questo breve saggio l’autore prende in considerazione la possibilità che nel corso dei millenni vi sia stato un movimento orientato nel senso del progresso, ancora in corso all’epoca in cui scrive, e che prosegue nel futuro. Questo progresso ha una direzione orientata verso una sempre maggior aggregazione tanto da domandarsi se il

« risultato è di far sorgere, pari passu, su una materia sempre più potentemente sintetizzata una sempre maggior quantità di energia spiritualizzata ? In tutto ciò, lo si noti, non vi è alcuna metafisica. Non cerco di definire né cosa sia lo spirito né cosa sia la materia.»[9]

Ora se teniamo presente che, Il fenomeno umano fu scritto fra il 1938 ed il 1940 ed il saggio che abbiamo testé riportato è del 1941, ed ancora se teniamo presente che l’argomento delle due opere è affine, sino a poter dire che il saggio sembra interamente derivato come riflessione dal testo in questione, e che forse vi entrerà, insieme ad altri saggi brevi, addirittura sotto forma di correzioni che saranno apportate al completamento definitivo avvenuto fra il 1947 ed 1948, possiamo affermare che questo passo ci chiarisce il significato della parola metafisica in Teilhard, che ritiene quindi essere una ontologia. Cosa fra l’altro già affermata dallo stesso autore nella seconda parte, da noi citata, dell’avvertenza di cui a questo punto è chiara la frase «non già un sistema di relazioni ontologiche e causali», con cui nega una possibile attribuzione di un’analisi sul piano ontologico del suo scritto. Le diffidenze che appaiono da queste citazioni del nostro autore, sono espresse in modo evidente in una lettera del 29 Aprile 1934 in cui afferma

«Io diffido della metafisica (nel senso usuale della parola) perché ci sento la geometria. Ma sono pronto a riconoscere un’altra specie di metafisica, la quale in realtà sarebbe una iperfisica, o una iperbiologia»[10] 

Stabilito il significato della parola metafisica, si disvela anche un’altro termine compreso nell’avvertenza di cui sopra, ovvero la parola fenomeno, che a questo punto ben si contrappone al termine metafisica, come qui l’abbiamo inteso, e che quindi non cerca di spiegare il mondo attraverso l’indagine che porta alla causa prima, ma cerca di descrivere come appare a chi l’osserva, come fenomeno appunto. E’ quindi nell’ambito dell’osservazione fenomenologica che vanno intese le relazioni che Teilhard si appresta ad osservare ma , è bene precisare, il senso che il nostro autore dà alla parola fenomeno non va qui inteso alla maniera della fenomenologia husserliana, come lui stesso ammette

 «riconosco che la mia “fenomenologia” non è quella di Husserl e di Merleau-Ponty. Ma come trovare un’altra parola per definire una Weltanschauung basata sullo studio dello sviluppo del fenomeno? Si è anche costretti ad usare la parola “evoluzione” per delle teorie tanto differenti le une dalle altre.»[11]

anche ammesso che vi sono comunque punti di concordanza fra Husserl ed il nostro autore, come ben rileva Luciano Malusa[12], che ci sottolinea che entrambi pongono il fenomeno come il dato più semplice. Cosa fra l’altro già rilevata da Enrico Rizzo che vede il pensiero teilhardiano

«fuori da ogni anticipazione culturale, presentandosi come ascesa di un pensiero in marcia verso una terra sconosciuta. In altri termini, Chardin, sulla scia di Socrate, di Cartesio, di Husserl, si è messo sulla dolorosa strada del dubbio, per arrivare al criterio della pura evidenza.»[13]  

Riteniamo quindi che il significato di tale termine in Teilhard, si avvicini più all’idea kantiana, proprio per la necessità di considerare l’uomo come necessario interprete e soggetto del mondo, attraverso l’estetica trascendentale dello spazio e del tempo: di qui la contrapposizione instaurata con il termine metafisica, che anche in Teilhard viene considerata, alla stregua della kantiana metafisica, inclusa nella dialettica trascendentale, oltre i confini della ragione in quanto studio di ciò che è posto al di fuori del tempo e dello spazio. Ad avvalorare questa ipotesi entra in campo anche uno scritto che possiamo considerare determinante, dal titolo L’energia umana, contenuto nell’omonima raccolta di saggi, e scritto tra il 6 Agosto e l’8 Settembre del 1937, nella traversata tra Marsiglia e Shanghai. In questo testo Teilhard dichiara nella introduzione:

«Da parecchio tempo, Kant (e, in realtà ancora prima di lui, la scolastica) aveva, certo, segnalato i legami che, all’interno dell’intero Universo rendono indissolubilmente solidali chi percepisce e la cosa percepita. Ma questa condizione fondamentale della conoscenza preoccupava solo i rari e poco frequentabili adepti della metafisica. Per i curiosi della Natura, sembrava scontato, senza discussione, che le cose si proiettavano per noi «tali e quali sono» su uno schermo ove possiamo osservarle senza essere mescolati ad esse.»[14]

Ma è anche attraverso la distinzione aristotelica delle scienze che possiamo intendere la terminologia teilhardiana, come ben evidenziato da Bruno de Solages: infatti il nostro autore dà chiaramente alla parola fenomeno, una sfumatura di filosofia della natura , quella che Aristotele chiamava fisica,[15] e che quindi si distingue dalla  filosofia prima, la metafisica appunto, nella famosa classificazione dei testi aristotelici attribuita ad Andronico da Rodi, questo per la netta separazione che vi è in Aristotele tra la fisica, che studia oggetti mutevoli, e la filosofia/metafisica i cui oggetti di studio hanno come caratteristica l’immobilità. Tutto questo lo vediamo confermato in un saggio dal titolo Lo spirito nuovo che,  Teilhard redige a Pechino nel febbraio del 1942, e che venne pubblicato sulla rivista Psychè nel novembre del 1946, e nella cui introduzione, proprio come incipit scrive

«Durante questi ultimi anni, in una lunga serie di saggi, ho tentato non di filosofare nell’assoluto ma di definire, da naturalista o da fisico, il significato generale degli avvenimenti in cui ci troviamo tangibilmente coinvolti.»[16]

Ed è ancora Teilhard stesso che ci dice, a riguardo, nel prologo de Il fenomeno umano in maniera esplicita

«Dico: fenomeno umano. Non si tratta infatti di una parola presa così, a caso, ma scelta invece per tre specifiche ragioni. Anzitutto, per affermare che l’uomo, nella natura, è realmente un fatto che può (almeno in parte) essere sottoposto alle esigenze ed ai metodi della scienza. Successivamente, per far intendere che, tra i fatti presentati alla nostra conoscenza, nulla vi è di più straordinario e di più illuminante. Infine per insistere nettamente sul carattere particolare del saggio che presento».[17]

Quindi per riassumere, possiamo affermare che l’intera opera teilhardiana è considerata dal suo stesso autore come un nuovo modo di osservare il mondo, un nuovo punto di vista, una nuova Weltanschauung, che porta una rivoluzione dei concetti base con cui si sono interpretati i fenomeni e delle stesse discipline che li hanno interpretati, filosofia e scienza. Infatti ciò è ben evidenziato dallo stesso autore quando scrive nel saggio La Convergenza dell’ Universo  il 23 Luglio del 1951:

«A questo punto si potrebbe dire che, in questo momento come ai tempi di Galileo, ciò che ci è più indispensabile per percepire la Convergenza dell’Universo, sono molto meno dei fatti nuovi (ne siamo attorniati tanto da abbagliarci) che non un modo nuovo di osservare e accettare i fatti. Un nuovo modo di vedere, legato ad un nuovo modo di agire: ecco quanto ci occorre. Il che è come dire che lo sforzo speculativo del nuovo Palomar che stiamo sognando non può essere concepito al di fuori di uno sforzo pratico e concomitante per ri-sistemare, all’interno di un Universo considerato convergente, l’intera gamma dei valori umani».[18]

E’ ben evidente che per l’autore la filosofia e la scienza, quali discipline, non trovano più i netti confini che le hanno tenute separate nell’Età Moderna del pensiero umano, ma che rinnovate nei loro strumenti di analisi, procedono in una visione olistica che è già evidente nelle conclusioni del saggio Il paradosso trasformista del  gennaio 1925 in cui l’autore afferma

«Sino a oggi, nello studio della Vita, come in quello della Materia, ci si è preoccupati anzitutto di trovare la cagione dei fenomeni nell’azione delle cause elementari. In questa prospettiva, il mondo siderale si spiegherebbe solo per mezzo delle forze corpuscolari, e il mondo vivente per mezzo delle azioni individuali. Ci si può chiedere se un siffatto atomismo, nonostante la sua incontestabile fecondità, basterà a lungo a renderci il reale scientificamente comprensibile. Accanto alle proprietà risultanti dal gioco collettivo delle parti, debbono esistere, in ogni totalità organizzata, alcune altre proprietà, ponderabili o meno, appannaggio dell’insieme in quanto tale di cui l’analisi o l’addizione delle forze elementari non potranno mai rendere conto. Possiamo davvero vantarci di spiegare il Mondo senza riservare a queste ultime un posto più preciso nelle nostre ricerche, senza cioè contemplare l’esistenza e senza analizzare gli attributi specifici di unità naturali più ampie di quelle a cui limitiamo abitualmente le nostre osservazioni ?»[19].

Non possiamo considerare certo questo un testo isolato dal contesto dell’opera teilhardiana, in quanto come abbiamo visto in precedenza, i temi e la visione di Teilhard sono coerenti in tutta la sua vita, la sua storia intellettuale indica una sempre maggiore analisi del dettaglio della medesima Weltanschauung che è basata sulla conoscenza scientifica e sulla speculazione filosofica come ritornerà a dire, dopo il passo appena citato, in un saggio dal titolo Comment je crois  del 1934 che gli era stato espressamente richiesto da mons. Bruno de Solanges, preoccupato per le polemiche che, attorno alla figura del padre Teilhard, si stavano sviluppando negli ambienti ecclesiastici francesi e romani. In questo saggio, costruito con struttura tipica dell’apologetica cristiana così come rilevato da Henri de Lubac [20], viene dichiarato dall’autore

«Così, il Tutto universale, alla pari di ogni elemento, si definisce ai miei occhi attraverso un moto particolare che lo anima. Ma, quale può essere questo moto ? Dove ci trascina ? Questa volta, per decidere, io sento agitarsi e raggrupparsi in me certi suggerimenti od evidenze raccolte durante le mie ricerche professionali. Ed è come storico della Vita, almeno tanto quanto come filosofo, che rispondo, dall’intimo del mio intelletto e del mio cuore: «Verso lo Spirito».»[21]

E’ in questo passo che possiamo vedere riassunto l’impegno e la visione, che Teilhard ha proposto nel suo percorso di vita, e che ha fatto da filo conduttore di quello che nel tempo, e nel susseguirsi degli scritti, è divenuto un vero e proprio sistema filosofico che abbiamo riscontrato avere come caratteristica un modo nuovo di osservare e accettare i fatti e che ha portato l’autore ad accertare che per la comprensione del cosmo è necessario che si ricerchino alcune altre proprietà che portano alla necessità di una visione della realtà nei suoi vari aspetti, scientifici e filosofici.


[1] C. Cuénot, … Les grandes étapes de son évolution, cit., p. 362.

[2]  Mon Universe in P. Teilhard de Chardin, Science et Christ, cit., p. 65.

[3] Ibidem.

[4] P. Grenet, Teilhard de Chardin. Un évolutionniste chrétien, Editions Seghers,  Paris 1961 (Il cristiano fedele alla terra, Teilhard de Chardin, trad. it. G. Luti, Vallecchi, Firenze 1963, p. 33).

[5] Ivi, pp. da 186 a 188.

[6] P. Teilhard de Chardin,Le phénoméne humain , cit., p. 25.

[7] Ivi, pp. 25 – 26.

[8] P. Teilhard de Chardin, L’avenir de l’homme, cit.

[9] Ivi, p. 110.

[10] C. Cuénot, … Les grandes étapes de son évolution, cit., p. 293.

[11] C. Cuénot, … Les grandes étapes de son évolution, cit., p. 348.

[12] L. Malusa, Note sul metodo fenomenologico di Pierre Teilhard de Chardin  in POSIZIONE E CRITERIO DEL DISCORSO FILOSOFICO a cura di Carlo Giacon, Riccardo Patron, Bologna 1967.

[13] E. Rizzo, La problematica di Teilhard de Chardin, Riccardo Patron, Bologna 1965, p. 30.

[14] P. Teilhard de Chardin de Chardin, L’énergie humaine, Editions du Seuil, Paris 1962 (L’Energia umana, trad. it. A. Dozon Daverio, Il Saggiatore, Milano 1984, p.143).

[15] R Gibellini, Teilhard de Chardin. L’opera e le interpretazioni, cit.

[16] in  P. Teilhard de Chardin, L’avenir de l’homme, cit., p. 133.

[17] P. Teilhard de Chardin, Le phénoméne humain , cit., p. 34.

[18] in P. Teilhard de Chardin de Chardin, L’activation de l’énergie, Editions du Seuil,  Paris 1963 (Verso la convergenza. L’attivazione dell’energia nell’umanità, trad. it. A. Tassone Bernardi, Il segno dei Gabrielli,  Verona 2004, p. 248).  

[19] in P. Teilhard de Chardin de Chardin, La vision du passé, Editions du Seuil,  Paris 1957 (La visione del passato, trad. it. F. Ormea, Il Saggiatore, Milano 1973, p. 165).  

[20] H. de Lubac, La priore du père Teilhard de Chardin, Fayard, Paris 1964 (La preghiera di padre Teilhard de Chardin, trad. it. L. Pigni Maccia, Morcelliana, Brescia 1965).

[21] in P. Teilhard de Chardin, Comment je crois, cit., p. 105.

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