A prima vista sembrerebbe un mero scambio fra la persona presente nel titolo, e l’oggetto ad essa associato. Ma questa riflessione nasce proprio per proporre questo strano connubio, e per meglio farmi comprendere incomincerò col ricordare la storia di Galileo Galilei.

Come qualcuno sa, altri appena ricordano e solo pochi forse ignorano, Galileo Galilei ebbe una vita non facile, nacque a Pisa il 15 Febbraio 1564, dal 1589 insegnò, con contratto triennale, matematica a Pisa, dal 1592 a passò ad insegnare, sempre matematica con contratto quadriennale, a Padova . Nel 1610 ottenne l’assunzione come  Matematico primario a Pisa e Filosofo del Gran Duca. Morì l’8 Gennaio 1642.

La storia di questo grande scienziato è però legata alla sua grande ‘ scoperta ’ che non può dirsi, come comunemente ritenuto, quella del cannocchiale, in quanto questo strumento era già stato inventato e veniva già utilizzato per la navigazione, ma l’innovazione di Galileo fu quella di ottimizzare le lenti e rivolgere questo strumento verso il cielo. Oggi può sembrare cosa da poco, ma all’epoca di Galileo, la scienza non era sperimentale e le categoria dei tecnici, ingegneri ed artigiani erano considerate inferiori ai cosiddetti ‘ filosofi ’ che oggi chiameremmo ‘ scienziati ’, e la scienza era intesa all’epoca soprattutto teorica, ed al massimo in astronomia si avvaleva di osservazioni ad occhio nudo. Quindi fu un gran passo avanti, ma all’epoca considerato quasi un atto folle, quello di servirsi di uno strumento tecnico. Tanto fu lo scalpore di tale utilizzo, che la maggior parte dei colleghi di Galileo misero in dubbio che quello che veniva osservato attraverso il cannocchiale potesse essere reale. Vi è poi la questione del cosiddetto ‘ processo di Galileo ’ che vide il nostro scienziato accusato di eresie, avendo esso affermato che la teoria copernicana del nostro sistema solare, che poneva il sole quale astro fisso e la terra che vi ruotava intorno, era contrario a quanto contenuto nelle Sacre Scritture, pertanto ciò produsse l’accusa che vide nascere il processo che si concluse con l’abiura di Galileo nel convento della Minerva a Roma il 22 Giugno 1633 davanti ai delegati della Santa Inquisizione.

Detto questo ci si chiederà cosa possa centrare quanto detto sinora con la figura di Teilhard de Chardin. E’ presto detto.

Anche Teilhard de Chardin oltre che essere un padre gesuita, era uno scienziato, più esattamente un paleontologo, e nel corso della sua esistenza fu anche stimato essere un notevole paleontologo noto in ambienti scientifici ed attivo sul terreno della paleontologia insieme ai massimi esperti del suo tempo.

Lo strumento che Teilhard de Chardin utilizzò in modo innovativo per il suo tempo fu l’EVOLUZIONISMO, sì proprio l’evoluzionismo che da mero strumento di scienziati e che veniva utilizzato per spiegare il perché le specie animali non fossero sempre state uguali nel tempo ma avessero subito una trasformazione, il che era spiegato con una necessità di adattamento all’ambiente circostante da cui si sviluppava una selezione (Darwinismo) e come ereditarietà dei caratteri acquisiti (Lamarkismo) . L’innovazione di Teilhard de Chardin fu quella di rivolgere tale strumento alla, diciamo così, teologia filosofica. E questo ha permesso al nostro pensatore di sviluppare una omogenea ed organica spiegazione della storia dell’universo dalla materia primordiale all’attuale situazione, al cui vertice egli vede, in questo momento, l’uomo.

Anche nel caso di Teilhard de Chardin, il risultato del suo pensiero fu quello di attirarsi le critiche soprattutto da parte dei teologi, che non ritenevano adeguato lo strumento alla realtà delle cose.

Ed ancora, anche nel suo caso vi furono le accuse di eresia, per il fatto che gli si obbiettò che il suo pensiero fosse contrario a quanto contenuto nelle Sacre Scritture.

Non ultima in questa serie di parallelismi è da segnalare che già dal 1925 il padre Teilhard de Chardin ricevette l’ordine di non diffondere le sue idee dall’allora padre generale dei Gesuiti Vladimir Ledochowski, e gli fu fatto firmare un documento in cui abiurava alcune sue posizioni sul peccato originale che erano in, sottolineo io “apparente”, contraddizione con le posizioni ufficiali della dottrina cattolica, ed inoltre invitato/obbligato a trasferirsi in Cina, dove restò sino alla fine della II guerra mondiale. E nonostante la sua totale sottomissione all’ordine e quindi alle volontà ecclesiastiche, non sempre condivise nei modi e nei meriti, da molti suoi confratelli, fra cui è doveroso ricordare il padre Henri de Lubac redattore di una delle più accorate ed erudite apologie del pensiero teologico di Teilhard de Chardin, nel 1962 ovvero a ben sette anni dalla morte del nostro pensatore, arrivò addirittura un ‘ monitum ’ del Sant’Uffizio, nuovo nome di quello che all’epoca di Galileo era la Santa Inquisizione,  a firma di Monsignor Sebastiano Masala e che esortava “tutti gli Ordinati e i Superiori degli Istituti religiosi, i Rettori dei Seminari e i Presidenti delle Università a proteggere le menti, in special modo dei giovani, contro i pericoli rappresentati dalle opere di Fr. Teilhard de Chardin e dei suoi seguaci.” .

Credo a questo punto di aver chiarito il significato delle parole apparentemente incoerenti presenti nel titolo di questo mio scritto.

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