“… Dunque, forse per la prima volta in vita mia (sebbene si ritenga che io mediti tutti i giorni!) ho preso la lampada e, lasciando la zona, apparentemente chiara, delle occupazioni e relazioni quotidiane, sono sceso nel più intimo di me stesso, in quell’abisso profondo dal quale sento confusamente emanare la mia capacità d’agire. Ora, a mano a mano che mi allontanavo dalle convenzionali evidenze che illuminano superficialmente la vita sociale, mi accorgevo di sfuggire a me stesso. A ogni gradino che scendevo, scoprivo in me un altro personaggio di cui non potevo più dire il nome esatto, e che non mi obbediva più. E quando ho dovuto porre fine alla mia esplorazione, perché la strada mi veniva meno sotto i passi, v’era ai miei piedi un abisso senza fondo dal quale, venendo da chissà dove, usciva il flusso che oso pur chiamare la mia vita.” (L’ambiente divino -1957)

 Queste parole scritte da Teilhard de Chardin, aprono il secondo paragrafo della seconda parte del libro, ovvero la sezione dedicata a “la divinizzazione delle passività”. Devo ammettere che il testo trasuda tutta la sua origine mistica e poetica, ma continua a colpirmi sempre una frase che vi compare e che, conoscendo gli scritti teilhardiani, certo non è casuale né messa lì in maniera superficiale, ovvero quando scrive:”… ho preso la lampada e, …” . Difficile da comprendere di primo acchito questa frase, soprattutto capire quale significato si dà qui a questa parola ‘lampada’ che appare fondamentale nel testo, in quanto è inserito in un contesto dove compaiono le parole ‘apparentemente chiara’ , ‘evidenze che illuminano’, ma che non ha in contrapposizione alcuna parola indicante oscurità, unica parola che contrasta con queste parole è la parola ‘abisso’ che lascia sottintendere una qualche forma di caos indistinto.

Ma per poterlo comprendere meglio mi vedo costretto ad analizzare l’intera citazione. Appare così evidente che, per Teilhard, quello che ogni giorno viviamo, non è del tutto compreso da noi, e questo credo, sia il significato della frase ‘… lasciando la zona, apparentemente chiara, delle occupazioni e relazioni quotidiane, …” , frase che distingue e coinvolge nella carenza di chiarezza sia quello che facciamo per noi (occupazioni) che quello che facciamo per e con gli altri (relazioni).

Ma ancora più importante è la frase che segue ‘… in quell’abisso profondo dal quale sento confusamente emanare la mia capacità d’agire …’ che indica la consapevolezza che la fonte dell’agire quotidiano è in fondo al percorso che l’autore si sta accingendo a compiere.

Proseguendo però ci accorgiamo che l’abisso di cui parla Teilhard non separa solo la quotidianità da noi, ma anche l’ “Io” da se stesso ! Sembra proprio indubbio che questo sia il significato da dare alla frase ‘… a mano a mano che mi allontanavo dalle convenzionali evidenze che illuminano superficialmente la vita sociale, mi accorgevo di sfuggire a me stesso…

E’ allora diventa evidente che l’apparente chiarezza e la superficiale illuminazione sono anche riferiti alla nostra stessa coscienza riflessa: non sappiamo chi siamo realmente ! E questo è del tutto evidente nella frase che segue immediatamente nel testo ‘ … scoprivo in me un altro personaggio di cui non potevo più dire il nome esatto …” .

L’esperienza termina con l’impossibilità di proseguire oltre a causa della mancanza di punti d’appoggio ‘ … perché la strada mi veniva meno sotto i passi …’ ma senza che si sia raggiunto la fonte di cui in precedenza aveva parlato, quella da cui emanava la propria capacità d’agire e che qui viene ulteriormente specificata come ‘ … un abisso senza fondo dal quale, venendo da chissà dove, usciva il flusso che oso pur chiamare la mia vita. ‘ . Da notare che la vita è definita un flusso, e qui vi è tutto il significato della durata bergsoniana, che rappresenta anche per Teilhard l’unica nozione di tempo possibile come reale.

Data questa breve analisi possiamo ritenere come ogni possibile interpretazione del significato della parola lampada debba dipendere da una funzione che rende possibile sia il procedere, illuminando, il percorso verso l’abisso, che il percorso inverso. Quindi la lampada sembra a questo punto rappresentare lo strumento senza il quale non è possibile intraprendere questo cammino. Gli unici dati che possiamo dedurre sono che in primis la lampada rende visibile ciò che è nascosto, ma non dalla coltre del buio come quello della notte che si contrappone al giorno, in quanto come abbiamo visto si parte da una ‘…zona, apparentemente chiara… ‘ ma da una profondità che ci separa dall’apparente chiarezza e che per la sua profondità è poco chiara. Questa profondità è chiaramente qualcosa che è in noi e che non è tenebra, Teilhard è attento a non pronunciare tale parola né sinonimi, ma è evidente che tale profondità che chiama abisso è in noi ma non è noi, almeno non nel senso che usualmente diamo a tale termine. Ciò è evidente dalla frase ‘ … un altro personaggio di cui non potevo più dire il nome esatto, e che non mi obbediva più … ‘ e solo la presenza della lampada, rischiarando le zone più vicine all’ Io, ha potuto rendere evidente tale distanza: l’abisso.  

Mi sembra, a questo punto, di poter affermare che la lampada deve essere considerato come uno strumento d’interpretazione di noi stessi e della nostra stessa esistenza, ma per la presenza del significato legato all’azione che vi compie Teilhard con essa, ovvero il guardare, essa è possibile interpretarla come la ‘sapienza’ ovvero quella forma di conoscenza illuminata dalla fede che ci permette di compiere un viaggio così avventuroso, come quello qui intrapreso dal nostro autore, valutando anche dove esso debba fermarsi per la mancanza di punti d’appoggio.  

Ma cosa ancora fondamentale è il fatto che, nonostante la sapienza che illumina  il percorso, non è comunque con la ragione, seppur unita alla fede, che l’autore ritiene di poter raggiungere la Verità, prova ne è la parte finale del testo che recita ‘ … venendo da chissà dove, usciva il flusso che oso pur chiamare la mia vita.’ , ed è qualche rigo oltre questa nostra citazione che troviamo la risposta, ovvero la fonte che sembra essere alla base di questo abisso, che rappresenta anche la nostra immensità, ed esattamente quando ci dice ‘E se una cosa mi ha salvato, è stato il sentire la voce evangelica, garantita dai successi divini, che, dal profondo seno della notte, mi diceva :<< Ego sum, noli timere>>.’(sono io, non temere) !

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