Un curioso accostamento, da qualche tempo sempre maggiormente diffuso, vede Teilhard come un possibile patrono del web. In realtà ci sono almeno due rilievi che abbiamo il dovere di porre a tale accostamento.

Il primo è che la visione che Teilhard aveva dell’avvenire dell’uomo era legata alla conoscenza tecnica che si aveva nel periodo in cui visse, pertanto è superfluo dire che, egli non conobbe mai alcuna rete di computer, infatti le prime reti di computer risalgono alla seconda metà degli anni ‘60, periodo che oltrepassava di oltre un decennio la data della scomparsa di Teilhard.

Nonostante ciò conobbe, e comprese la potenzialità dei computer, allora denominati “macchine calcolatrici” che in uno scritto del  1947 descrive così: «sorprendenti macchine calcolatrici che, grazie a segnali combinati in ragione di parecchie centinaia di migliaia al secondo, non soltanto liberano il nostro cervello da un lavoro fastidioso ed estenuante, ma anche, aumentando in noi il fattore essenziale (e troppo poco osservato) della “rapidità di pensiero”, stanno preparando una rivoluzione nel campo della ricerca»[1]. E’ notevole sottolineare che questo passo appena citato è immediatamente preceduto da una certa idea della rete che Teilhard descrive come «straordinaria rete di comunicazioni radiofoniche e televisive» che quindi ci fa comprendere come l’idea di rete globale fosse già nella mente di Teilhard, anche se ancora legata ai mezzi tecnici in quel momento più diffusi.

Il secondo rilievo è legato alla situazione, purtroppo ancora in essere, che vede le gerarchie ecclesiastiche in rapporto problematico con la figura di Teilhard. Infatti non bisogna mai dimenticare che sull’opera di Teilhard vige ancora il monitum del 1962 mai revocato che invita «a difendere gli spiriti, particolarmente dei giovani, dai pericoli delle opere di P. Theilard de Chardin e dei suoi discepoli»[2].

Pertanto fino a che non ci sarà una completa ed ufficiale riabilitazione della figura di Teilhard da parte delle gerarchie ecclesiastiche, ogni proposta che coinvolga la Chiesa in una valutazione della figura di Teilhard è da ritenere prematura e per qualcuno forse anche inopportuna.

Nonostante questo, l’interesse che continua a rivestire Teilhard per chiunque voglia occuparsi della possibile interpretazione del ruolo dell’uomo nell’universo, è molto elevato, pur nell’oblio in cui le case editrici  relegano l’opera teilhardiana.

Come ha ben evidenziato Claude Tresmontant[3] l’opera teilhardiana è accostabile, sotto l’aspetto della coerenza del pensiero, all’opera di Leibniz, non presentando diverse filosofie durante la sua vita, ma sviluppando quella che è stata un’unica grande intuizione giovanile, sviluppata per tutta la sua esistenza.

Infatti Teilhard ha cercato di risolvere un unico grande problema, sorto nella sua vita all’età di circa 5 o 6 anni ovvero la precarietà della materia, fonte di una «pena terribile» ci scrive, così da cercare rifugio nella durevolezza del ferro; è lui stesso a darcene notizia quando ci racconta del suo «adorare un pezzo di metallo» nel cui «gesto istintivo» Teilhard stesso riconosce «un’intensità di tono ed un corteo d’esigenze dei quali l’intera mia vita spirituale è stata solo lo sviluppo»[4].

Sulla base di questa esigenza Teilhard rivolgerà inizialmente il suo sguardo sul passato cercando di comprendere le fasi storiche della trasformazione della materia (è generalmente riconosciuta la sua grande competenza quale geologo) e così di seguito cercherà di comprendere l’apparizione e le trasformazioni della vita sulla terra sino alla comparsa dell’uomo (anche in questo campo il riconoscimento del suo lavoro quale paleoantropologo di fama internazionale è innegabile).   

Ma lo sguardo sul passato non risolve il problema per il quale fin dall’infanzia Teilhard cerca la soluzione, se non attraverso quella che possiamo definire la Weltanschauung  teilhardiana. Ovvero Teilhard interpreta la realtà che lo circonda conciliando quello che ha appreso dai suoi studi scientifici con quello che ha appreso per fede, in qualità di sacerdote di Cristo.

E’ così che pian piano, l’interesse per il passato perde d’intensità, e lo sguardo sul futuro diviene il motore del suo interesse.

Nel passato Teilhard ha scoperto la legge di complessità/coscienza che gli permette di interpretare la storia dell’universo come un’unica grande storia che passando dalla materia inorganica a quella organica è così giunta attraverso il regno animale all’uomo «non già centro dell’universo, come avevamo ingenuamente creduto, ma, il che è assai più bello, l’uomo freccia ascendente della grande sintesi biologica. L’uomo che costituisce, da solo, l’ultimo nato, il più fresco, il più complesso, il più sfumato degli strati successivi della vita» [5].

Ed è gia dal suo soggiorno in Cina, nonostante sia lì impegnato in una campagna di scavi finalizzati alla ricerca del passato dell’uomo, che la sua prospettiva cambia, ed il suo sguardo si volge al futuro la passione per la ricerca s’infiamma, tanto da scrivere all’abate Gaudefroy  «credo di capire che il viaggio in Mongolia, non abbia significato per me una “sferzata” diretta, ma che, indirettamente, mi abbia ancor più radicato nella mia ‘fede nel futuro’. Il Mondo è interessante soltanto quando è proteso in avanti: anzi, guardato da questa prospettiva, è appassionante»[6].

Quello che Teilhard ottiene come risultato della sua ricerca scientifica, filosofica e spirituale è una chiara visione della Parusia e del modo in cui l’uomo vi giungerà.

Chiunque abbia letto opere di o su Teilhard ha incontrato sicuramente due concetti a lui sempre associati “Evoluzione” e “Punto Omega”. Al di là delle storpiature che alcuni commentatori hanno fatto per cercare d’interpretare tali concetti, è importante sapere che per Teilhard il concetto di evoluzione è necessario se si vuol comprendere la storia della materia dal passato fino al tempo presente dirà infatti ne ‘Il fenomeno umano’ «Una teoria, un sistema, l’evoluzione…? Assolutamente no . Essa è molto di più: è una condizione generale alla quale devono conformarsi e soddisfare ormai tutte le teorie, tutte le ipotesi, tutti i sistemi, se vogliono essere pensabili e veri»[7]. Insieme ad esso il concetto di tempo è stato da lui re-interpretato togliendogli il valore troppo statico che gli si attribuisce. Infatti, mutuando il concetto di durata dall’opera di Bergson, Teilhard intenderà il tempo solo in maniera dinamica, come durata appunto, affermando ancora ne ‘Il fenomeno umano’ «Ciò che permette di definire e di classificare un uomo come “moderno” (e in questo senso numerosissimi contemporanei non sono ancora moderni!), è l’essere divenuto capace di vedere, non solo nello spazio, non solo nel tempo, ma nella durata, o, in altri termini, nello spazio-tempo biologico»[8]

Ed è bene sottolineare che anche l’evoluzione vedrà in Teilhard un’interpretazione che non si potrà ridurre a semplice assimilazione del darwinismo, come a più riprese viene detto chiamandolo “il Darwin Cattolico”, il suo pensiero unisce alcuni aspetti osservati da Darwin, ma anche aspetti di origine lamarkiana, che troppo frettolosamente sono stati ritenuti sorpassati, e che oggi vengono rivalutati nelle ultime ricerche scientifiche.

E’ proprio grazie a questa visione evolutiva del mondo in continuo divenire nello spazio-tempo che permette a Teilhard di evidenziare il salto di qualità che la materia compie, una prima volta passando dall’inorganico all’organico ovvero la Vita, un ulteriore salto è rappresentato proprio dalla comparsa della coscienza riflessa ovvero il Pensiero. Ed ecco cosa dice Teilhard a tale proposito nel ‘Il fenomeno umano’ «con la prima scintilla di Pensiero apparsa sulla Terra, la Vita ha dato alla luce un potere capace di criticarla e di giudicarla. Rischio formidabile, latente da molto tempo, ma i cui pericoli esplodono con il nostro primo risveglio all’idea di Evoluzione»[9].

Ma al di là del rischio per Teilhard è ancora più interessante osservare che nella comparsa del Pensiero,  ovvero seguendo le fasi di emergenza della materia dall’inorganico al pensiero riflesso, si arriva a poter affermare che oltre alla biosfera, ovvero la sfera della vita che avvolge il nostro pianeta, si può parlare di Noosfera, ovvero della sfera del pensiero che avvolge il nostro pianeta grazie all’uomo. Infatti Teilhard ci dice che « nelle prospettive di una Noosfera, tempo e spazio si umanizzano, o piuttosto si superumanizzano».[10]

Sarebbe troppo lungo spiegare, in questa occasione, nei dettagli il significato che Teilhard dà alla parola superumanizzare, ci basterà dire che il movimento evolutivo è da lui considerato convergente e lo stesso Teilhard afferma che «la concentrazione di un universo cosciente sarebbe impensabile se, assieme a tutto il cosciente, non riunisse in sé tutte le coscienze. Ciascuna coscienza deve rimanere cosciente di sé al termine dell’operazione, anzi (bisogna capirlo bene) deve divenire tanto più sé stessa, e quindi tanto più distinta dalle altre, quanto maggiormente si avvicina alle altre in Omega. Non soltanto la conservazione, ma l’esaltazione degli elementi per convergenza! »[11] ecco appunto l’uomo superumanizzato.

Eccoci quindi arrivati al “Punto Omega” che è per Teilhard il momento in cui l’uomo giunge alla fine del suo tempo storico superumanizzato. Ma afferma « sarebbe dunque inesatto rappresentarci semplicemente Omega come un centro che sorgesse dalla fusione degli elementi che riunisce, o che li annullasse in sé. Per struttura Omega, considerato nella sua intima essenza, non può essere che un centro distinto irradiante nel cuore di un sistema di centri. Un raggruppamento in cui la personalizzazione del tutto e quella degli elementi raggiungono simultaneamente il vertice, senza mescolanza, sotto l’influsso di un focolaio, supremamente autonomo, di unione. E’ questa l’unica immagine che si delinea quando tentiamo di applicare logicamente, sino in fondo , a un insieme granulare di pensieri, la nozione di collettività.»[12]

Quanto, in questo cammino evolutivo verso la superumanizzazione, è possibile comprendere l’attuale fase di interconnessione umana che la rete internet oggi offre, è il punto che vorremmo qui sottoporre alla nostra riflessione.

 Ci torna così utile al nostro scopo introdurre la figura di un altro gesuita, questa volta nostro contemporaneo ovvero padre Antonio Spadaro. Perché proprio lui ? Il motivo è presto detto, padre Spadaro sulla rivista Gesuiti in Italia nel 2007 comunica un importate evento nella sua vita religiosa ovvero la pronuncia degli Ultimi Voti con un breve testo che fra l’altro reca scritto « Se sono quel che sono adesso, nel bene e nel male, lo devo dunque alla Compagnia. Come non essere grato per questo? E, tra tutti i doni, nella Compagnia ho ricevuto il sacerdozio, che mi sforzo di vivere secondo lo spirito di un gesuita che per me è modello ispiratore costante: Pierre Teilhard de Chardin.»[13]          

Certo non è l’unico gesuita che può aver preso un impegno di vita ispirato a Teilhard, ma sicuramente è uno dei pochi che, oltre a ciò è attualmente considerato il massimo esperto nell’analisi del rapporto che la Chiesa dovrebbe avere con le nuove tecnologie informatiche, internet ed il mondo ad esso connesso come i social networks, blogs ecc.; inoltre ha una notevole presenza sulla rete attraverso i più svariati canali informatici.  

E’ utile ricordare che Antonio Spadaro, oltre ad essere direttore della rivista La civiltà Cattolica dall’ottobre 2011, ha ricevuto da papa Benedetto XVI sempre alla fine del 2011 la nomina di  consultore del Pontificio Consiglio della Cultura e di  consultore del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali.

Padre Spadaro ha da poco pubblicato un libro dal titolo ‘Cyberteologia. Pensare il cristianesimo al tempo della rete’[14] che come ci dice nella premessa è la sua «prima risposta» all’ appello che papa  Benedetto XVI ha rivolto ai partecipanti all’assemblea plenaria del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali il 28 Febbraio 2011 chiedendo «l’impegno di aiutare quanti hanno responsabilità nella Chiesa a essere in grado di capire, interpretare e parlare il “nuovo linguaggio” dei media in funzione pastorale (cfr. Aetatis novae, 2), in dialogo con il mondo contemporaneo, domandandosi: quali sfide il cosiddetto “pensiero digitale” pone alla fede e alla teologia? Quali domande e quali richieste ?».[15]

Questa risposta che Padre Spadaro suggerisce, e che egli stesso ritiene abbia «un respiro ampio ed ecumenico. Tuttavia pensare la fede al tempo della rete non è solo una riflessione al servizio della fede. La posta è ancora più alta e globale. Se i cristiani riflettono sulla rete, non è soltanto per imparare a ‘usarla’ bene, ma perché sono chiamati ad aiutare l’umanità a comprendere il significato profondo della rete stessa nel progetto di Dio: non come strumento da ‘usare’, ma come ambiente da ‘abitare’»[16]

Nelle considerazioni che padre Spadaro fa sull’argomento ‘rete’ verso le ultime pagine incontriamo la figura di Teilhard che viene introdotto partendo dall’analisi che il filosofo Pierre Lévy fa in merito ad una possibile emersione di un’intelligenza collettiva[17] e la sfida che ne risulta ovvero «come pensare un’intelligenza comune tra gli uomini?». La risposta di padre Spadaro è che «forse il genio religioso che, sebbene tra ombre e ambiguità irrisolte, ha meglio colto questa sfida, pur precedendo Lévy, è il sacerdote gesuita Pierre Teilhard de Chardin»[18] riferendosi quindi in maniera esplicita al concetto teilhardiano di Noosfera che così riassume «un nuovo strato che pian piano si forma sul nostro pianeta, prima fragile e sottile come una piccola ragnatela, poi sempre più intenso, fitto di maglie, di rapporti, di comunicazioni di pensiero e di conoscenza»[19]

E’ pertanto evidente che, per padre Spadaro vi è un legame molto stretto, se non una vera e propria identità, fra il concetto di Noosfera e il risultato della capacità interconnettiva della rete telematica, quindi internet è un «sistema nervoso tecnologico planetario»[20] citando a tal riguardo anche l’identificazione che Jennifer Cobb[21] ritiene esserci fra la Noosfera ed il cyberspazio, ovvero l’ambiente digitale.

E’ chiaro che il riferimento che padre Spadaro fa nella premessa in cui intende la rete come un «ambiente da ‘abitare’» ed il rapporto che vede fra Noosfera e cyberspazio, portano con la mente subito a pensare a L’Ambiente Divino  nella cui introduzione Teilhard scrive «questo piccolo libro, in cui si troverà soltanto l’eterna lezione della Chiesa, ma ripetuta da un uomo che crede di vibrare appassionatamente con il suo tempo, vorrebbe insegnare a vedere Dio in tutte le cose: vederlo sino nel punto più segreto, più consistente, più definitivo del Mondo».[22]

Concludiamo quindi con una domanda che ci ritorna dopo quanto abbiamo detto all’inizio: possiamo ritenere che Teilhard abbia, in qualche modo, visto in anticipo, col suo concetto di Noosfera la cosiddetta Rete Globale?

Ma subito si affaccia alla mente il rovescio, o meglio l’immagine speculare di questa stessa domanda, ovvero, abbiamo sufficienti certezze per ritenere che sia la Rete Globale ciò a cui Teilhard si riferiva quando parlava di Noosfera ?

L’abisso che separa le due domande è profondo ma il solco che fra esse si forma è colmato dallo spirito con cui Teilhard ha affrontato il problema dei problemi, e con le cui parole voglio concludere « perché dunque, Uomini di poca fede, temere o disprezzare i progressi del Mondo ? Perché moltiplicare imprudentemente le profezie e le proibizioni: “non andare… non tentare… Tutto è conosciuto: la Terra è vuota e vecchia; non vi è più nulla da scoprire…” Tentare tutto per il Cristo! Sperare tutto per il Cristo! “Nihil intentatum !” Ecco, proprio all’opposto, il vero atteggiamento cristiano. Divinizzare non è distruggere, ma supercreare. Non sapremo mai quanto l’Incarnazione si aspetti ancora dalle potenze del Mondo. Non spereremo mai abbastanza dall’unità umana in fase di sviluppo.» [23]


[1]La formazione della noosfera’ saggio presente in : P. Teilhard de Chardin, L’Avvenire dell’uomo, il Saggiatore, Milano 1972. p. 257

[2] ACTA APOSTOLICAE SEDIS. Commentarium ufficialis. Annus LIV Series III Vol. IV, Typis Polyglottis,  Città del Vaticano, M –DCCCC-LXII, p. 526

[3] C. Tresmontant, Introduction à le pensée de Teilhard de Chardin, Editions du Seuil, Paris 1956

[4] P. Teilhard de Chardin, Il Cuore della Materia, Queriniana, Brescia 1993, p. 12

[5] P. Teilhard de Chardin, Il fenomeno umano, Il Saggiatore, Milano 1968

[6] Lettera all’abate Breuil del 23 Ottobre 1923 presente in : P. Teilhard de Chardin, Lettres à l’abbé Gaudefroy et a l’abbé Breuil, Editions du Rocher, Monaco 1988

[7] P. Teilhard de Chardin, Il fenomeno umano, cit., p.292

[8] Ivi

[9] Ivi

[10] Ivi

[11] Ivi, pp. 351-352

[12] Ivi, p. 353

[13] AA.VV., Gesuiti in Italia – notiziario bimestrale della Provincia d’Italia della Compagnia di Gesù, anno X – n. 2 marzo – aprile 2007, Roma, p.138

[14] Antonio Spadaro, Cyberteologia. Pensare il cristianesimo al tempo della rete, Vita e Pensiero, Milano 2012

[15] Ivi, p. 11

[16] Ibidem

[17] Pierre Lévy, L’intelligenza collettiva. Per un’antropologia del cyberspazio, Feltrinelli, Milano 2002

[18] Antonio Spadaro, Cyberteologia, cit., p. 124

[19] Ibidem

[20] Ivi, p. 126

[21] Jennifer Cobb, Cybergrace. The Search of God in the Digital World, Crown,New York 1998

[22] P. Teilhard de Chardin, L’Ambiente Divino, Il Saggiatore, Milano 1968, p.23

[23] Ivi , pp.188-189

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