Il pensiero che a volte assale e domina assoluto nella mia mente è sempre lo stesso ed è traducibile con l’idea che il nostro comportamento è frutto dell’importanza che noi attribuiamo alle cose ed ai segni. Cosa è di massima importanza per noi al giorno d’oggi quando agiamo, ovvero nella nostra ‘prassi’ quotidiana ? E’ paradossale, ma mentre la domanda deve necessariamente essere rivolta a “NOI” comprendendo in questo termine la mia esistenza di relazione agli altri, senza cui il mio IO si troverebbe in totale assenza di significato e coscienza del sé (come sottolinea lo stesso Sartre) la risposta si riflette su ogni singolo individuo che considera di massima importanza l’ IO, nella sua accezione possessiva di MIO . Già perché per ogni singolo IO che agisce nella società oggi è importante il MIO tempo, il MIO intento, la MIA ambizione, il MIO obbiettivo finale dell’azione che sto svolgendo. E così siamo portati ad agire inconsapevolmente da un EGOismo di fondo che rende più importante ogni nostro agire a discapito di qualunque regola, a tal punto da ridefinire un personale codice di comportamento che varia al variare delle situazioni e, nelle medesime situazioni, addirittura a variare nel tempo. A cosa mi riferisco ? A quell’IO che superando il confine naturale della nostra pelle, ultima barriera che mi separa dal mondo, che fa divenire MIO l’intero mondo che mi circonda, quello fisico come quello sociale sino allo stesso mondo etico. Così ogni mio problema, ogni mia azione è vista solo in virtù della mia necessità di risolvere il MIO problema, di compiere la MIA azione senza che si possa porre attenzione a quanto questo mio COMPORTAMENTO possa andare contro una regola, o possa arrecare, anche solo potenzialmente un danno agli ALTRI. Sì il problema è proprio questo che il NOI è scomparso è stato riassorbito forse fagocitato dall’IO ed oltre esistono solo gli ALTRI che sono visti in un ottica che diviene sempre più UTILITARISTICA. Nella nostra società odierna credo possa essere questo il problema di fondo che rende vani i tentativi di risolvere tutti gli altri problemi che si riverberano da questo fondamentale rapporto incrinato, quello che il NOI ormai è diventato IO ed oltre ci sono solo gli ALTRI. In questo meccanismo si insinua poi il più pericoloso e subdolo di tutti i comportamenti umani, ovvero quello ‘competitivo’ che rende la “PRESTAZIONE” come unico parametro pratico. La ‘PRESTAZIONE’ è quella che ci mette in competizione continuamente con noi stessi nel dover rincorrere obbiettivi ogni giorno superiori, si ripercuote sull’IO, sulla famiglia, sul lavoro, sulle amicizie, sui rapporti con gli “ALTRI” in un mondo che ha dimenticato il “NOI” e che contrappone l’ IO agli ALTRI in una continua rincorsa “UTILITARISTICA” verso il soddisfacimento di una sensazione di piacere che si fa ad ogni istante più lontana, una felicità che si sposta in avanti col progressivo avanzamento delle nostre stesse prestazioni, quell’ IO diviene l’oggetto da rincorrere che è sempre davanti ad ognuno di noi e che mai riusciamo ad afferrarlo. Eppure basterebbe fermarsi un attimo a riflettere e forse ci accorgeremmo che il mancato raggiungimento di quella felicità che rincorriamo vanamente è dovuto al semplice fatto che stiamo rincorrendo noi stessi e che quell’ IO che ci sembra un obbiettivo è solo un IO che deve essere ricondotto nei suoi confini naturali che sono determinati dalla pelle che circonda il nostro corpo, solo così la nostra corsa non sarà vana, e la mancanza che ci fa sentire la necessità di COMPLETARCI (posta forse nell’anima appetitivi che come sosteneva Aristotele ci accomuna agli animali) può essere colmata solo dalla nostra capacità di comprensione (anima razionale) che il nostro IO può completarsi solo considerandosi in rapporto col mondo che lo circonda e soprattutto con le persone che lo circondano, facendo rientrare nel nostro IO il naturale rapporto che ci deve essere con gli ALTRI che trasforma i due termini nell’equazione del NOI (la formula così diviene non più “IO <> ALTRI” ma “IO+ALTRI =NOI”). E’ sulla base di questo ragionamento che non credo si possa ridurre in un atavico retaggio Borbonico il comportamento ‘mediterraneo’ che ci contraddistingue, e non credo ci sia una “mancanza di senso” alla base del nostro comportamento, anzi il senso del nostro comportamento assume, alla luce del mio modo di vedere una valenza quasi ontologica, e l’aspetto “mortalmente noioso” delle cittadine del centro-nord Europa credo sia più legato a motivi storico religiosi che a motivi etici. Noi non siamo FENOMENO di noi stessi, ma NOUMENO, pertanto il nostro IO siamo in grado di conoscerlo per quello che è, ma se lo consideriamo FENOMENO allora sì che passeremo la vita a rincorrerlo !

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