Strana domanda, soprattutto se a pronunciarla è Teilhard de Chardin ! Sì, è proprio vero non solo ha pronunciato la domanda, ma l’ha anche messa per iscritto in una delle opere che lo hanno reso più noto ‘Il Fenomeno Umano’. E’ infatti in questo testo che troviamo questa domanda, posta alla fine della III sezione denominata ‘Il Pensiero’, nel capitolo che s’intitola ‘La terra moderna’, alla parte ‘b’ denominata ‘Esigenze per l’avvenire’ del paragrafo ‘Il problema dell’azione’.
E proprio come in una partita a carte il testo che precede traccia la premessa di questa domanda dicendo “E, fatto ancor più grave, ci rendiamo conto che nella grande partita in corso, noi siamo i giocatori e, nello stesso tempo, le carte e la posta. Nulla continuerà più, se lasciamo il tavolo da gioco. E nulla può d’altronde costringerci a rimanervi seduti.”. Ma come si evince dal testo è inquietante ritenere che noi siamo giocatori, le carte e la posta, ma giocatori di che ? Carte di quale gioco ? Posta di quale partita ? E se proseguiamo nella lettura ci troviamo davanti ad una nuova domanda/ipotesi “O saremmo invece vittime di un inganno? …” lasciando dopo il punto interrogativo quei puntini di sospensione che fanno accapponare la pelle.
Sfatiamo subito il dubbio su quale sia il gioco in questione, che è delineato nelle parole che hanno preceduto le frasi sinora riportate e che ci chiariscono di cosa si tratti, infatti Teilhard aveva iniziato queste frasi dicendo “con la prima scintilla di Pensiero apparsa sulla Terra, la Vita ha dato alla luce un potere capace di criticarla e di giudicarla. Rischio formidabile, latente da molto tempo, ma i cui pericoli esplodono con il nostro primo risveglio all’idea di Evoluzione.”. Il Pensiero, che caratterizza l’essere umano dal resto del mondo vivente, è in questa frase ritenuto un potere capace di criticare e giudicare la Vita stessa che l’ha generato ! Ma qui s’innesta il motivo di tutto questo, delle domande e dei dubbi che queste frasi esprimono, è un motivo che l’età moderna ha generato proprio attraverso lo sviluppo del pensiero che ha fatto sì che noi siamo in grado di spiegare il mondo che ci circonda, attraverso le scienze, e di prevedere eventi futuri dall’osservazione del passato. Ritorna in questo pensiero di Teilhard uno dei motivi espressi dal pensiero bergsoniano, ovvero quello sviluppato ne ‘Le due fonti della morale e della religione’ in cui Bergson ci dice che “con l’uomo appare la riflessione” e che l’uomo “constatando che tutto ciò che vive intorno a lui finisce per morire, è convinto di essere ugualmente mortale.” Così si verifica che “il pensiero della morte deve rallentare nell’uomo il movimento della vita.” . Come vediamo chiaramente ambedue i pensatori sono concordi che la riflessione è un evento che porta l’uomo in una situazione critica, cosa che aveva indotto alla domanda con cui abbiamo iniziato “Il gioco vale forse la candela?” aver avuto la capacità di pensare ci è convenuto ? O per dirla ancora con Teilhard “saremmo invece vittime di un inganno?”. Vediamo come i due pensatori hanno risolto il dilemma.
Per Henri Bergson il superamento di questa fase critica per l’uomo in particolare, e per l’evoluzione creatrice, insita nella vita, è avvenuto fin dai primi tempi della comparsa dell’uomo sulla terra, grazia a quella che egli chiama la ‘funzione fabulatrice’ che risolve il pericolo della perdita dello slancio vitale. Questa funzione è all’origine di quella che Bergson chiama la ‘religione statica’ ovvero quel complesso di miti e favole che permettono all’uomo, attraverso l’idea della possibilità di vita oltre la morte, di superare la paura della sua finitezza di non vedere ostacoli al suo operare nel tempo e nello spazio.
Teilhard de Chardin, pur condividendo il punto critico che il Pensiero genera nell’uomo, e non negando la soluzione bergsoniana, rileva che questa soluzione, come un vero e proprio phàrmakon, da rimedio si è trasformato in veleno mortale. Sì perché il Pensiero, divenuto adulto nell’età moderna, si è liberato di conoscenze imprecise come il geocentrismo, attraverso la rivoluzione copernicana, e del creazionismo, attraverso l’evoluzionismo, ma questo ha portato nell’ultimo secolo una caduta verticale della religiosità nell’uomo, e così quello stretto vincolo che la religione ha avuto con l’uomo sin dalle origini (religio lo intendiamo qui nella etimologia seguita da Lattanzio, Agostino ecc., nel senso di religàre = legare, vincolare) si è andato dissolvendo in pochi anni sino a condurre a concezioni che svincolano completamente l’uomo dalla religione come inteso da Nietsche e Feuerbach (citiamo questi due nomi non a caso, ma perché in loro ricorrono termini e concetti che saranno utilizzati da Teilhard per capovolgere il loro ragionamento).
Questi sono i termini che Teilhard pone come premessa alla domanda “Il gioco vale forse la candela?” Qui il gioco è chiaramente l’idea di Progresso insita nella storia recente dell’uomo, ma un’idea che si autodefinisce sino a rendersi una vera e propria fede (siamo soliti dire infatti ‘la fede nel progresso), una fiducia che porta a credere che nella ragione-ragionante ci sia l’inizio e la fine di tutto, ci sia il gioco, la partita e la posta !
Ma introducendo il concetto di ragione, ci vediamo costretti ad introdurre l’uomo che ha rappresentato un punto di svolta per il pensiero moderno, e lo ha fatto proprio studiando la ragione come nessun altro è stato capace prima di lui. Il riferimento è a Immanuel Kant, che ha saputo arrivare ai limiti del pensiero umano nell’atto di ragionare, definendone i meccanismi, ma soprattutto gli ambiti ed i limiti. Ed è a proposito di limiti della ragione che la nostra mente deve acuirsi, per poter far propria una grande affermazione kantiana, ovvero che la nostra ragione ha dei confini che sarebbe erroneo chiamare limiti. Pur nella vicinanza semantica delle due parole, è importante sottolineare che, il confine prevede che la porzione da esso delimitata non esaurisca l’estensione possibile. Infatti si può oltrepassare un confine, ma per Kant tale azione fatta dalla ragione, porta l’uomo a navigare in un mare buio e tempestoso in cui non ha riferimenti possibili ed intelligibili. Ma da cosa sono imposti questi confini alla ragione umana ? Kant ritiene che strutturalmente la ragione abbia due forme pure a priori che relegano la conoscenza nei confini fenomenologici della realtà, esse sono lo spazio ed il tempo. Oltre questi due confini non vi è intelligibilità per la ragione umana, fuori da questi confini vi è buio pesto e nessun punto fermo sul quale poggiare i piedi !
Detto questo, come può Teilhard superare il problema che è stato posto, senza incorrere nel superamento dei confini kantiani, che rendono ogni ragionamento semplicemente un opinione ?
“Il gioco vale forse la candela?” a questo punto per dirla con Kant la ragione è costretta a porsi delle domande a cui non può dare una risposta, quindi resta il dubbio se tutto questo ci sia convenuto.
Teilhard con la sua opera supera questo stallo della mente, e lo fa capovolgendo i termini in campo, partendo proprio dal definire quale sia il gioco in questione, che non è il progresso inteso in senso assoluto, ma il progresso come una componente dell’evoluzione, che incominciata con l’origine dell’universo, vede le più recenti tappe nel Pensiero riflesso, ma che non si esaurisce nella costruzione della scienza e della tecnica. Quindi la vera partita è l’evoluzione che viene giocata con le carte della ragione sì, ma tenendo presente che il Pensiero non è slegato dalla legge fondamentale che muove l’intero universo, nella visione fenomenica di Teilhard, ovvero la legge di complessità/coscienza. La posta allora è la stessa Ragione, che frutto della legge teilhardiana, sembra essere una posta troppo elevata se la partita è ad alto rischio di perdita. A che pro, l’evoluzione avrebbe scommesso una posta così elevata come il Pensiero riflesso, se poi la semplice perdita dell’idea religiosa, ricordiamolo introdotta proprio per il superamento della fase critica del pensiero stesso, arrestasse lo slancio vitale che l’evoluzione porta con sé ?
A questo punto Teilhard ritiene che la storia evolutiva dell’universo intero, dimostra che ‘il gioco vale la candela’, e che nessuno potrà mai affermare che l’uomo può continuare ad esistere anche senza la fiducia nell’ Assoluto, e lo dice con parole dure affermando che “gli spiriti «positivistici e critici» possono anche andar dicendo che la nuova generazione, meno ingenua della precedente, non crede più in un avvenire e in un perfezionamento del Mondo” (…) “Sembrano credere che la Vita, priva di luce, di speranza e dell’attrattiva di un futuro inesauribile, possa continuare tranquillamente il suo ciclo. Errore. Forse, ancora per qualche anno, vi sarebbero fiori e frutti, per abitudine. Ma il tronco si troverebbe in realtà separato dalle sue radici. Anche con enormi quantità di energie materiali, anche sotto il pungolo diretto della paura o di un desiderio, l’Umanità, senza il gusto di vivere, cesserebbe ben presto di inventare e di creare un’opera che, in anticipo, saprebbe condannata. E, colpita alla sorgente stessa dello slancio che la sorregge, essa si disgregherebbe e cadrebbe in polvere, per nausea o ribellione”.
Con queste frasi Teilhard elimina ogni dubbio che possa essere accettata una visione come quella ‘positivistica’, che fa della scienza una fede, e dell’uomo un epifenomeno. E rafforza tale pensiero citando una frase di Julian Huxley, che ritiene l’uomo non essere altra cosa, se non l’evoluzione divenuta cosciente di sé, cosa che elimina ogni possibilità che l’uomo sia un epifenomeno, ma soprattutto che rende questa volta il senso di come in questo modo noi siamo diventati non solo i giocatori, anche le carte di questa partita e che la stessa posta è rilanciata oltre il fenomeno nel quale siamo immersi, oltre i kantiani confini di spazio e tempo sino al punto, prevedibile per Teilhard, della Noosfera, in cui pur nelle nostre individuali personalità, saremo un tutt’uno, un macropensiero pensante formato da miriadi di individualità che avranno abbattuto ogni forma di egoismo e solipsismo. In queste ultime immagini vediamo il pensiero teilhardiano rasentare il confine oltre il quale la ragione non osa inoltrarsi, ma lo fa con sicurezza, con la certezza che sino a questo punto è rimasto su dati fenomenici ed ha utilizzato le competenze scientifiche che gli vengono dall’essere geologo e paleoantropologo, e la sua previsione è basata sull’ analisi storica che l’evoluzionismo gli ha permesso di ricostruire. Fin qui lo scienziato, ma rispetto al progresso positivistico, uno scienziato che ha trovato le leggi che lo possono portare ad oltrepassare l’orizzonte che si prospetta ai confini dello spazio e del tempo, e che gli danno la possibilità di guardare oltre questi confini, senza lasciare mai la sicurezza del ragionamento, né rinunciare a sapere dove dirigere il suo sguardo, che a questo punto non è il frutto della necessità e del caso, ma di un consapevole impossessamento del proprio futuro di uomo che non ha più necessità di chiedersi se il gioco vale la candela perché la partita avendo introdotto il pensiero e la ragione, ed avendo annullato il caso e la necessità ha trasformato il suo gioco in una partita di scacchi piuttosto che di carte !

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